La malvasia “Quattro Stati” di Marko Fon

C’era un’aria tutt’altro che primaverile, questa mattina nel Carso. In vigna, senza ombrello, la pioggia era quasi ghiacciata e la temperatura pericolosamente vicina allo zero. Intorno a noi il più rumoroso dei silenzi, quello della Bora. Un suono costante, profondo e baritonale, che avvolgeva tutto quanto e che ci costringeva ad usare un tono di voce quasi innaturale, come fossimo ad un concerto.

La melodia del Carso.

Occasione della gita la voglia di comprendere un particolare tipo di equilibrio, quello che nasce in pianta. Viti anche centenarie la cui potatura varia tantissimo, dall’unico tralcio delle piante più esili (no, non giovani) fino ad arrivare agli otto/dieci di quelle più robuste, esemplari meravigliosi per maestosità. “Ogni pianta ha un’energia diversa. Scopo non è concentrare o, al contrario, diluire ma capire quello che ognuna può dare e agire di conseguenza“. Un piccolo appezzamento, questo, appena fuori il centro abitato di Gorjansko e formato da poche decine di piante che hanno visto cambiare il mondo. Viti che sono state piantate durante la dominazione austro-ungarica e che ad un certo punto sono diventate italiane, che hanno preso il passaporto slavo e che oggi sono slovene. Il vino che ne deriva, poco più di duecento litri di malvasia, viene equamente diviso tra i due proprietari, Marko Tavčar e Marko Fon. È quest’ultimo che dopo averla fatta maturare poco più di due anni nella sua cantina di Boriano la imbottiglia e la etichetta come malvazjia “Quattro Stati”.

Uno dei vini bianchi più buoni del mondo.

Amarone della Valpolicella Classico DOC “Il Velluto” Meroni 2000

L’occasione per tornare sull’Amarone è stata durante una recente degustazione dedicata alla Valpolicella. Non ne scriverò, sono ancora troppo acerbo a proposito di questo argomento che mi vede così vicino, sono nato a Verona, ma al tempo stesso così lontano per numero di assaggi e per feeling, una scintilla mai veramente scoccata.

Volevo però segnalare un vino che si distingueva in maniera netta per slancio ed eleganza. Un vino che rispetto agli altri è stato capace di esprimere profondità ma non peso, un Amarone della Valpolicella Classico caratterizzato da un bellissimo profilo olfattivo, tutto giocato su piccole ed eleganti note rosse impreziosite da goudron e cacao, da un’acidità vibrante e da un tannino di rara precisione. Era “Il Velluto” 2000 di Meroni, una bottiglia che costa circa 35 euro o poco più e che visti i prezzi che girano in Valpolicella è chiaramente il best buy della settimana. Ma pure del mese.

Montefalco Sagrantino d’Arquata, il 1988 di Adanti

Anche oggi Sagrantino di Montefalco. Ma che ci volete fare, succede per tutta una serie di strane coincidenze che magari un vino, una tipologia, esca dalla propria agenda per mesi e poi BUM, per una settimana non si beva praticamente altro. Che si abbia la fortuna ed il privilegio di spaziare tra produttori ed annate con una facilità sconcertante. Come detto l’altro giorno sono tutti assaggi che si inseriscono volutamente in un mio personale percorso di approfondimento sulla tipologia, da queste parti c’era curiosità e interesse.

La cosa che mi piacerebbe sottolineare a proposito di questo -meraviglioso- Sagrantino di Montefalco 1988 di Adanti ha a che fare più con la sua trama tannica che la sua eleganza. Intendiamoci, si trattava di un vino stupendo, di uno dei più buoni Sagrantino mai assaggiati, bottiglia che faceva il paio con un altro grandissimo, il 1988 di Arnaldo Caprai. Un vino che alla cieca in pochissimi (io certamente no) avrebbero collocato in Umbria per la finezza dei profumi, per l’iniziale austerità che poco a poco si addolciva leggermente lasciando spazio ad un’armonia, ad una complessità, una grazia che pochi altri vini possono vantare. Quindi no, non sono qui tanto a magnificare un vino incantevole quanto ad interrogarmi ancora una volta a proposito della straordinaria evoluzione che questa tipologia sa offrire. In tanti continuano a sostenere sia solo una questione di tempo, che il tannino sia elemento che naturalmente tende ad integrarsi e che basta aspettare. Non è così, o meglio, non è solamente così. Quando un paio di anni fa ho assaggiato alla cieca diversi 2001 avevo capito quanto fosse la cantina a fare la differenza. La sapienza, l’esperienza, la comprensione dell’annata. Tutte cose che ad oggi, assaggiando Sagrantino più giovani, si riconoscono nei vini di non così tante aziende.. In quelle storiche, certamente si.

A margine, i vecchi vini di Adanti hanno alcune delle più belle etichette abbia mai visto. Ma anche di questo, che ve lo dico a fare, se ne è già parlato.

Almeno c’è il Sagrantino di Bea

Le elezioni sono andate come sono andate, lo sapete meglio di me, e io da casa non faccio altro che rimbalzare furiosamente tra programmi di approfondimento, blog, editoriali, home page dei principali quotidiani con uno stato d’animo che a seconda del momento spazia dall’isterismo alla rassegnazione. Nel mentre, con uno scenario politico mai così incerto, non posso però che registrare con piacere ed entusiasmo che il Sagrantino di Montefalco “Vigna Pagliaro” 2008 di Paolo Bea è, a sei giorni sei dall’apertura, più buono che mai. Fresco, profondo, appagante. Un Sagrantino buonissimo.

Il Forestiero, il sagrantino di Collecapretta

L’occasione per tornare a parlare di Collecapretta nasce dalla lunga degustazione di ieri sera. Ventiquattro Sagrantino di Montefalco di due diverse annate, la 2007 e la 2008. Una panoramica di cui scriverò presto e da cui sono uscito con le solite insicurezze. Da una parte ho trovato una conferma, a Montefalco è molto difficile parlare oggi di differenze di territorio, è la cantina a fare la differenza con il proprio approccio. Uno stile che in un’annata fortunata come la 2008 è capace di produrre meraviglie. Dall’altra mi sono ancora una volta scontrato con un muro e con molti vini particolarmente difficili. Come se io non riesca del tutto a capire che lingua parlare con l’uva più famosa della regione in cui vivo. Ma devo, e voglio, somatizzare l’esperienza per qualche giorno prima di scriverne.

Alla fine, era assolutamente fuori contesto, è saltata fuori un po’ per caso questa bottiglia. Le uve (anche se non è possibile scriverlo in etichetta) sono le stesse della non così lontana Montefalco e la macerazione sulle bucce è brevissima, di appena una settimana. Il risultato è un vino particolarmente goloso ed appagante. C’è tannino, ci mancherebbe, ma è elemento perfettamente integrato nell’assaggio ed anzi, se servito alla cieca dubito lo riconoscerei come tale. Probabilmente non è il vino più fine che esce dalla cantina di Vittorio Mattioli, direi anzi che si tratta di un vino particolarmente ruvido nella sua migliore accezione agricola. Un vino praticamente inesistente nei numeri, dalla vendemmia del 2011 ne sono state prodotte appena 326 bottiglie, questa era la 138. Un vino di grande beva che ha accompagnato una lunghissima chiacchierata sui vini assaggiati precedentemente e che è stato perfetto accompagnamento per una meravigliosa coratella di agnello (come piace a me, appena sfumata con un po’ di vino bianco ed impreziosita da qualche aroma).

Insomma, un sagrantino/nonsagrantino che va assaggiato per approfondire la tipologia. Un vino che insieme a quello di Calcabrina (anche quello fuori denominazione anche se per scelte produttive, non geografiche) si inserisce in questo variegato panorama targato Montefalco.

Il “Chiassobuio” 2009 di Tunia


È stato il sangiovese a farmi venire una gran voglia di tornare a scrivere di vino bevuto. Ieri sera il Rosso di Montepulciano 2010 di Poderi Sanguineto si è dimostrato in una forma a dir poco eccezionale (a proposito, nei prossimi giorni dovrò dedicare qualche riga a questa meravigliosa annata, ci sono troppe cose da dire), seguito subito dopo da La Querciola 2007 di Massa Vecchia. Un vino che piano piano sta cominciando ad uscire dal guscio protettivo che si era costruito intorno e che sta dimostrando di essere un vero e proprio monumento alla Maremma. O Le Trame 2008 di Podere Le Boncie della settimana scorsa, un vino di un’immediatezza, di una beva e al tempo stesso di una profondità disarmanti. Mi piace tantissimo.

Ma no, queste righe in realtà non sono dedicate alle tre straordinarie donne dietro ai vini appena citati ma ad una realtà che non conoscevo ed in cui mio sono imbattuto pochi giorni fa. Si chiama Tunia ed è cantina in Val di Chiana, nella parte settentrionale, in provincia di Arezzo. Mi sono messo a leggere il loro blog e mi sono appassionato alla loro storia e al loro approccio. Si tratta di un’azienda agricola abbastanza grande, si sviluppa su complessivamente venticinque ettari, nata appena tre anni fa grazie alla passione di tre giovani. Vigne vecchie affiancate ad impianti nuovi ed olivi. Ma soprattutto, è il motivo per cui sto scrivendo questo post, un sangiovese di grande fragranza, gentile nei profumi, tutto giocato su un bel rincorrersi tra acidità e polpa. Un vino che viene parzialmente vinificato in legno ma che mantiene comunque grande beva (della serie, a secchi). Si chiama “Chiassobuio”, costa poco più di dieci euro e l’annata è la 2009.

Visto e considerato che potrei arrivare in cantina in meno di un’ora il prossimo passo è certamente quello di andare a trovarli.

La Vitovska 2010 di Zidarich

Benjamin Zidarich non ha bisogno di grandi presentazioni, i suoi vini parlano per lui. Grandissimo interprete del Carso e dei suoi vitigni ogni volta che mi ritrovo a bere una sua bottiglia, che sia di vitovska, malvasia o terrano, provo partiolare godimento. Che bello.

Questa 2010 non è che l’ennesima conferma di un vignaiolo capace di sintetizzare dentro un bicchiere un po’ tutto quello che il territorio ed il vitigno sanno esprimere. Roccia e luce. C’è una componente di calore, una certa macerazione sulle bucce porta ad un colore caldo e profondo, lo stesso calore che in bocca si trasforma in una sensazione coinvolgente, come fosse una sorta di abbraccio. Ma non pesa, è vino che lungo tutto l’assaggio sembra librarsi trasportato dal vento, un bicchiere tira l’altro. Un vino che sa di buono, che nel suo essere per certi versi rustico è capace di essere lungo, lunghissimo in un modo che definirei (quasi) struggente.

Pare che il Carso sia magnetico, che sappia prima coinvolgere, dopo rapire. Roccia e luce, ma anche il mare a fare da sfondo, mai da sottofondo. Per quello che vale, questa bottiglia ne è l’ennesima dimostrazione. Lasciatemi qui.

Un aggiornamento dal fronte

Sole, freddo e sopratutto tanta neve. Insomma, le condizioni fuori dalla finestra sono perfette per prendere la tavola sotto braccio e non passare neanche un secondo in più davanti allo schermo del laptop. Ma va così, e questa mattina ci sono cose da fare, email da inviare, telefonate da ricevere. Andrà meglio domani.

Nel frattempo qui in Trentino si bevono quasi esclusivamente cose locali e il fatto di essere accompagnati da diversi amici permette di aprire più bottiglie al giorno. La presenza poi di una tra le enoteche più fornite della zona a due passi da casa aiuta la scelta e garantisce un divertimento costante e praticamente ininterrotto. Grandi conferme sul fronte del pinot nero, per esempio. Da Mazzon i nomi scolpiti nella pietra rimangono quelli di Gottardi e di Carlotto. Un po’ più stanco e sicuramente meno dinamico quello della Cantina Produttori Termeno, proprio lì di fronte. Outsider solo per zona di provenienza, ormai è appurato sia tra le più buone interpretazioni italiane, quello di Elisabetta Dalzocchio. Il 2008 è ancora una grandissima goduria, succoso ed elegante, impossibile resistere ad un altro bicchiere.

Dal mondo del teroldego un’altra bella conferma si chiama Cipriano Fedrizzi. Anche questo stupisce per la grandissima beva, il 2010 sembra appena meno strutturato ma al tempo stesso più elegante del 2009. Molto buono anche il 2011 di De Vescovi Ulzbach. Non lo conoscevo e se forse è più composto del primo rimane un bell’esempio di questo vitigno così poco considerato fuori dai confini regionali. Un po’ meno espressivo il 2009 di Barone de Cles, ma voglio tornarci con più calma. Senza grande slancio e in generale non in grande forma, ma ho il vago dubbio fosse bottiglia un po’ così, il Granato 2008 di Elisabetta Foradori. Peccato (con quello che costa). Pescando tra gli altri rossi bevuti in questi giorni impossibile non sottolineare con il pennarello nero un magnifico “Esegesi” 2007 di Eugenio Rosi. Un blend di merlot e cabernet sauvignon giovane ma già adesso di grande, grande espressività. E poi il Donà Rouge, sempre 2007, di Hartmann Donà. Una sicurezza.

Tra i bianchi non posso dire di aver spaziato molto. Posso solo, non senza accorgermi della banalità di tale affermazione, dire di aver trovato sempre buonissimi i vini, TUTTI, di Terlano e di Kuenhof. Dal sauvignon “Quarz” al pinot bianco “Vorberg” passando per i base (ma solo di nome) rimane una cantina di cui non posso fare a meno. Di Peter Pliger invece ho amato un sylvaner 2011 mostruosamente minerale, datemene ancora (ma vedete, ecco, come si fa a non nominare anche il riesling e il veltliner?). Bello anche il 2009 “Isidor” di Fanti, un incrocio manzoni che ridisegna ai miei occhi la tipologia.

Altro? Giusto due bolle: il 2002 “Hausmanoff” di Haderburg rimane un po’ un riferimento anche se in altre annate me lo ricordavo con più slancio. La vera sorpresa, e di questo devo ringraziare il grande sommelier Roberto Anesi, si chiama “Nature” di Bellaveder. Un pas dosé targato 2008 che dentro ha tutto quello che si può cercare nella tipologia.

Per adesso è tutto, ci vediamo tra poco. Torno presto.

Vino Nobile di Montepulciano Riserva DOCG Crociani 2001

È capitato raramente che lo stesso vino, della stessa annata, passasse su queste pagine per più di una volta. In particolare mi rendo conto che forse la cosa acquista ancor meno senso se l’occasione è quella di ribadire quatto già affermato: il Riserva 2001 di Crociani è il Nobile più buono che io abbia mai assaggiato. Era già così tre anni fa (e nel frattempo ho bevuto bottiglie anche ottime di diverse altre cantine) ed oggi è migliorato ancora.

Il rimpianto poi è grandissimo nel pensare che questa era l’ultima bottiglia in cantina perchè, da subito, l’impressione è stata quella di avere a che fare con un vino dalle potenzialità evolutive davvero impressionanti. Vivo, scalpitante, fresco, meravigliosamente energico ed elegante al tempo stesso. E lungo, lunghissimo.

Rosso di Montalcino DOC “Fascia Rossa” Biondi Santi 2002

Uno: il 2002 è un’annata che mi affascina, mi sono imbattutto in bottiglie talvolta sorprendenti (si, anche quella volta) e questa poteva essere un’occasione giusta. Due: è bottiglia oggi piuttosto difficile da trovare. Appena l’ho vista sullo scaffale, in enoteca, non ci ho messo molto a convincermi: a poco più di trenta euro poteva essere uno degli affari dell’anno.

E invece no. Oddio, si trattava di un vino certamente interessante, molto autunnale nel raccontarsi ma che mancava di grip, di acidità, di allungo. Un vero peccato, anche perchè il “Fascia Rossa” di Biondi Santi, a differenza del Rosso di Montalcino, è bottiglia che viene prodotta solamente nelle annate peggiori, quando l’andamento stagionale porta ad avere delle uve ritenute non idonee alla produzione del ben più blasonato Brunello di Montalcino. È successo nel 1989, nel 1992, nel 2002. Un piccolo Brunello quindi, o comunque qualcosa di vagamente simile. Un vino che apriva su sensazioni certamente fruttate e che virava velocemente verso il sottobosco, che subito sembrava mostrare grande complessità ma che invece non si è dimostrata tale. Come fosse fermo. Un assaggio certamente piacevole, ci mancherebbe, ma che non riusciva a volare.

Insomma, se capitasse anche a voi di incontrarlo dimenticato su qualche scaffale il consiglio è quello di passare oltre. No regrets.