Il Timorasso “Costa del Vento” di Walter Massa, o della meraviglia

Che la verticale dedicata al Timorasso di Walter Massa valesse da sola il viaggio a Genova lo immaginavo. Che nei bicchieri trovassi vini così meravigliosamente in forma beh, quello invece no.

Mi spiego: conoscevo alcune delle annate più recenti, è vino che negli ultimi anni ho imparato ad amare e su cui torno sempre con grandissimo piacere. Anzi, aggiungerei che ogni volta che mi capita di assaggiarlo uno dei commenti che emerge con più regolarità è relativo proprio alle sue potenzialità evolutive: “chissà come sarà tra una decina d’anni”, “ad averne”, “certo che dovremmo proprio fare un salto in cantina”. Solo magnum. Due batterie da quattro, otto bicchieri capaci di attraversare quasi un ventennio, dal 1993 al 2007. Vini perfettamente integri, reattivi, profondi, capaci di raccontare didascalicamente le vendemmie che li hanno visti nascere. Unica perplessità: il 2001. Tante sorprese: su tutte il 1995 e il 1997. Un livello medio spaventosamente alto, di vini bianchi italiani capaci di questa tenuta a distanza di così tanti anni ce ne sono pochi, pochissimi.

Una degustazione capace di accendere i riflettori sulle potenzialità evolutive del timorasso, vitigno vinificato da una manciata di cantine nel tortonese capitanate dal carisma e dalla visione di Walter Massa, l’uomo che questo vino se lo è -letteralmente- inventato. La cosa più bella, e mi riferisco a quei vini che mi sono rimasti più impressi, è la capacità di affiancare ad un profilo olfattivo caratterizzato da un’evoluzione nobilissima (mai note passite ma anzi sentori di camomilla, di fieno, di pietra focaia) un assaggio aereo, leggiadro, aggraziato. Vini elegantissimi, che si libravano da terra assumendo una dimensione quasi extraterrestre.

E alla fine potrei anche aggiungere che dalla cantina di Tortona escono complessivamente tre vini bianchi a base di timorasso: il più diffuso “Derthona”, il “Costa del Vento” e lo “Sterpi”, questi ultimi due frutto della vinificazione di due diversi vigneti. Ma non scriverò altro, che questo non vuole tanto essere un post informativo quanto una spassionata dichiarazione d’amore per un vino che mi ha conquistato.

Taste Umbria, una bella idea per proporre i propri vini


Sono praticamente appena tornato a casa dopo aver trascorso una piacevolissima mattinata in cantina da Giampaolo Tabarrini a Montefalco. L’occasione era una grande degustazione promossa da cinque cantine del territorio riunite in un’associazione chiamata “Taste Umbria” (Roccafiore da Todi, Madrevite da Castiglione del Lago, Milziade Antano, Tabarrini, Villa Mongalli da Montefalco). L’idea, certamente interessante, era quella di assaggiare i loro vini inserendoli, coperti, in due batterie che comprendessero alcuni dei vini più celebrati della penisola. Piacevole contorno la presenza di tantissimi altri produttori da molte regioni italiane.

Insomma, occhiali da sole e via. Alle nove in punto di una straordinariamente calda domenica di ottobre ero seduto a tavola pronto ad affrontare i trentatré vini previsti dal programma.

I bianchi. Tutti buoni, o quasi. Davvero, una carrellata dalla qualità media elevatissima tra cui spiccava, per distacco, il meraviglioso Trebbiano d’Abruzzo 2007 di Valentini. Tutto il suo essere avvolgente, ritmico, coinvolgente declinato nella massima eleganza possibile. Un Valentini mostruosamente buono. Stupefacente, tanto da risultare ai miei occhi come uno dei due/tre vini bianchi più interessanti della degustazione, il trebbiano spoletino “Calicanto” di Villa Mongalli (vino che per forza di cose non avevo inserito nell’articolo su Enogea dell’anno scorso: ancora non esisteva, si tratta della sua prima uscita). Questo 2011 ha finezza da vendere: con una gran dose di mineralità scaldata dal sole risulta essere vino solare e composto, teso e grintoso. Lo riassaggerò a brevissimo, garantito. Il Greco di Tufo 2006 di Pietracupa era attraversato da un’acidità fantastica, era tutto un rincorrersi di sensazioni piacevolissime. Un’altra garanzia. Come il “Vigna delle Oche” 2009 di Fattoria San Lorenzo, verdicchio che non sbaglia un colpo. Potente e al tempo stesso mai sbilanciato verso una qualche idea di “troppo”, lungo e sostanzioso. Grande. Bella prova anche per il sylvaner 2011 di Köfererhof: un bicchiere che non urla, elegante, lungo ed equilibratissimo. Poi due umbri: il “Bianco di Milziade” 2011 di Milziade Antano costa pochissimo ed ha una beva straordinaria, il “Fiorfiore” 2010 di Roccafiore costa un po’ di più ma ha stoffa da vendere in quella che è, forse, la sua migliore uscita di sempre.

I rossi. Numericamente più sostanziosa ma forse appena meno interessante dal punto di vista espressivo la batteria dei rossi. Da bere a secchi il Brunello di Montalcino 2006 della Cerbaiola di Giulio Salvioni. Lì dentro c’è la quintessenza del sangiovese, punto e a capo. Meravigliosamente nerello mascalese il Passopisciaro 2010 di Passopisciaro, uno di quei nasi che se potessi (forse) sarei ancora lì a godermi. Come il “San Lorenzo” 2008 di Girolamo Russo. Il “Paleo” 2008 de Le Macchiole, cabernet franc in purezza, è fresco e deciso, caratterizzato da una rigidità dovuta alla giovane età ma che già oggi dimostra il suo carattere nobile. Il “Campo alla Cerqua” 2007 di Tabarrini è sagrantino all’ennesima potenza, da prendere o lasciare. Io, prendo. Altrettanto di razza il “Colleallodole” 2008 di Milziade Antano, profondo e caratterizzato da una bellissima “ruvidità”. Piacevolissimo poi lo Sfursat 2008 di Rainoldi, setoso e autunnale, un nebbiolo che non spicca per tensione ma che al tempo stesso riesce a cullarti senza essere mai troppo morbido.

Un esperimento, questo della degustazione “mista”, che mi è piaciuto moltissimo. Un modo di assaggiare che ti tiene straordinariamente reattivo, così impegnato ad ogni bicchiere a resettare le impressioni del precedente e a concentrarti su vini del tutto nuovi. Da ripetere assolutamente.

In foto la vigna di sagrantino di fronte la cantina di Tabarrini. Laggiù, sullo sfondo a sinistra, Trevi.

Vigna Monticchio, tutta la verità nient’altro che la verità

Quando si parla del Vigna Monticchio regolarmente qualcuno se ne esce con una frase, quasi sempre la stessa: “eh, ma non è più quello di una volta“. E sapete cosa? Ha ragione. Il più famoso sangiovese umbro, una delle più belle espressioni del vitigno outside Tuscany, è cambiato parecchio nel corso degli anni. In peggio? Difficile da dire. È sicuramente diverso, come può essere diverso l’abbigliamento che cambia con il passare degli anni e delle mode. Si evolve mantenendo però un stile piuttosto definito, basta un’occhiata veloce al modo di porsi per riconoscerlo, al di là dell’outfit di quella specifica stagione.

Tra l’altro questo è un post che mi girava in testa da molto tempo, un post figlio di tanti assaggi e della curiosità che ogni volta mi spingeva a chiedermi cosa ci fosse di diverso rispetto all’annata bevuta la volta prima. Perchè si, se magari aprendo un Vigna Monticchio di due annate vicine, penso alla 1986 e alla 1988, la sensazione è di cambiamenti che vanno dal nessuno all’impercettibile è altrettanto vero che assaggiando due bicchieri più distanti tra loro ecco queste differenze diventare più evidenti. Questa quindi la cronostoria del Vigna Monticchio (con un grande ringraziamento a Francesco Zaganelli, responsabile della comunicazione di Lungarotti, per avermi pazientemente assecondato nelle tante domande di questi mesi).

L’inizio – L’intuizione è una di quelle che solo un grande può avere. Negli anni sessanta infatti pensare (a due passi da Perugia) non solo di vinificare un singolo cru ma anche di farlo maturare per quasi un decennio prima di commercializzalo era qualcosa al di fuori di qualsiasi logica. Chapeau, Cavalier Lungarotti.

Gli anni sessanta e settanta – Il termine “Rubesco” deriva dal verbo latino rubescere (arrossire). Un marchio di fantasia che per decenni ha rappresentato il vino umbro per eccellenza. L’unica bottiglia capace di valicare i confini regionali e nazionali ed entrare prepotentemente nella stretta cerchia dei vini di qualità italiani. Il (mitico) vigneto Monticchio si trova a Brufa, piccola località a nord-est di Torgiano, è esposto ad ovest ed ha un’altitudine di circa 300 metri sul livello del mare. Una storia che inizia nel 1971. Prima di quella data infatti il Rubesco era affiancato dalla sola menzione “riserva”. Inizialmente tra l’altro non era questo l’unico cru prodotto in cantina. Lo affiancavano il Montescosso ed il Montespinello, le vigne adiacenti. Marchi che soltanto una decina d’anni più tardi si sarebbero unificati nel Monticchio per motivi commerciali. Uvaggio? Ovviamente sangiovese e, in minor percentuale, canaiolo.

Gli anni ottanta – Una grande novità: l’introduzione delle barrique. Fino a quel momento infatti il Vigna Monticchio affinava in botti grandi di Slavonia. Invariata la permanenza nel legno: 12 mesi.

Gli anni novanta – È in questo periodo che avviene il cambiamento più grande, quello forse che marca la grande differenza tra i Vigna Monticchio di oggi e quello dei (fantastici) anni ottanta: il reimpianto. I primi vigneti infatti, risalenti all’inizio degli anni sessanta, avevano una densità di 2000-2500 ceppi per ettaro contro gli attuali 4500-5000. I carichi di uve per pianta erano quasi doppi rispetto agli attuali. Ecco quindi i vini di allora risultare più acidi, dal tannino più esuberante ed in generale più austero. Al tempo stesso le gradazioni alcoliche erano un po’ più contenute, anche se questo è effetto che va fatto risalire più al riscaldamento globale che alla vigna in sé. Inoltre nei primi vigneti le varietà non erano circoscritte, e per forza di cose sangiovese e canaiolo venivano vendemmiati contemporaneamente. Con i nuovi impianti invece vengono raccolti in momenti diversi in base alla maturazione e assemblati solo dopo la fermentazione alcolica.

Gli anni zero – L’ultimo cambiamento, quello relativo ai tempi di maturazione ed affinamento. Se infatti il tempo in legno è sempre rimasto lo stesso, un anno, si sono ridotti (di molto) i tempi di maturazione in acciaio. Oggi il Vigna Monticchio rimane in vasca solo quattro mesi invece di (quasi) quattro anni. Al tempo stesso è però rimasta invariata la permanenza del vino in bottiglia prima della sua commercializzazione: poco meno di quattro anni. Se quindi nel 2000 era possibile trovare in commercio l’annata 1990 oggi, nel 2012, possiamo tranquillamente comprare la 2006. Un bene? Un male? Ripeto, io son un fan del Vigna Monticchio a prescindere. Mi piace berlo a gran sorsi da giovane (per quanto sia giovane un vino che esce in contemporanea con le riserve di Montalcino, per dire) e mi piace lasciarmi trasportare dalla grande stoffa e profondità che sanno regalare oggi le bottiglie degli anni ottanta e novanta. Sapendo, con un po’ di rammarico, che saranno bicchieri sempre più rari.

Anteprime, il Chianti Classico (in cinque punti)

1) A volte si tende a dare per scontato il perfetto funzionamento di un meccanismo. Meglio però specificare ancora una volta: l’anteprima del Chianti Classico è quanto di meglio ci si possa immaginare per assaggiare con calma e serenità un centinaio di vini e più. La splendida Stazione Leopolda di Firenze aiuta, certo, ma organizzazione e servizio sono da campionato del mondo. Bravi, bravissimi.

2) Parola d’ordine: sangiovese. Si, anche canaiolo, colorino e di tanto in tanto un po’ di ciliegiolo. Ad assaggiare gli ultimi Chianti Classico l’impressione è quella di avere (un po’) meno a che fare con i vitigni internazionali. La strada sembra definitivamente tracciata, ed è decisamente un gran bel bere lo stesso.

3) L’annata 2010 ha regalato vini non particolarmente muscolosi, più giocati sulle finezze e meno sulla struttura. Certo, c’è anche da dire che non erano moltissimi, in tutto quarantasette, e che per una conferma definitiva bisognerà aspettare l’anno prossimo quando anche tutte le altre cantine faranno uscire questo millesimo. Per ora va bene così: leggerezza e divertimento. I nomi che mi sono segnato sono Badia a Coltibuono, Barone Ricasoli “Castello di Brolio”, Castellare di Castellina (stupendo), Fattoria San Giusto a Rentennano, Querciabella (forse più pronto di altri ma davvero notevolissimo per complessità ed ampiezza).

4) L’annata 2009 faceva la parte del leone con circa centotrenta assaggi tra riserve e non. Se mi sono fatto un’idea precisa? Al solito, no. Mi è sembrata una vendemmia particolare, difficilmente inquadrabile, con qualche acuto quà e là ed in generale molto frammentata. L’unico leitmotiv che mi sono appuntato è quello di una tannicità particolarmente incisiva, soprattutto nelle riserve. Fontodi, Isole e Olena, La Porta di Vertine, Savignola Paolina, Villa di Geggiano tra i “base”. Castellare di Castellina, Fèlsina “Rancia”, Villa Calcinaia “Vigna Bastignano” (spettacolare, uno dei due/tre assaggi della giornata) tra le riserve.

5) L’annata 2008, alla Leopolda in circa ottanta interpretazioni, è quella che il sottoscritto ha premiato di più. Non so, forse per la stanchezza e per il fatto di essere a fine giornata, ma più le descrizioni dei vini si accorciavano più, contestualmente, aumentava la media dei punteggi. I nomi sul taccuino digitale sono quelli delle riserve di Badia a Coltibuono, Caparsa “Caparsino”, Castell’in Villa “Poggio alle Rose” (che eleganza!), Castello di Ama, Fontodi “Vigna del Sorbo”, Vignamaggio “Monna Lisa”.

Belle le anteprime, bella l’atmosfera e la possibilità di misurarsi con gli assaggi seriali dedicati ad una tipologia. Il sottoscritto però si ferma qui. Il lavoro (quello vero) chiama e salvo miracoli dell’ultimo minuto mi sarà impossibile partecipare a quella del Nobile di Montepulciano, giovedì, e quella del Brunello di Montalcino, venerdì. Chissà, magari la prossima volta.

Foto: Consorzio Vino Chianti Classico

Anteprime, la Vernaccia di San Gimignano

Durante l’anno in effetti non è che abbia tutte queste possibilità di assaggiare una Vernaccia di San Gimignano. Vuoi perchè da queste parti non è particolarmente diffusa, anzi (nonostante i circa cinque milioni di bottiglie prodotte). Vuoi per il ridotto numero di produttori (una settantina). Vuoi per la distanza (quando guardo ad ovest la tentazione di fermarsi prima, nel Chianti Classico, ma anche a Montepulciano o Montalcino è forte). Eppure l’anno scorso, la mia prima volta all’anteprima, ero rimasto piacevolmente colpito da quei vini così dritti, solari ed espressivi.

Quest’anno poi è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Se infatti pensando alla vendemmia del 2011, l’ultima, il pensiero volava a grande caldo, a probabili surmaturazioni, a possibili vini cotti e concentrati è bastata la prima batteria per ricredermi e continuare ad assaggiare, decisamente entusiasta. Se infatti l’unico limite del 2011 è quello di aver regalato vini forse meno longevi e complessivamente (già adesso) piuttosto pronti è anche vero che sono vini molto freschi, sapidi, caratterizzati da note agrumate che invitano all’assaggio, equilibrati e piacevolissimi.

Sul taccuino mi sono segnato quella di Mattia Barzaghi per La Mormoraia e quella de La Mormoraia stessa, quella de La Lastra, quella di Cappella Sant’Andrea, quella di Panizzi, quella di San Quirico, quella di Vagnoni, quella di Fontaleoni.

Note to self: da qui all’estate cercare di comprarne qualcuna.

Anteprime, il Chianti (no, non quello Classico)

Sono praticamente appena tornato da Firenze: ieri pomeriggio (per la prima volta) il Consorzio del Chianti (quello allargato) aveva organizzato una sorta di anteprima. Una presentazione del territorio e dell’annata, la 2011. L’idea era ed è quella di promuovere un territorio estremamente produttivo ma che, al tempo stesso, sembra essere sempre un po’ ai margini della comunicazione del vino toscano. La data tra l’altro non era casuale, si inseriva appena prima di tutte le altre anteprime, da San Gimignano al Chianti Classico, Dal Nobile di Montepulciano al Brunello di Montalcino. Giornalisti presenti: a pacchi, gran parte dei quali (tutti?) erano ospiti del consorzio stesso, il sottoscritto compreso.

E sapete cosa? Nell’arco di un pomeriggio io non sono neanche lontanamente riuscito a farmi un’idea precisa. Per capirci, il Chianti DOCG racchiude circa duemilaseicento aziende, ci sono quasi undicimila ettari di vigna iscritti alla denominazione che complessivamente producono qualcosa come ottanta milioni (!) di bottiglie all’anno. Presenti all’anteprima a Palazzo Borghese c’erano una cinquantina di aziende precedentemente selezionate dallo stesso consorzio, appena il due per cento del totale.

Dopo la lunga conferenza stampa ho timidamente assaggiato una quindicina di campioni “atti a diventare Chianti DOCG 2011”. Inizialmente entusiasta, bicchiere dopo bicchiere mi sono reso conto dell’oggettiva impossibilità di valutare un’annata difficile come quella appena trascorsa. Non (solo) per l’ampiezza della denominazione, neanche per le diverse interpretazioni presenti (dai vini più cotti a quelli che invece mantenevano una certa fragranza), quanto per il fatto fossero vini che in teoria potrebbero entrare in commercio tra poche settimane ma che nella pratica saranno destinati ad un ulteriore (anche lungo) affinamento in cantina prima di vedere il mercato.

Girando invece tra i banchi d’assaggio e bevendo molti Chianti 2010 mi sono subito riappacificato con la tipologia. Ho trovato infatti alcune aziende capaci di proporre un vino fresco, caratterizzato da una bella acidità, un vero sangiovese giovane a prezzi davvero irrisori, mai oltre gli otto euro al termine della filiera. Ok, si, c’erano anche un sacco di cantine che proponevano vini non particolarmente armonici, spesso troppo spinti sulle morbidezze. Piacevoli, certo, ma da un Chianti d’annata io mi immagino grande beva e poca struttura. Più florealità che speziatura. Acidità e freschezza.

Mi sono anche segnato qualche nome: Fattoria Le Sorgenti, Le Querce, Malenchini, Castello di Gabbiano. Ma a posteriori mi sarebbe piaciuto assaggiare con più calma i 2011, magari dividendo gli assaggi per zona di produzione: dai Colli Fiorentini agli Aretini, dai Senesi alle Colline Pisane, Da Montalbano a Rufina e Montespertoli. Chissà, magari l’anno prossimo.

Vini scolpiti dall’ossigeno

Misurarsi con il tempo è forse la sfida più grande. Tanti i rischi ma, a volte, enormi le soddisfazioni. L’occasione è stata quella di una recente degustazione, la volontà quella di godere “di una bellezza in bilico, ambigua ma ancora viva e legata ad un compromesso estremo quanto misterioso come quello con l’insidia dell’aria“. Il risultato sconcertante per le straordinarie finezze incontrate. Ma è questo, bellezza, l’incanto evolutivo dei vini bianchi.

Prosecco “sur lie” Casa Coste Piane 2006. Stupefacente per tenuta, è calcareo, cremoso, leggiadro, ancora teso. Avvolge, in bocca l’incontro è quello tra un’anima più dolce, comunque morbida, ed una più salata.  ****+

Ferrari, “Giulio Ferrari” Riserva del fondatore 1991. Ho già detto, quello che rimane è la splendida eleganza ed autorevolezza di un metodo classico assoluto, definito come pochissimi in tutte le sue sfumature. *****

– Trebbiano d’Abruzzo Valentini 1983. Annata forse minore ma lui c’è, con tutta quella sapidità salmastra, travolgente per forza emotiva. ****+

Gaspare Buscemi, “Alture” Riserva massima 1987. Un pinot bianco sorprendente, ricco di note fruttate affiancate da una mineralità gessosa mai stanca. Sapido, dritto ma al tempo stesso delicato, ha un bellissimo svolgimento lungo tutto il palato. ****

Verdicchio dei Castelli di Jesi Villa Bucci Riserva 1988. Note candite, agrumate e minerali, caratterizzate da un’evoluzione affascinante. In bocca è travolgente per sapidità, paga qualcosa in lunghezza. ****

Collio Goriziano I Clivi, “Brazan” 1997. La terra ed il mare, sostanza e leggerezza. Naso fantastico per profondità e complessità, in bocca è teso, c’è tutta quell’acidità e quella lunghezza che non ti aspetti. Sorprendente, trascinante. *****

Soave Classico Pieropan, “La Rocca” 2000. Opulento, di grande materia, a tratti barocco. Note di miele introducono ad un grande assaggio, di tensione e di lunghezza. ****

Verdicchio dei Castelli di Jesi Il Coroncino 2001. La sorpresa. Naso invernale, evoluto ma mai stanco grazie ad una mineralità da manuale. Teso, sapido, espressivo nonostante il suo essere così secco, a tratti austero. ****+

Etna bianco Benanti, “Bianco di Caselle” 2004. Leggerezza, mineralità e freschezza. Inaspettato, sorprendente (a quel prezzo, poi). ****

Pouilly Fumè Didier Dagueneau “Pur Sang” 2005. Meglio del 2004, più definito, fresco e divertente nel rincorrersi. Vabbè, il mio sauvignon preferito. *****

Il Pecorino di Offida (il 2010, nello specifico)

Allora la trasferta ad Offida dello scorso weekend è stata anche l’occasione per una degustazione, domenica mattina, di circa venticinque pecorino. E guardate, avevo anche cominciato a scrivere un post fatto di impressioni ed osservazioni ma, dopo solo poche righe, ho capito che avrei fatto prima a rimandarvi all’impeccabile report di Mauro Erro. Lì c’è davvero tutto.

Volendo fare un brevissimo riassunto di quello che avrei scritto, aggiungo solo che si, si può parlare di un tratto comune nel Pecorino DOCG di Offida. Vini non aromatici ma comunque caratterizzati da una certa ricchezza espressiva, da una certa acidità (niente di particolarmente tagliente, chiaro) e da una vaga sensazione di dolcezza, quasi ad ammiccare all’assaggiatore (ecco, a questo punto ci sarebbe da aprire una parentesi su quanto scritto rimandi immediatamente al trebbiano spoletino, anche se questo ha una struttura diversa, più incisiva nell’esprimersi).

I nomi che mi sono segnato, una volta scoperte le etichette, sono: il “Rugaro Gold” della Cantina dei Colli Ripani, il “Villa Piatti” di Collevite, il “LiCoste” di Domodimonti, San Filippo, il “Kiara” di San Giovanni.

Il Grecomusc’, sole e terra

Riprendo direttamente dalla Guida ai vitigni d’Italia di Slow Food: “Greco Muscio, Rovello bianco e Roviello sono alcuni dei termini con i quali veniva identificata questa varietà a bacca bianca recentemente riscoperta e vinificata in purezza dalla cantina Contrade di Taurasi di Sandro Lonardo (..) è diffuso in maniera molto limitata: si possono trovare pochi isolati filari o più spesso singoli ceppi sparsi all’interno di vigneti molto vecchi, quasi sempre allevati su piede franco.

L’anno scorso era stato il 2007 a conquistarmi, tanto da fare una deviazione direttamente in cantina per prenderne qualche bottiglia e scriverne subito dopo su Intravino. Quest’anno, la settimana scorsa, l’approfondimento era in seno a Vini nel Mondo, a Spoleto. Quattro annate per fare il punto, per scoprire ancora più a fondo questo meraviglioso vino bianco campano. Tra sole e terra, mineralità e luminosità, il Grecomusc’ è sempre composto, sempre in equilibrio senza perdere la tensione che lo contraddistingue. A tratti viscerale, non esprime mai un frutto sfacciato. E’ sottile, si distende lungo un ampiezza che può andare dal limone al miele, dal bergamotto al cumino. E poi ferro, gesso, a tratti zolfo. Un acidità veemente ed una freschezza pungente accompagnano un assaggio capace di rincorrersi, mai stanco, mai domo.

A voler scegliere il 2008 appare oggi in una forma smagliante, capace di regalare un’intensità mediterranea a tratti sorprendente. E poi il 2006, più delicato, capace di avvolgere e convincere. Ma è sempre un vino splendido, tra i migliori rapporti tra spesa e soddisfazione che io conosca.