Bobar, un bel nome che non vuol dire niente

La verità è che Bobar non vuol dire assolutamente niente, è semplicemente un nome che ci piaceva e che pensavamo potesse funzionare. Sai.. uno di quei nomi immediati e facili da ricordare. Anzi, ti dirò, non è neanche frutto della nostra fantasia: una sera eravamo a Le Bobar, un locale in Francia, stavamo bevendo un bel po’ e insomma, alla fine tra un bicchiere e l’altro abbiamo deciso di copiarlo di sana pianta“. Le parole sono quelle di Tom Belford, giovane e vulcanico vignaiolo che, insieme alla moglie Sally, in pochissimi anni si è affermato come uno dei più validi non solo della Yarra Valley, Victoria, Australia.

Meno di tremila bottiglie, solo due vini – uno Chardonnay ed un Syrah – che spiccano per personalità, lontanissimi da qualunque idea ci si possa fare da qui, dall’Europa, sulle produzioni del “Down Under”. Il primo è davvero un piccolo gioiellino, fresco e maledettamente minerale, solare ed appagante senza mai eccedere in peso. Anzi, la sue chiavi di lettura sono proprio la sottrazione e l’equilibrio. Il 2014 assaggiato dalla botte e che adesso mentre scrivo dovrebbe essere in bottiglia si è immediatamente imposto tra le cose più entusiasmanti assaggiate nelle ultime settimane. Il secondo poi è un vero e proprio parco giochi, un vino che ogni anno racconta se non un approccio diverso al varietale quantomeno un cambiamento più o meno rilevante durante la sua vinificazione. Variazioni che vanno viste nell’ottica di un percorso la cui fine non è certo vicina, nel 2014 per dire si è addirittura arrivati ad una completa macerazione carbonica; un Syrah (più rosato che rosso) che è un mostro di bevibilità, divertente e luminoso, tratteggiato da una bella acidità e caratterizzato da una succosità forse irresistibile anche per Luca Maroni. Una macedonia di frutti rossi ed esotici impreziosita da un leggero richiamo floreale prima, piccante poi. “It’s a picnic wine, a wine you can drink all the day, you know what I mean..“, dice Sally mentre Tom apre le altre annate tra cui spicca un 2012 particolarmente dinamico, lungo e definito.

Una realtà, quella di Bobar, che brilla nel movimento dei vini naturali australiani; una nouvelle vague che ha investito un po’ tutta la nazione e che di anno in anno raccoglie intorno a sé sempre più appassionati. Ma di questo, e di molti altri vini, scriverò tra qualche giorno di là, su Intra.

Intanto, felice di essere a casa.

South Eastern Australia – Yellow Tail, Chardonnay 2005

South Eastern Australia – Yellow Tail, Chardonnay 2005Uvaggio: Chardonnay

Leggo che Yellow Tail si permette di produrre e vendere qualcosa come 90 milioni di bottiglie all’anno. Pausa. Si, ho scritto 90 milioni. E non si tratta di vino necessariamente cattivo. Ok, non è qualcosa di pazzesco, però costa poco e si lascia bere con piacevolezza. Questo Chardonnay, in particolare, è abbastanza buono, manca di quel rock’n’roll che lo farebbe diventare davvero buono, ma così è. Giallo paglierino quasi dorato, sentori super tipici (frutti tropicali in particolar modo), addolciti da un po’ di barrique. In bocca è fresco, caldo, abbastanza morbido. Industriale, praticamente.

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