A proposito del Vinupetra

Beh, quello che è certo è che il Vinupetra è vino che non lascia indifferenti. Impossibile infatti fare finta di niente quando lo si ha nel bicchiere tale è la sua forza, la sua intensità e la sua – se volete – impetuosa eleganza. Nerello cappuccio e nerello mascalese provenienti da un vigneto considerato come mitico, un appezzamento composto quasi esclusivamente da vigne centenarie che producono pochissimi grappoli per pianta e che Maurizio Pagano, storico collaboratore di Salvo Foti, conosce, ve lo posso garantire, a memoria, una per una. Vi ricordate? È passato poco più di un anno da quel giro in jeep che porto ancora così vivo negli occhi e nelle mani, impossibile cancellare le sensazioni date dalla tatto e dall’accarezzare quelle vigne così imponenti.

Un vino che divide? Non credo. Quello che è certo è che si tratta di bottiglia che porta con sé un sacco di Etna, e mi riferisco proprio a sensazioni olfattive che ricordano il vulcano e ad una stoffa, in bocca, che solo i grandissimi possono permettersi. Inizia sempre lento, quasi monolitico, anche il 2007 dell’altra sera. Ma con il passare dei minuti ecco fare capolino un’appassionante fusione tra toni vulcanici e linfatici per un profilo olfattivo di una classe sopraffina. In bocca poi è un mostro di complessità e tensione, ci sono acidità e sapidità mai fini a se stesse ma integrate al sapore del vino. Gustoso, vellutato, elegante. Un vino caratterizzato da un grande slancio che sempre, sempre, porta con sé una certa idea di ancestralità.

Riportatemi là, il prima possibile.

Il Sodaccio 1988 di Montevertine


Non è chiaro cosa successe in quei primi giorni di autunno del 1988, quello che è certo è che a causa di alcuni dissapori Sergio Manetti non chiamò la squadra che era solita vendemmiare a Montevertine. In piena emergenza fu quindi il non ancora maggiorenne figlio Martino, insieme ad un nutrito gruppo di amici e compagni di classe, a portare in cantina tutta la raccolta di quella che ancora oggi è considerata una delle annate del secolo, non solo a Radda ma in gran parte dell’Italia Centrale.

Il Sodaccio è il nome di una vigna piantata nel 1972 e totalmente rinnovata nel 2000, un appezzamento di circa un ettaro e mezzo adiacente quello de Le Pergole Torte. Vigna ricca di significati, primo tentativo di “cru” aziendale nato su specifica richiesta di Giorgio Pinchiorri per l’omonimo ristorante di Firenze, è vino che è stato prodotto dal 1981 al 1998, fino alla sua dismissione a causa di una malattia che aveva attaccato gran parte delle sue viti. Un vino che non c’è più quindi, un assemblaggio di sangioveto (come amano chiamare il sangiovese a Montevertine) e canaiolo che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, è spettacolare per tenuta e per profondità. Un assaggio caratterizzato da una balsamicità dolce, ancora segnato da richiami fruttati e soprattutto floreali di grande, grandissima, finezza. Un sorso meraviglioso, tanto generoso quanto reattivo, tenero e pungente. Un vino che tra l’altro sembra essere in un momento perfetto della propria evoluzione, così equilibrato e disteso fino alla fine. Un vero abbraccio.

(con un grande grazie a Martino Manetti e la moglie per l’ospitalità, per il pranzo, per le tante bottiglie stappate)

Il Sur Lie Alpino di Furlani

E insomma non credo ci sia bisogno di ribadire il mio debole per i sur lie (eh? tu che mi leggi non sai di cosa sto parlando? prova a dare un’occhiata qui). Spesso, non sempre, trovo siano vini di rara schiettezza, caratterizzati da una beva travolgente e da una levità del tutto particolare, una grazia che a volte sembra fare parte del loro DNA.

La bottiglia di oggi viene dalle colline di Trento, la produce Matteo Furlani con la collaborazione di Danilo Marcucci e beh, è un altro vino che già al primo sorso mi ha letteralmente conquistato. Si tratta di un rifermentato in bottiglia da uve bianche raccolte l’anno scorso, nel 2012. Un vino la cui fermentazione si interrompe naturalmente con l’arrivo dell’inverno e che riparte in bottiglia con il salire delle temperature primaverili. Un sur lie che viene quindi prodotto senza l’aggiunta di lieviti selezionati e/o zuccheri e senza l’aggiunta, in nessuna fase della vinificazione e/o dell’imbottigliamento, di anidride solforosa (argomento su cui devo tornare quanto prima).

Un assaggio teso come mai mi sarei aspettato, tutto giocato su una certa mineralità e su toni agrumati ancora verdi, che ricordano il pompelmo e il lime. Acidità e freschezza sono sensazioni che si possono toccare con mano, che lo accompagnano proiettano lungo il palato fino ad una chiusura di rara pulizia. E se non si tratta certo di un campione in termini di complessità è anche vero che basterà aspettare alcuni mesi per trovare nel bicchiere sensazioni nuove, più docili ed avvolgenti.

A meno di dieci euro, sarà uno dei vini dell’estate.

Assaggio di qua, assaggio di là

Finalmente un momento tranquillo, a casa. L’occasione è buona per riportare da queste parti alcuni degli assaggi delle ultime settimane in un post che stavo rimandando da qualche giorno. Da una parte bicchieri che mi hanno stupito, che non conoscevo o che comunque non assaggiavo da un po’, dall’altra bottiglie arrivate a casa per gentile iniziativa di alcune cantine (in rosso, nel testo). A queste dico: sempre grazie per la considerazione.

Valtellina Superiore Riserva DOCG Sassella “Rocce Rosse” 2001 Ar.Pe.Pe.

Difficile aggiungere qualcosa a quanto già scritto da altri a proposito di questa straordinaria cantina e di questi meravigliosi vini. Il Rocce Rosse 2001 attualmente in commercio è un monumento tanto alla Valtellina quanto al nebbiolo, un vino stupefacente per eleganza, tensione, slancio. Probabilmente il miglior nebbiolo prodotto fuori dalle Langhe abbia mai assaggiato, credo che sussurrare la parola “capolavoro” non sia affatto di troppo. Non qui, non oggi. *****

Lugana DOC “Mandolara” 2012 Le Morette

De Le Morette ho assaggiato uno spumante e due vini bianchi, tutti a base di trebbiano di Soave (o turbiana, come preferiscono chiamarlo a Peschiera del Garda, Verona). Quello che sulla carta dovrebbe essere il più semplice mi ha stupito per pulizia e freschezza, per tensione e per un piacevolissimo sfondo minerale che si è dimostrato essere vero leitmotiv di tutto l’assaggio. Da bere a sorsi generosi. ****-

Maremma Toscana DOC “Astraio” 2011 Rocca di Montemassi

Avevo già assaggiato il viogner che la famiglia Zonin produce in Toscana. Allora era la vendemmia del 2008 ed era vino che avevo trovato abbastanza nelle mie corde. Questo 2011 l’ho trovato forse non altrettanto fresco ma di certo con maggiore ritmo, come se il calore dell’annata avesse facilitato l’emergere di un certo carattere maremmano, riportando in primo piano un bell’aspetto territoriale. ***+

Trebbiano d’Abruzzo DOC Emidio Pepe 2010

Oh, ma quanto è buono? Devo dire che colpevolmente torno troppo poco spesso sui vini di Pepe. E si, faccio male. Un trebbiano, il 2010, che sa essere dannatamente abruzzese, che è caratterizzato da una beva imbarazzante, che è profondo e al tempo stesso scattante. Uno di quelli che sarà bello seguire negli anni, le sorprese sono assicurate. ****

Raboso del Piave DOC “Sangue del Diavolo” 2009 Ca’ di Rajo

Bello, il raboso. È vino che scalpita, in particolare quando non intrappolato in vinificazioni troppo costringenti. È il caso del “Sangue del Diavolo” di Ca’ di Rajo, un rosso coinvolgente e reattivo, acidità e trama tannica sono elementi che al palato creano un bel rock’n’roll grazie ad un’armonia per nulla scontata. Tra l’altro di Ca’ di Rajo, cantina in San Polo di Piave, Treviso, ho avuto modo di assaggiare diverse bottiglie, tutte caratterizzate da un bello stile e da una certa eleganza, magari ci tornerò. ***+

Brut Contadino 2010 Ciro Picariello

A proposito di vini che scalpitano, mi sono accorto di non aver dedicato mai neppure una riga al Brut Contadino di Ciro Picariello. Un metodo classico a base di fiano non sboccato e commercializzato a testa in giù. Avete presente? In questo modo il residuo rimane vicino al tappo e ognuno può scegliere se servirlo “colfòndo” o se sboccarlo à la volée. Il risultato? Roba buona, da bere a secchi. ****

Il riesling de La Palazzola

Vitigno: riesling. Tecnica di vinificazione: metodo classico. Regione: Umbria. Tre cose apparentemente in antitesi tra di loro, vero? E invece no: a pochissimi chilometri da Terni, dalle parti di Stroncone, Stefano Grilli ha trovato un equilibrio ben preciso, le sue sono bottiglie eleganti, definite e reattive. Di quelle che vale la pena assaggiare.

Ero in cantina un paio di giorni fa e l’occasione è stata buona per fare due chiacchiere su questo vitigno, caso unico nella zona. Dalla prima vinificazione “ufficiale” del 1990 (un vino oggi sorprendente per come riesce a mantenere un rapporto virtuoso con l’ossigeno, caratterizzato poi da un’acidità travolgente) al cambio di rotta in cantina con l’arrivo di Riccardo Cotarella. Fino, ed era l’aspetto che forse più mi incuriosiva, ai primi approcci al metodo classico. Era il 1993. E se è vero che da La Palazzola escono molti altri vini, dal famoso taglio bordolese conosciuto come “Rubino” ai coinvolgenti vini passiti, è anche vero che è azienda che più di ogni altra, in regione, si identifica con la spumantizzazione.

Tra i tanti, dal trebbiano brut al singolare sangiovese rosé, sempre brut, il riesling è sempre quello che ho trovato più nelle mie corde. Quello che, quando mi ci imbattevo al bar, ordinavo con maggior entusiasmo. Beh, l’ho ritrovato tale e quale, e anche meglio. Il 2009 attualmente in commercio, sboccato nel 2102, è dritto come una lama, fresco e rinfrescante, caratterizzato da una profondità minerale non comune. Il 2005, sboccato nel 2010, unisce eleganza e maturità in un mix di grandissimo fascino, senza mai perdere di vista la gran beva. E poi una sorpresa: il 2006 sboccato al momento aveva una fragranza tale che mai, mai, se mi fosse stato servito alla cieca avrei pensato ad un metodo classico con sette anni sulle spalle. Complessità e forza, finezza ed avvolgenza.

Lo spumante che stupisce e che non ti aspetteresti. Non qui, almeno (quale migliore complimento).

Il Rosato d’Abruzzo “Selezione Damigiana” 2012 di Rabasco

Dice: “fammi capire, ma scrivi del nuovo rosato di Rabasco solo perchè la persona che l’ha pensato (e realizzato) è tuo carissimo amico?“. Risponde: “no, o comunque non solo: ne scrivo prima di tutto perchè mi piace l’idea dietro questa bottiglia, poi perchè – aspetto direi centrale – mi piace il risultato e solo in ultima analisi anche perchè Danilo Marcucci è un carissimo amico“.

Chiarito questo, ecco a voi la “Selezione Damigiana” 2012 di Rabasco. Ovvero una produzione limitatissima di montepulciano vinificato in rosato da vigneti nel comune di Pianella, in provincia di Pescara, Abruzzo. Non vi dice niente questo nome vero? Neanche a me, basta però dare una veloce occhiata alla mappa per scoprire che è località che confina con Loreto Aprutino e con quei vigneti. Si, esatto, e tutto comincia a diventare più chiaro. Questa vendemmia è la prima di un progetto a lungo termine, se fosse un software si tratterebbe di certo di una “beta release”. È evidente che le cose cominceranno infatti a farsi più chiare a partire dalla prossima vendemmia quando rispettivamente aumenterà il numero di bottiglie, da quella del 2012 ne sono state prodotte solo duecentottanta (!), e in vigna saranno riviste alcune piccole cose.

Racconta la bellissima etichetta: “Questo rosato nasce dalla vinificazione in bianco di uve rosse. Fermenta con i propri lieviti a temperatura libera in un tinello aperto troncoconico per sei giorni e termina la fermentazione in damigiane da 54 litri dove rimane fino alla primavera subendo solo due travasi in luna calante, uno ai primi di novembre e uno a febbraio. Viene imbottigliato a mano con la prima luna di marzo e non si aggiunge solforosa in nessuna fase della vinificazione“. Il risultato oggi, ed è prestissimo per una valutazione, racconta di un rosato che vive un interessante conflitto tra le sue parti più morbide, dolci, mature, ed un’indomabile anima sapida, praticamente salata. Due livelli di profondità che sul finale si fondono molto bene, un equilibrismo che porta ad un assaggio di spessore, coinvolgente ed appagante.

L’idea dichiarata, a partire dalla prossima vendemmia, è quella di anticipare la raccolta di qualche giorno e di cercare una maggiore tensione verso le durezze. Vedremo, quello che è certo è che le basi ci sono, eccome, e che da queste parti si seguirà con grande interesse il risultato.

E adesso scusatemi, vado a finire la bottiglia.

Verona 2013, ho assaggiato cose che non riesco a dimenticare

E ti pareva. È mercoledì e la primavera si è palesata all’improvviso, asciugando la pioggia che per due/tre giorni si è abbattuta abbastanza incessantemente su Verona. Ma va tutto bene. Io in questo momento sono sul treno che, tra un cambio e l’altro, dovrebbe riportarmi a casa nel tardo pomeriggio. Giusto così, sono stati quattro giorni di fiesta e domani mattina si rientra con prepotenza in una certa quotidianità. Nel frattempo, mentre il convoglio si lascia alle spalle Porta Nuova ripenso ad alcuni dei bicchieri che, più di altri, hanno illuminato questi giorni veronesi. Dalle manifestazioni organizzate da VinNatur e da Viniveri fino al meltin’ pot fieristico. Perchè in fondo tutto quanto dovrebbe ruotare intorno a quello che c’è nel bicchiere, no?

Il primo, uno dei più luminosi, è lo spettacolare grillo targato 2012 di Nino Barraco. Quello che sarà il “Vignamare” è un vino bianco meraviglioso, mi riporta immediatamente la mente a quella vigna, uno degli appezzamenti più spettacolari che abbia mai avuto l’onore di visitare, e alla spiaggia, al mare, al sale, al sole. Che. Vino. Pazzesco. Occhio poi ad un altro grillo, non così geograficamente lontano dal primo. Il 2012 di Cantine Barbera è forse il più buono mai prodotto nella cantina di Menfi.

A proposito di bianchi, e qui mi ricollego velocemente alla recente trasferta carsica, c’è un produttore che mi ha stupito più di altri. Dall’annata 2009 ha tirato fuori due vitovska meravigliose per finezza e per complessità. Vini tesi e poliedrici, davvero splendidi. Paolo Vodopivec, punto e a capo.

Grazie a Maria Grazia Melegari sono poi tornato ad innamorarmi di Soave e della Garganega. Il “Vigne della Brà” 2010 di Filippi brilla per profondità e slancio. Uno dei più buoni Soave che ricordi, un vino che è potenzialmente anche migliore del 2006 assaggiato sempre a Villa Favorita. E se anche mi sbagliassi di qualche punto fidatevi, dimenticatene un cartone giù in cantina per un po’. Poi ne parliamo.

Appagante e rinfrescante il Lambrusco di Sorbara “Falistra” di Podere Il Saliceto. Affascinante per eleganza il Brunello di Montalcino 2008 “Madonna delle Grazie” de Il Marroneto. Pazzesca per definizione, intensità e classe la barbera 2006 de La Stoppa. Per non parlare del rosso 2010 di Alessandro Dettori. Anzi no, parliamone. Ma come fa? Davvero, lì dentro c’è una stoffa difficile da trovare altrove. Un cannonau che unisce grazia, eleganza, profondità ad uno spiccato (e meraviglioso) carattere mediterraneo. Wow.

Dalla vendemmia 2011 Saša Radikon ha tirato fuori altri due grandissimi vini. Lo Slatnik in particolare mi ha stupito non solo per freschezza e complessità ma anche per la grandissima personalità. Sono proprio i suoi vini, non c’è niente da dire. In questi anni avevo un po’ perso di vista il lavoro di Vanni Nizzoli di Cinque Campi. Ho trovato vini bianchi molto precisi, puliti, sfaccettati. Su tutti il metodo classico, il “Particella 128”. Per rimanere in tema, buonissimo anche il “Dosaggio Zero” di Letrari, un Trento Doc dritto ed elegante, uno di quelli che torneresti sempre ad assaggiare.

E poi che bello trovare piacevoli conferme, vini già assaggiati nel corso degli ultimi dodici mesi che non hanno fatto altro che riproporre quanto di buono avevo pensato al primo bicchiere. Il Faro 2010 di Bonavita, il Cirò Riserva 2008 di ‘A Vita, il rosato 2010 di Massa Vecchia, il prosecco 2011 di Casa Coste Piane.

Poi certo, questi sono tutti assaggi che neanche lontanamente vogliono rappresentare un minimo senso di completezza. Mai come quest’anno ho assaggiato poco, lasciando più spazio alle parole che ai bicchieri. Quattro giorni di fiesta, come dicevo. Va tutto bene.

Don Michele, il magliocco di Antonietta Tibaldi

Per una fortunata serie di coincidenze qualche tempo fa ho ricevuto una bottiglia di una tipologia che non conosco così bene ma che al tempo stesso, quando l’ho trovata nel bicchiere, mi ha sempre colpito positivamente. Mi riferisco al magliocco, vitigno calabrese praticamente inesistente al di fuori dei confini regionali e solo raramente vinificato in purezza.

La bottiglia è di una piccola azienda agricola del cosentino che solo a partire dalla vendemmia del 2011 ha iniziato un’altrettanto piccola produzione di vino, questo. Il “Don Michele”, il cui nome ricorda il padre dell’attuale titolare, è infatti l’unico vino prodotto, poche migliaia di bottiglie di magliocco in purezza che raccontano questa bella storia, da seguire con attenzione. Il vino nel bicchiere, assaggiato a strettissimo giro, è scuro e fitto prima di un profilo olfattivo che inizia con sensazioni di sottobosco che con il tempo si aprono per lasciare spazio a profumi giocati sul frutto, con richiami di prugna, e su una leggera nota vegetale, che ricorda l’autunno. In bocca poi è bello materico, tanto polposo quanto incisivo grazie ad una trama tannica setosa e mai aggressiva. Sul finire si allarga un po’, prima di lasciare spazio ad un finale di buona persistenza, con rimandi vagamente amarognoli.

Insomma, un assaggio particolarmente appagante che pensando alla zona di produzione va ad aggiungersi a quella bella realtà che è L’Acino, cantina che da queste parti ha fatto scoprire una provincia, quella di Cosenza, e vini ricchi di personalità. Come il “Don Michele”, appunto.

La Vitovska 2009 di Zidarich

A proposito di Carso, proprio un paio di mesi fa scrivevo di quanto mi fosse piaciuta la vitovska 2010 di Zidarich. Quindi scusatemi, mi rendo conto che parlare di un’annata non in commercio e di non così facile reperibilità possa sembrare un esercizio di stile ma al tempo stesso credetemi: la 2009 oggi è in una forma a dir poco strepitosa. Un vino solare, intenso ed espressivo, caratterizzato dallo slancio del vero cavallo di razza. Da bere, da ribere, da godere.

La malvasia “Quattro Stati” di Marko Fon

C’era un’aria tutt’altro che primaverile, questa mattina nel Carso. In vigna, senza ombrello, la pioggia era quasi ghiacciata e la temperatura pericolosamente vicina allo zero. Intorno a noi il più rumoroso dei silenzi, quello della Bora. Un suono costante, profondo e baritonale, che avvolgeva tutto quanto e che ci costringeva ad usare un tono di voce quasi innaturale, come fossimo ad un concerto.

La melodia del Carso.

Occasione della gita la voglia di comprendere un particolare tipo di equilibrio, quello che nasce in pianta. Viti anche centenarie la cui potatura varia tantissimo, dall’unico tralcio delle piante più esili (no, non giovani) fino ad arrivare agli otto/dieci di quelle più robuste, esemplari meravigliosi per maestosità. “Ogni pianta ha un’energia diversa. Scopo non è concentrare o, al contrario, diluire ma capire quello che ognuna può dare e agire di conseguenza“. Un piccolo appezzamento, questo, appena fuori il centro abitato di Gorjansko e formato da poche decine di piante che hanno visto cambiare il mondo. Viti che sono state piantate durante la dominazione austro-ungarica e che ad un certo punto sono diventate italiane, che hanno preso il passaporto slavo e che oggi sono slovene. Il vino che ne deriva, poco più di duecento litri di malvasia, viene equamente diviso tra i due proprietari, Marko Tavčar e Marko Fon. È quest’ultimo che dopo averla fatta maturare poco più di due anni nella sua cantina di Boriano la imbottiglia e la etichetta come malvazjia “Quattro Stati”.

Uno dei vini bianchi più buoni del mondo.