Sull’ottimo stato di forma del Fiorfiore di Roccafiore

L’altro giorno Luca Baccarelli di Roccafiore mi ha detto che questo post sul suo Fiorfiore 2007 potrebbe essere stata la prima cosa mai scritta su quel Grechetto già allora così dirompente. È passato parecchio tempo, il Fiorfiore nel corso degli anni ha vissuto alcuni piccoli cambiamenti di carattere stilistico tuttavia la volontà che continua ad animare i suoi autori è la stessa: quella di produrre un bianco capace di declinare la struttura tipica della varietà con freschezza ed eleganza. Missione compiuta da molto tempo ormai.

Durante una piccola manifestazione organizzata da un locale distributore di vini l’occasione è stata buona per una breve quanto completa ricognizione dedicata a quasi tutte le annate del Fiorfiore, una degustazione capace di aprire squarci per niente scontati su uno dei Grechetto più importanti del panorama nazionale. Il 2015, l’annata attualmente in commercio, è quello che ho preferito, vino ben calibrato tra sapidità e polpa, ricco di sapore e dalla silhouette quanto mai brillante. La stessa che non a caso è possibile trovare nel 2014, in queste ultime annate solo il 50% della massa che lo compone ha svolto la fermentazione malolattica. Il Fiorfiore 2013 è infatti più grasso, più materico ma non per questo molto più caldo, quello che emerge è infatti un bel profilo mediterraneo, che conforta, avvolge e invita a tornare sul bicchiere. Il 2012 non è stato prodotto a causa delle difficili condizioni di una delle stagioni più calde che l’Italia Centrale ricordi. Un calore che ben si percepisce anche nel Fiorfiore 2011, polposo nel frutto e caratterizzato da un leggerissimo richiamo ossidato, attraente per il profilo olfattivo che è in grado di esprimere ma non così scattante. Il 2010 è stato un anno terribile non per la stagione, anche in Umbria eccezionale, ma per una partita di tappi che ne ha irrimediabilmente segnato in negativo le sorti. Se in cantina ne avete ancora una bottiglia apritelo sapendo che le possibilità sia ben conservato sono piuttosto basse. Infine il 2009, Fiorfiore oggi giocato su vari toni di frutta molto matura, che nonostante la bella struttura paga qualcosa in termini di freschezza.

E poi il miglior vino della batteria. Un bianco che dovrebbe uscire dalla cantina a breve e che è stato prodotto in meno di 1.000 bottiglie. Una selezione delle migliori uve di grechetto di Roccafiore lasciate fermentare in legno e lasciate maturare in tonneaux per 8/9 mesi, periodo che ha anticipato un’ulteriore sosta in bottiglia. Un bianco che nasce dalla volontà di snellire ulteriormente il Fiorfiore senza perdere nulla in termini di dettaglio e di allungo. Il risultato è sorprendente, si tratta infatti di vino di grande definizione, rifinito tra una scia salina di grande pulizia e un frutto croccante e maturo al tempo stesso. A me è sembrato buonissimo.

Ennesima dimostrazione di quanto di positivo Roccafiore sta portando avanti nel territorio di Todi, poco a sud di Perugia, nei confronti di questa varietà così tipica ma a volte un po’ maltrattata. Anzi, magari appena ho un attimo provo a buttare giù una lista di Grechetto da non mancare, quelli migliori per farsi un’idea minimamente completa della tipologia.

Vini con vista (summer’s end edition)

Continuo (e chiudo) la rassegna iniziata l’altro giorno dedicata ai vini assaggiati in questa settimana di vacanza, tutte bottiglie recuperate dalla cantina di casa (tranne una) e portate da una spiaggia all’altra, da un tramonto al successivo. Mai come in questo caso avere sempre in macchina un set di bicchieri si è rivelata cosa particolarmente comoda. Quelli che ho imparato a preferire sono  i Premium 14 della Bormioli Rocco. Un ottimo compromesso tra resistenza, versatilità, prezzo. Ma dicevo dei vini.

Lonardo, Campania Bianco “Grecomusc'” 2007

Che sorpresa! Bottiglia che risale alla mia prima Irpinia e che avevo letteralmente dimenticato in cantina (per fortuna, aggiungerei). Un bianco in formissima, stupefacente per mineralità e per integrità, così ben calibrato tra note di ananas, di gesso, di colla. Sentori che fanno da perfetto contrappeso a un assaggio caldo e accogliente, ancora teso, addirittura sapido in chiusura. Al Grecomusc’ mi ero affezionato da subito, ritrovarlo così è stato bellissimo. L’annata corrente si trova in enoteca intorno ai 15 euro.

G.D. Vajra, Langhe Riesling “Pétracine” 2009

Un’altra bottiglia presa direttamente in zona, a Barolo, e lasciata non così intenzionalmente in cantina per anni. Un Riesling che tra l’altro qualche volta ho preferito al più noto “Hérzu” di Ettore Germano, fratello non così gemello, quest’ultimo spesso più asciutto e verticale. Impressione confermata: quello dei Vaira è caldo e appagante, scalda il palato senza però perdere di vista quella che è la sua anima più profonda, quella legata al varietale. Ecco quindi fare capolino note di frutta a polpa gialla, di fieno, di idrocarburi e una diffusa mineralità di stampo quasi sulfureo. Si beve che è un piacere. Quello del 2015 si trova sui 30 euro, o poco meno.

Domaine Giacometti, Vin Rouge “Sempre Cuntentu” 2013

Se è vero che la mia passione per i vini della Corsica nasce grazie ad alcune vacanze trascorse in loco, tra una spiaggia e una cantina, è anche vero che è stato grazie al continuo confronto con Niccolò Desenzani de Gli Amici del Bar e Mauro Rainieri del Vinodromo se questa ha continuato ad alimentarsi negli anni. È grazie a loro che nel tempo ho avuto modo di assaggiare cose che non conoscevo e di parlare della più sottovalutata regione francese (dai che ci si vede presto). Domaine Giacometti si può considerare come una delle ormai storiche cantine della zona di Patrimonio, dove è il nielluccio a farla da padrone. Meno banale quindi trovare un rosso a base di solo sciaccarello, varietà ben più diffusa nella zona meridionale. Un’esplosione di frutti che con il tempo hanno virato verso una certa idea di sottobosco senza però perdere nulla in termini di croccantezza. Fresco e dinamico, è uno di quelli davvero goduriosi, da bere solo a sorsi generosi. Sui 15 euro, temo però che le poche bottiglie prodotte non escano dalla Corsica.

Erste+Neue, Lago di Caldaro Classico Superiore “Leuchtenburg” 2015

Ancora grande freschezza per una bottiglia che mi è stata gentilmente offerta dall’ufficio stampa per promuovere i Pirati del Kalterersee, iniziativa cominciata con un lungo viaggio in bicicletta e volta a valorizzare i vini del Lago di Caldaro. Dal 15 al 26 maggio Andrea Moser e Gerhard Sanin (enologici rispettivamente della Cantina Kaltern e della Erste+Neue) hanno infatti percorso “1.200 chilometri con un tandem seguiti da un’auto ammiraglia con due fotografi-videomaker che hanno documentato il viaggio in tempo reale”. Un rosso naturalmente a base di schiava in grande spolvero, tutto giocato su belle note di ciliegia e su una morbidezza mai eccessiva. Insomma un grande classico, uno di quelli da stappare poco prima di pranzo e che finiscono sempre troppo in fretta. A meno di 10 euro.

Antonio Camillo, Maremma Toscana Ciliegiolo 2015

Questa vale fino a un certo punto, che l’ho aperta ieri sera a casa dopo un brevissimo passaggio in cantina (era quasi di strada). Il solito grande Ciliegiolo targato Antonio Camillo, uno dei più tradizionali produttori dell’ampissima Maremma Toscana. Ci sarebbe molto da dire a proposito del suo percorso soprattutto di valorizzazione non solo del Ciliegiolo ma anche di alcune vigne che trovano il loro culmine nell’altro rosso di casa, il Vallerana Alta. Ma dicevo di questo: fragrante e profondo al tempo stesso, è una delizia di rosso. Dinamico e fresco, sfaccettato e lungo, da sempre un riferimento. L’etichetta è una meraviglia, in cantina a meno di 10 euro, in enoteca a poco di più.

Vini con vista (summer edition)

E niente, ogni volta che il calendario mi permette qualche giorno di ferie a portata di automobile è inevitabile che nel bagagliaio, con la borsa, faccia capolino anche qualche bottiglia recuperata in cantina e la solita scatola dei bicchieri. Vini che mi diverto a scegliere in base all’umore, cose che ho voglia di assaggiare e che al tempo stesso immagino particolarmente adatte alla destinazione scelta. Lo so che non è normale, ma che ci volete fare: il pensiero di arrivare a destinazione e di non trovare nei dintorni vini di particolare interesse può essere opprimente, sempre meglio poter contare su una propria riserva, per quanto minima. In questi giorni di mare eccone cinque che si sono rivelati di sicura affidabilità.

Aurora, Offida Pecorino “Fiobbo” 2013

Una meraviglia, davvero non saprei come descrivere diversamente il più buon Pecorino (non solo di Aurora) abbia forse mai assaggiato. C’è tutto, è di una completezza disarmante. Apre su toni agrumati, più di limone che di lime, e prosegue su note di erbe quali l’anice e la menta. E poi che frutto, pesca bianca e mela golden si ritrovano anche al palato, sussurrato e deciso al tempo stesso, così capace di muoversi su diversi piani gustativi. Leggiadro e profondo, sintesi di tutto quello che amo nei vini dell’Italia Centrale (argomento su cui vorrei tornare quanto prima). Sui 10 euro, tutta colpa di Francesco Annibali (grazie).

Fongoli, Grechetto dei Colli Martani 2015

Cantina che non spicca certo per costanza, quella di Fongoli è però realtà capace di insospettabili colpi d’ala, in particolare sui rossi (Montefalco Sagrantino su tutti). Bianco che dagli scaffali del piccolo supermercato vicino casa mi guardava da ormai qualche mese, il Grechetto si è rivelato tanto semplice quanto appagante: freschezza, materia e allungo, non senza un finale piacevolmente fruttato. Le complessità sono altrove, sia chiaro, mi è però sembrato rispettoso del varietale come in pochi altri casi, in questa fascia di prezzo almeno. Sui 5 euro.

Olivier Pithon, Côtes Catalanes Blanc “Cuvée Laïs” 2013

Maccabeu, grenache blanc e grenache gris per un taglio la cui anima mediterranea si rivela con prepotenza solo sul finale. A sentirne i profumi il rischio di pensare infatti a latitudini completamente diverse è davvero dietro l’angolo: agrumi freschi e fiori gialli, una punta di fieno, soprattutto gesso e un gran ventaglio di idrocarburi che trovano il loro riconoscimento più chiaro nella benzina, quella verde. Ma è dopo, dicevo, che l’ampia zona del Languedoc-Roussillon si rivela con tutto il suo impeto. Perché sì, certo che è fresco, dinamico, caratterizzato da una vena acida di sicura limpidezza. Al tempo stesso però, in particolare in chiusura, sfuma verso una maggiore grassezza -ananas e frutto della passione- che lo rende avvolgente e imprevedibile. È sempre così con i bianchi di Pithon, basta pochissimo tempo perché sia la mineralità a prendere il sopravvento su tutto. Sui 25 euro (grazie Jack, ricambierò quanto prima).

Domaine Gauby, Côtes Catalanes Blanc “Les Calcinaires” 2015

Colpa mia che l’ho aperto troppo presto, solo così posso giustificare il meno minerale dei “miei” Calcinaires. C’è tanta frutta a polpa bianca e gialla e poco altro: mela golden e ananas, susina e pera sono i primi riconoscimenti che mi vengono in mente. In bocca è puntualissimo, lievemente sapido, mai eccessivamente pieno e anzi dritto come sempre. Certo lontano da quelle sferzate minerali cui i vini di Gauby ci hanno abituato negli anni, se ne riparlerà (forse) tra un po’. Come sopra, sui 25 euro.

Mas Zenitude, Vin Rouge “Audace” 2013

Ancora Languedoc-Roussillon (poi smetto) per un rosso a base di cinsault di grande, grande beva prodotto da una piccola cantina che -come tante altre in zona- è nata da pochi anni e che fin da subito ha abbracciato con entusiasmo il movimento dei vini naturali. Inizia timido e profondo con sentori lievemente ematici e animali. Prosegue con note di frutta matura e polposa, ciliegia e prugna, pesca e arancia rossa. È poi una punta di grafite a introdurre un assaggio altrettanto succoso, semplice ma al tempo stesso di grande impatto gustativo. Sinuoso, ricorda il più buono dei succhi di frutta, quelli che sul finale schioccano (specie se bevuti belli freschi). Sui 15 euro.

Il Sauvignon 2012 di Crocizia

L’occasione per tornare da queste parti ha a che fare con un vino che appena incrociato mi aveva da una parte stregato e dall’altra incuriosito in termini di potenziale evolutivo. Era lunedì 3 novembre, correva l’anno 2014 e tra i banchi di Vini di Vignaioli si era assaggiato il Sauvignon 2012 di Crocizia, piccola cantina che non lontano da Parma produce soprattutto vini a rifermentazione in bottiglia. Un bianco di quelli che si potrebbero definire di gran personalità: non solo per la decisa espressività varietale ma anche per una certa drittézza, caratteristica ben bilanciata da un buon corpo e un discreto allungo. Insomma: un vino frizzante di gran fattura, quasi esplosivo. Ed è proprio questa sua ultima peculiarità, declinata in varie scale di intensità (nelle bollicine prima ancora che nel bouquet aromatico), che più di ogni altra mi aveva fatto pensare che sarebbe bastato aspettare uno o due anni per ritrovarlo ancora più buono, più sfumato nella struttura e più accogliente nella beva. La bottiglia aperta ieri ha confermato questa teoria, Sauvignon ben tratteggiato, fresco e dissetante, ricco di richiami prima floreali -anche di fieno- e solo dopo vegetali. Appagante come solo i migliori sur lie sanno essere, gran dimostrazione di una tipologia che troppo spesso viene derubricata come da bere entro l’anno (anzi, è quasi sempre proprio il contrario).

A margine, sempre ieri sera a fare da sfondo alla seconda delle due semifinali dell’Europeo anche l’ottimo Brioso degli Innesti 2015 Della Staffa (nuova realtà non lontana da Perugia da tenere d’occhio) e la stupefacente Malvasia 2014 di Camillo Donati, meravigliosa sintesi tra varietà, territorio, tecnica. Ad oggi uno dei miei vini di questa finalmente calda estate.

Il Musco di Palazzone


Se fosse uno slogan sarebbe forse qualcosa tipo: un vino nuovo che nasce da un’idea antica. Un Orvieto Classico solo nelle intenzioni, nei fatti non ha alcuna classificazione, che nasce da una vigna come quelle di una volta. Un piccolo e giovane appezzamento dove procanico (trebbiano toscano), verdello e una piccola quota di malvasia trovano dimora tutti assieme. Un bianco che viene vinificato in una piccola grotta scavata in quel tufo tipico della zona, una tomba etrusca, e lavorato come se fosse stato prodotto 50 anni fa: senza nessuna rete di salvataggio, ci sono il vecchio torchio manuale e il tino per la fermentazione, la tradizionale botte di castagno e le tante damigiane in cui il vino riposa fino all’imbottigliamento.

È così che nasce il Musco, bianco presentato oggi in quella stessa grotta che lo vede nascere. Un (non) Orvieto Classico materico e piacevolissimo, luminoso e ben disteso, caratterizzato da una piacevolissima vena aromatica e da un’acidità veemente. Meno di 1500 bottiglie prodotte, un esperimento voluto da quel Giovanni Dubini (in foto) che in fatto di bianchi, insomma, credo non abbia da dimostrare davvero niente a nessuno. Un progetto di grande fascino che si è tradotto in un vino altrettanto intrigante (in attesa del Musco 2014, un fugace assaggio dalla damigiana ha mostrato un altro vino di sicura classe).

Plus: c’è anche un video dedicato al progetto. Qui.

Il Montefalco Rosso “Le Grazie” di Villa Mongalli

È passato poco più di un anno da quando per la prima volta, negli spazi messi a disposizione dal Consorzio Tutela Vini di Montefalco, ho trascorso un paio di giornate ad assaggiare i vini del territorio per la guida de L’Espresso. Un’esperienza straordinaria per un sacco di motivi, dalla possibilità di confrontarsi con palati diversi dal mio (e di sterminata esperienza) fino alla sfida della degustazione in sé, con tutto quello che comporta l’assegnazione di questo o di quel punteggio. Proprio in quell’occasione un rosso mi aveva colpito talmente tanto che, caso unico, avevo chiesto di poterne prendere una bottiglia per “uso privato”, per poterla cioè riassaggiare a distanza di un po’ di tempo per capirne meglio alcune sfaccettature anche relative all’evoluzione.

Questa la scheda uscita sulla guida:

Invitanti aromi di ciliegia e di alloro, timbro varietale ben espresso, bocca rilassata ma saporita, 16,5/20.

Bene, a distanza di poco più di un anno è vino che non ha ceduto di un millimetro. Un Montefalco Rosso squisito, croccante, solare e straordinariamente goloso. Tutto giocato su bei toni floreali che si fondono alla grande con sentori di frutta calda ma non eccessivamente matura. Non un profilo olfattivo di impressionante ampiezza, sia chiaro, ma uno di quelli dove tutto sembra essere esattamente dove dovrebbe. Un assaggio fresco, caratterizzato da un soffio vagamente balsamico, fragrante e gioioso. Insomma, da strabere.

Era il “Le Grazie” 2012 di Villa Mongalli, cantina spesso al di fuori dei radar eppure tappa di grande affidabilità. Un blend di sangiovese e sagrantino al 75% e di merlot e cabernet sauvignon e merlot al 25%. A proposito, lo sapevate che da quest’anno è cambiato il disciplinare, e che i Montefalco Rosso potranno essere (finalmente) prodotti solo a partire da sangiovese e sagrantino?

[Immagine: Villa Mongalli, la bottiglia è finita così velocemente che neanche una foto sono riuscito a fare, sic]

Il Trebbiolo, rosso de La Stoppa

Pochi giorni fa in un altro post avevo accennato a una recente serie di visite a La Stoppa, appena sopra Piacenza. Non è un caso quindi che mi ritrovi qui, adesso, a sottolineare la straordinaria beva del rosso più semplice e immediato che viene prodotto nella cantina di Rivergaro. Un rosso, il Trebbiolo, che come il Dinavolino di Giulio Armani sta scandendo il ritmo di questa mia estate. Fresco, è vino che trova la sua dimensione più naturale dopo una breve sosta in frigorifero. Bonarda e barbera, taglio che più tradizionale non si può, per un sorso goloso e sfaccettato, articolato e intenso. In una parola, appagante. Un vino capace inoltre di introdurre perfettamente le belle complessità che caratterizzano un po’ tutta la produzione della cantina di Elena Pantaleoni, dalla Barbera (che meraviglia quella del 2006 ancora in vendita) fino alla Macchiona o all’Ageno, il bianco. A meno di 10 euro in zona è impossibile bere di meglio.

Novelli e l’occasione per tornare sul Trebbiano Spoletino

Beh, Novelli non è esattamente, come dire, quel tipo di realtà di cui si può innamorare l’appassionato più smaliziato. Si tratta infatti di una cantina di proprietà di una famiglia che viene da un altro settore e che nel pieno della frenesia che ha caratterizzato Montefalco ed i suoi anni zero ha deciso di investire nel settore. La cantina poi -ci mancherebbe- è una di quelle che almeno per dimensioni si vedono da lontano, una di quelle che quantomeno denotano una certa ambizione progettuale (se rendo l’idea). Per dire, quello in foto è il salottino (!) che sovrasta l’immancabile, grande barricaia. Curioso poi che alcuni dei loro prodotti di maggior successo commerciale siano quanto di più lontano dal territorio e dalle sue tradizioni, gli spumanti. Per la cronaca, uno è un Blanc de Blancs a partire da trebbiano, l’altro un Rosé de Noir a partire da sagrantino. Insomma, ecco, ci siamo capiti.

Il maggior merito dei Novelli è però stato quello di aver dato una grandissima spinta al Trebbiano Spoletino. Lo hanno studiato (coinvolgendo nel progetto Attilio Scienza), ci hanno creduto, ne hanno piantato in quantità, hanno contribuito soprattutto grazie alle molte bottiglie prodotte alla sua riscoperta. Un vino bianco nel complesso piuttosto piacevole anche se mai davvero imprevedibile, equilibrato ma al tempo stesso troppo composto. Ho sempre trovato in altre interpretazioni un guizzo che lì non c’era. Per maggiori informazioni citofonare Antonelli, Bea, Collecapretta, Pardi, Tabarrini. E sono solo i primi nomi che mi vengono in mente.

Ma torniamo a Novelli. Qualche giorno fa l’occasione è stata buona per recuperare dalla cantina una bottiglia che mi era stata fornita per una degustazione sul tema, ancora oggi tra le più importanti indagini siano mai state pubblicate sul Trebbiano Spoletino. Un 2009 che allora avevo descritto così:

In un’annata che per altri è stata difficile, Novelli ha invece trovato una versione particolarmente riuscita del suo trebbiano. Ad un naso di bella complessità, morbido ma mai scontato, affianca una ricchezza espressiva non comune. Un assaggio lineare e molto piacevole, attraversato da una vena di acidità a renderlo dritto, prima di una chiusura di grande limpidezza. Produzione: 32.000b.

Una scheda piuttosto virtuosa, anche se a riguardare i punteggi complessivi era risultato comunque dietro a quelli delle cantine appena nominate. Ebbene, il vino che ho ritrovato l’altro giorno nel bicchiere aveva una marcia in più che allora non avevo intuito. Tracce di idrocarburi aprivano ad una mineralità di chiara lucentezza ed introducevano un assaggio spiazzante per finezza. Un Trebbiano Spoletino in una forma smagliante, davvero gustoso, con tutta quell’acidità che ne caratterizza le versioni migliori. Una vera sorpresa. Un bianco che è venuto fuori sulla distanza, ulteriore conferma del talento di un vitigno capace di smarcarsi da eccessivi tecnicismi e le cui potenzialità evolutive sono conosciute ma in parte ancora inesplorate.

Urge tornare in cantine per assaggiare gli altri.

Alea Viva, l’Aleatico di Andrea Occhipinti

Devo ringraziare l’ufficio stampa della FIVI se sono (finalmente) riuscito ad assaggiare con calma un vino che rincorrevo da almeno un paio d’anni ma in cui non riuscivo mai ad imbattermi. Non nel momento giusto, almeno. Avete presente? La classica bottiglia che non trovate mai e che, quando finalmente è a portata di mano, vi sfugge.

Andrea Occhipinti conduce una piccola azienda agricola poco lontano dalle rive del Lago di Bolsena, a Gradoli – e sì, mentre stavo scrivendo sono subito andato a vedere mappa alla mano quanto ci voglia in macchina, da qui (non troppo, fantastico). Ebbene, il suo “Alea Viva”, almeno questo 2010, è un vino rosso buonissimo, a dire poco. Dal bicchiere sembrano quasi saltare fuori note prima di pepe e poi di gelso e di ciliegia. Non fresca, ma distillata ed impreziosita da una certa acidità. E poi in bocca, un assaggio verticale ed appagante, che proprio quando sembra aver esaurito il suo percorso scoppia con fragore riportando a galla tutto quel frutto e quella croccantezza.

Da frigorifero. Il vino dell’estate so far.

Il Barrosu Riserva 2010 di Giovanni Montisci

Io per esempio al Cannonau (e ai grandi Cannonau) sono arrivato un po’ tardi. Ah, qui poi dovrei aprire una lunga parentesi a proposito del gamay, varietà coltivata non lontano da Perugia ed in particolare nell’ampia zona dei Colli del Trasimeno, strettissima parente del primo e praticamente del tutto inespressa ai livelli che gli dovrebbero competere: in questo senso ho più di un’idea. Chissà.

Cannonau, dicevo. Giovanni Montisci in quel posto che mi dicono essere pazzesco che porta il nome di Mamoiada, la provincia è quella di Nuoro, coltiva appena due ettari di vigneto da cui produce due vini rossi di enorme spessore espressivo: il Barrosu Riserva ed il Barrosu Riserva Franzisca. Bevuti a strettissima distanza l’uno dall’altro, saranno passati sì e no una quindicina di giorni, ne sono rimasto letteralmente folgorato, a dire poco. Entrambi 2010, roba da mettersi alla finestra ad ululare alla luna tale è la complessa intensità con cui si svelano e con cui tramortiscono. Sia chiaro, nessun particolare peso specifico, nessuna eccessiva concentrazione muscolare, anzi. Vini declinati su belle sfumature di rosso rubino la cui eleganza mediterranea è così sussurrata, fine e distesa che li porta ad avere un solo limite: finiscono troppo in fretta. E se è vero che tra i due ho preferito il primo è anche vero che si trattava di un’incollatura, e che forse il secondo avrà maggior vita. Vedremo, rimangono comunque due dei Cannonu più gustosi, selvatici e al tempo stesso aggraziati, abbia mai assaggiato.

A ripensarci quello che è certo è che si tratta di ritardo imperdonabile e difficilmente colmabile (nel dubbio però vado a cercare in cantina, tempo fa avevo intravisto dietro ad uno scaffale alcune vecchie bottiglie di Gianfranco Manca).