Expo 2015 tra Moretti e Poretti

La presenza di Birra Moretti a Expo 2015, in qualità di Official Beer Partner, sarà all’insegna della valorizzazione della cultura alimentare italiana e della promozione dei nostri giovani chef nel mondo.

Tradizione, eccellenza, innovazione e sostenibilità sono gli ingredienti speciali della ricetta di successo che Birrificio Angelo Poretti ha preparato per i sei mesi in cui sarà Birra Ufficiale di Padiglione Italia a Expo 2015.

Ricapitolando: MORETTI -Gruppo Heineken, con la emme- è Official Beer Partner della manifestazione. PORETTI -Gruppo Carlsberg, con la pi- è la birra ufficiale di Padiglione Italia. Dopo il post dell’altro giorno su Intra sto cominciando piano piano a capire le dinamiche delle sponsorizzazioni all’esposizione di Milano (stima).

In breve: Expo 2015 come fondamentale fonte di ispirazione.

Palla al centro

Solo due giorni fa segnalavo lo spot realizzato dalla Budweiser contro il fenomeno delle birre artigianali e andato in onda durante l’ambito intervallo del Super Bowl. Ci è però voluto pochissimo per veder apparire su You Tube una risposta degna di questo nome. L’hanno realizzata quelli di Hopstories, rimettendo così la palla al centro (via Papille Clandestine).

Il libro dell’estate: Degustare le birre, di Randy Mosher

È stato un insieme di fortunate coincidenze a farmi avvicinare, durante l’ultimo anno o poco più, al mondo della birra artigianale. Un universo di cui tutt’ora ho solo cominciato ad intuire le tantissime sfumature e che trovo straordinariamente affascinante. In particolare qualche mese fa assaggiando alla cieca una Saison al pub vicino casa e scambiandola per una Pale Ale (eh, sì, faccio pubblica ammenda) mi sono reso conto di quanto avessi bisogno non solo di provare più birre possibili ma anche di studiare i rudimenti della produzione e le differenze (anche storiche) tra gli stili di riferimento.

Tempo zero ed ecco individuato il libro adatto: “Degustare le birre” (sottotitolo: tutti i segreti della bevanda più buona del mondo) di Randy Mosher è volume davvero imprescindibile, che mi ha accompagnato nelle ultime settimane sotto l’ombrellone e che consiglio a mia volta a chiunque, dal vino, abbia voglia di approfondire tutti i segreti dell’altra bevanda più buona del mondo (faccina).

Una folgorazione quindi. Se infatti da una parte ho trovato molto difficile seguire il filo dei capitoli più tecnici, mi riferisco ai procedimenti produttivi, dall’altra si tratta di volume ricco (ricchissimo) di informazioni utili a chi, come me, doveva partire dalle basi. Dal vocabolario dei termini brassicoli fino alle fasi della degustazione con particolare riferimento ai colori, agli aromi e ai sapori. Per non parlare poi della parte finale, forse quella che ho letto con maggiore attenzione, quella sugli stili. Dalle Ale britanniche e dalle Lager fino alle birre belghe e al capitolo sul fenomeno della birra artigianale negli Stati Uniti, probabilmente il luogo che ha dato il via negli Anni ’60 a questo meraviglioso fenomeno. In chiusura c’è poi un capitolo scritto da Lorenzo Dabove per la sola edizione italiana dedicato al Made in Italy ed il suo ricco movimento.

Pubblicato grazie al contributo del MoBi, su Amazon viene via a 21 euro (e non esiste in formato elettronico). Alla Feltrinelli credo di averlo pagato un paio d’euro in più.

La Oude Geuze di De Cam

Se è vero che una volta arrivati ai lambic e derivati non è così facile tornare indietro, è anche vero che da quelle parti c’è davvero da divertirsi nello scoprire le tantissime sfumature che differenziano questo o quel birrificio. Io per esempio ci sono arrivato tardi, alle birre di Karel Goddeau e più in generale di De Cam. Si tratta di una piccola guezestekerij pochi chilometri ad ovest di Bruxelles, una realtà nata negli anni novanta che da subito si è distinta per la chiara impronta tradizionale del proprio lavoro. Membro fondatore della HORAL, the High Council for Artisanal Lambic Beers (traduzione di HOge Raad voor Ambachtelijke Lambikbieren), se le birre targate De Cam erano inizialmente frutto di un assemblaggio di lambic provenienti da Boon, Girardin e Lindemans, oggi può vantare una propria produzione a Drie Fonteinen (fonte: Mondo birra). La curiosità riguarda le grandi botti in cui matura, tutte da dieci ettolitri precedentemente usate nel famoso stabilimento ceco Pilsner Urquell.

La Oude Geuze stupisce per non solo per spessore ma anche e soprattutto per tutta la suadente complessità che riesce ad esprimere: toni agrumati, note selvatiche di torba, tracce tanto floreali quanto animali introducono ad un assaggio pieno, ruvido, appagante. Dalla spiccata acidità, ha esattamente la stoffa necessaria per bilanciarne la veemenza. Rock’n’roll, invita a tornare sul bicchiere grazie ad una freschezza affatto scontata. Profondissima, è birra che ho amato immediatamente.

Sono stato a Bruxelles e sono sopravvissuto

Questo post potrebbe iniziare e finire così: vale la pena salire su un aereo e volare a Bruxelles solo per visitare Cantillon. Tutto il resto è un piacevolissimo contorno. O magari no, perchè in fondo quello che mi interessa non è tanto celebrare uno dei birrifici più famosi del mondo, vera e propria meta di pellegrinaggio per tutti gli appassionati, quanto una tipologia -quella dei lambic- che certamente nel quartiere di Anderlecht trova il suo interprete più rilevante. Un attimo. Va infatti precisato che tutto questo continuo viaggiare, visitare cantine, discutere a bicchieri pieni, confrontarsi con amici e con produttori ha a che fare con uno degli aspetti del vino (e della birra) che mi affascinano maggiormente: la rifermentazione in bottiglia. Quella “sporca”, contadina, senza alcun sboccatura. El vin col fondo, come lo chiamano nei territori storici del Prosecco. Il come, il quando, il perchè ogni aspetto porti inevitabilmente ad un risultato differente. Oh, nessuno poi che la pensi alla stessa maniera: potete ascoltare Camillo Donati, Vittorio Graziano, Luca Ferraro, Giovanni Frozza, Loris Follador o il giovanissimo Christian di Ca’ dei Zago, solo per citare alcune delle soste più recenti, ed ognuno difenderà a denti stretti la propria come la tecnica migliore. Non in assoluto, quella che però più si adatta al proprio percorso ed alla propria idea di vino. È infatti al vino che va ogni pensiero mentre te ne stai lì, imbambolato davanti alla grande vasca di raffreddamento di Cantillon. Il luogo dove succede ogni cosa. Si tratta di una vasca di rame molto grande, larghissima e dai bordi particolarmente bassi, capace di contenere gli oltre settemila litri di mosto che dopo la bollitura ed una prima e grossolana filtrazione vengono pompati al suo interno. Ovviamente la forma è funzionale al suo scopo: permettere al mosto di raffreddarsi e al tempo stesso di venire in contatto con i lieviti che sono naturalmente presenti nell’ambiente. Si tratta infatti di una stanza senza finestre vere e proprie, un sottotetto in cui lo scambio d’aria con l’esterno è continuo grazie alle grandi feritoie presenti sui lati (vedi foto). È qui che il mosto viene letteralmente colonizzato dai lieviti tipici della zona, quegli organismi che porteranno alla successiva fermentazione alcolica in grandi botti di rovere (per la cronaca, per la rifermentazione Cantillon -come tutti i produttori più tradizionali- aggiunge in imbottigliamento una piccola quota di birra giovane, ancora ricca di zuccheri). Se esiste un contatto tra il (grande) vino e la birra è certamente questo: il mosto, l’ossigeno, i lieviti, il tempo. La tecnica in funzione del luogo. E guardate, bisogna davvero andarci, a Bruxelles, anche per sentire l’odore all’interno del birrificio. Un aroma leggermente acre, profondo, a cui qualunque appassionato di vino non può rimanere indifferente. L’odore che si avverte in ogni grande cantina.

La Oude Gueuze di Tilquin

Una recente visita al pub dietro casa mi ha permesso di uscire un attimo dal tracciato segnato dai Lambic di Cantillon (seguirà post) per assaggiare un paio di birre su cui non tornavo da tempo. E se una -la Oude Geuze di 3 Fonteinen- peccava di una certa gioventù, era ancora piuttosto sgraziata ed irruenta, l’altra mi ha letteralmente entusiasmato per equilibrio, carattere e -incredibile a dirsi- eleganza.

Tra l’altro, ed è forse l’elemento che stupisce di più, Tilquin non è solo una realtà giovanissima, è nata solo nel 2009 a Bierghes (ad una cinquantina di chilometri ad est di Bruxelles), ma si tratta di una “blendery”. Non un birrificio vero e proprio ma un luogo in cui diverse birre provenienti da luoghi mitici come Boon, Lindemans, Girardin e Cantillon vengono lasciate maturare e successivamente assemblate fino alla composizione del blend finale, quello che andrà in bottiglia. Tutto questo è possibile grazie al lavoro di Pierre Tilquin, trentasette anni, un ingegnere genetico che ad un certo punto ha mollato tutto per andare ad imparare i segreti del Lambic lavorando in alcuni degli stabilimenti da cui oggi acquista la birra.

Solare, è Gueuze che non cerca tanto la strada della dolcezza quanto quella dell’armonia grazie ad un ingresso particolarmente gentile cui fanno seguito note di fieno, di agrumi, di crostata appena sfornata. E poi è uno dei rarissimi casi in cui è possibile parlare di morbidezza ben integrata all’assaggio, così tracciato da un’acidità definita e lunghissima. Luminosa quindi, probabilmente più accessibile rispetto alla veemenza di altre Gueuze senza però apparire mai ruffiana. Il contrario, direi: qui c’è tanta classe.

Una bella storia, quella della Fabbrica della Birra Perugia

Visto che è argomento non particolarmente off-topic, riporto pari pari il mio consueto editoriale uscito sul numero di maggio di Piacere Magazine.

Precisazione necessaria, ho seguito questa avventura abbastanza da vicino e conosco piuttosto bene alcuni dei suoi protagonisti. Quindi sì, nel raccontarla sono molto probabilmente di parte. Tuttavia non avevo pensato di dedicare alcuna riga alla cosa fino a ieri sera, quando per la prima volta ho assaggiato (da leggersi anche come: bevuto con avidità) la loro deliziosa Golden Ale, bottiglia uscita dalla primissima cotta.

La storia della Fabbrica della Birra Perugia ha radici lontane, nasce infatti nel 1875 per iniziativa del milanese Ferdinando Sanvico. Si trattava di una produzione solo lontana parente di quella che conosciamo oggi, pensate che in quegli anni l’azienda aveva sede nella centrale via Baglioni ma utilizzava i vicini depositi di neve ubicati nei sotterranei della Rocca Paolina per la maturazione e la conservazione della birra in appositi fusti di rovere. Altri tempi.

In pochi anni la “Fabbrica” ebbe però un grande successo: da una parte la centralità del locale si rivelò strategica, era lì che gran parte della birra veniva venduta, dall’altra la sua fama aveva superato i confini regionali e le sue erano birre richieste in gran parte dell’Italia centrale. Fu così che nei primi del novecento, coinvolgendo altri imprenditori cittadini, si decise di fare il grande passo e trasferire la sede in Via Bartolo e nei grandissimi locali che si estendevano attraverso le cantine che dal teatro Turreno si spingevano fin sotto Piazza Piccinino. Il piccolo birrificio della città aveva fatto il grande passo, era diventato grande.

Questo racconto si arrestò improvvisamente nel 1927 quando la Peroni rilevò il birrificio ed il relativo marchio, fondendolo con quello della casa madre. La sede di Perugia divenne così uno dei tanti punti di produzione ed imbottigliamento di quella che sarebbe poi diventata una delle più famose birre del mondo. Ma la storia non era finita, non del tutto almeno. Alcuni anni fa qualcuno vide per caso le vecchie pubblicità dell’epoca, disegni futuristi che raccontavano tanto un’altra bevanda quanto un’altra epoca, e si innamorò di un’idea, quella di una birra artigianale indissolubilmente legata al territorio che la vede nascere, la sua città. Nasce così, ottantasei anni dopo, la nuova Fabbrica della Birra Perugia. Una Golden Ale di grandissima beva ed un’American Red Ale gustosa e profonda sono le prime due bottiglie uscite dalla sede di Pontenuovo, vicino Torgiano.

Tanto altro succederà, e da queste parti si è certi che si tratti di una storia da continuare a seguire con attenzione. È una di quelle più belle.

Lambic, Cantillon, banalità


Questa sera ero in birreria ad assaggiare un po’ di Lambic. Birre “nuove” nel senso di appena arrivate, etichette che prima non c’erano e che da oggi si vanno ad aggiungere alla buona selezione già presente. L’idea, nata tra una chiacchera e l’altra qualche giorno fa, è quella di organizzare una serata dedicata alla tipologia (si, appena avrò dettagli più precisi la segnalerò anche qui) per la prima metà di febbraio. Una piccola panoramica che quasi sicuramente vedrà protagoniste una Framboise (ai lamponi), due Kriek (alle ciliegie) e tre Gueze (nessuna aggiunta, è quella che si ottiene dalla rifermentazione in bottiglia di una miscela di lambic più giovani).

Tutto questo per dire cosa? Solo che tra i tanti assaggi di queste settimane c’è evidentemente un produttore che si è imposto in cima alle mie personalissime preferenze: Cantillon. Facile, direte, è di gran lunga considerato il più tradizionale tra i pochi produttori ancora attivi. Eppure in birreria non tutti la pensano come me, amano un’idea di birra più rotonda, meno dritta, meno “acida”. La mia sensazione è quella di avere a che fare non solo con prodotti di grande stoffa ma soprattutto di grande purezza espressiva, prodotti in alcuni casi molto magri, duri, dritti ma al tempo stesso straordinariamente eleganti.

La Rosé de Gambrinus, una Framboise fresca e al tempo stesso magnetica. O la Lou Pepe, una Kriek (ma c’è anche la versione ai lamponi) la cui fermentazione in bottiglia viene attivata da un liquore dolce e che sa essere lenta ed avvolgente. La Gueze 100% Bio da cereali da agricoltura biologica è secca, amara, pungente e lunga. E poi la Kriek, quella dell’altra volta. Insomma, per ora la cosa sta prendendo una piega inaspettata, sono birre che mi piacciono tantissimo e che mi incuriosiscono oltremisura. Mi sa che l’unica soluzione è quella di andare a Bruxelles, il prima possibile.