La Casa dei Cini e il senso di Clelia e Riccardo per il fumetto

Dall’ultimo numero di Fast good, la mia consueta rubrica su Piacere Magazine.

È sempre un piacere essere testimone di realtà capaci di farsi notare nelle immediate vicinanze di Perugia. Una zona che se da una parte si può considerare come da sempre legata alla viticoltura dall’altra negli ultimi anni si era un po’ persa per strada, così intrappolata in produzioni forse di non grande valore, di certo in vini di scarsa personalità e di poca aderenza territoriale. Era il 2012 quando faceva capolino su queste pagine Carlo Tabarrini con la sua Margò, realtà non lontana dalla città oggi famosa ben oltre i confini regionali. Oppure poco dopo Giovanni Cenci, eclettico vignaiolo in quel di San Biagio della Valle; Marco Merli, il cui talento alberga a Casa del Diavolo; Mani di Luna, bella fattoria biodinamica appena fuori Torgiano. Nomi che insieme a quello di Moreno Peccia de La Spina, ormai decano dei vini dei Colli Perugini, in poco tempo hanno contribuito, e non poco, a vivacizzare tutto un territorio grazie a bianchi e rossi di certa immediatezza e sicura espressività.

Questa bella ricerca non poteva di certo interrompersi, e infatti a questi si affiancano Clelia e Riccardo Cini, sorella e fratello che ormai da alcuni anni, almeno dal 2011, propongono una linea in continuo miglioramento. Pochi ettari a Pietrafitta rinnovati nel 2003 le cui uve in parte vengono ancora vendute a terzi per una produzione, in questi anni assestata in appena 10.000 bottiglie, che si divide in 4 diversi vini, di cui 3 rossi. Spicca per stoffa il “Borgonovo”, cabernet sauvignon capace di stupire anche a distanza di anni. Delizioso il “Quattroa”, a base di sangiovese. Poi il mio preferito, il “Malandrino”, rosso a base di ciliegiolo di sicura fragranza, rock’n’roll nel corpo e sbarazzino nello spirito.

Da qualche settimana La Casa dei Cini (c’è una pagina su Facebook, qui) ha cambiato la grafica delle proprie etichette. Ognuna racconta con un fumetto disegnato da quel Sualzo già apparso sulle pagine di PM il percorso che porta alla nascita di ogni vino, dalla vigna alla cantina. Un’idea nata sfogliando Gli Ignoranti (sottotitolo: vino e libri, diario di una reciproca educazione), splendido fumetto di Etienne Davodeau che con Perugia ha un legame molto forte: la sua edizione italiana, curata da Porthos, è venuta alla luce in parte anche tra le sale della Biblioteca delle Nuvole di Madonna Alta. Niente è casuale, sono tutte storie bellissime.

La Palazzola, grandi spumanti italiani

Due righe uscite questo mese su Piacere Magazine, oggi dedicate ad una delle realtà più sorprendenti della regione: La Palazzola di Stefano Grilli.

Magari mi sbaglio, l’impressione è che però non siano in molti a sapere che uno dei più sorprendenti produttori di spumanti italiani si trova a Vascigliano, non lontano da Terni. Quello di Stefano Grilli è infatti uno straordinario talento e i suoi sono metodo classico che ogni anno stupiscono per dettaglio e per eleganza. Vini straordinariamente vibranti che fra le altre cose tradiscono l’insospettabile vocazione di una zona, quella di Stroncone, a regalare bottiglie di grande interesse.

Niente però nasce per caso, e se riuscire a ripercorrere in poche righe il percorso che ha portato all’attuale produzione de La Palazzola è impresa assai ardua, basti comunque sapere che tutto inizia più di vent’anni fa anche grazie al contributo di Riccardo Cotarella, enologo tra i protagonisti del vino italiano per almeno tutto il decennio successivo. Ma non solo, Stefano Grilli è riuscito in questi anni a costruire un bellissimo cantiere a cielo aperto, un luogo dove dare spazio alla sua creatività e alla sua voglia di sperimentare vini sempre nuovi, sempre diversi, sempre squisiti.

Un percorso che lo ha portato a proporre nel tempo spumanti molto diversi tra di loro, la cui sintesi oggi si traduce in una gamma di etichette di impressionante solidità. La Palazzola, sia nella versione Brut che in quella Brut Rosé, è spumante capace volare altissimo, deciso e fine al tempo stesso (ad un prezzo straordinariamente interessante, aggiungerei). Ad affiancarlo un Blanc de Noir, da sole uve di cabernet sauvignon, un Riesling capace di sfidare il tempo come poche altre bollicine italiane e un assemblaggio che si traduce in uno spumante unico: la grande e bellissima Gran Cuvée. Ma non di soli Brut vive Stefano Grilli, il suo Extra Dry è metodo classico il cui residuo zuccherino richiama belle espressioni francesi della tipologia, tridimensionale e trascinante per dimensione gustativa. E questi sono solo gli spumanti, un capitolo a parte lo meriterebbero i bianchi, i rossi, sopratutto i passiti.

Post scriptum: il consiglio è quello di andare a trovarlo direttamente in cantina, ne vale la pena.

Il Ciliegiolo di Narni e altre storie

Due righe uscite questo mese su PM, oggi dedicate al Ciliegiolo di Narni (denominazione da tenere d’occhio).

Dell’Umbria del vino si può dire davvero di tutto tranne che sia ferma o poco dinamica. Pensate per esempio alla straordinaria crescita del Trebbiano Spoletino: un bianco che solo dieci anni fa era praticamente sconosciuto, prodotto da appena due o tre cantine nell’indifferenza generale, realtà che però hanno contribuito in maniera fondamentale alla sua riscoperta. Certo, nulla avviene mai per caso, la sua diffusione è infatti coincisa con un sempre maggiore interesse tanto per i vini bianchi quanto per i vitigni autoctoni, un’attenzione in leggera controtendenza rispetto al periodo storico precedente, quello a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni ’00. Un’attitudine al cambiamento, o forse all’adattamento, che nel bene e nel male fa parte della viticoltura regionale. Lo stesso Sagrantino di Montefalco, per nominare la più importante delle denominazioni della zona, ha conosciuto un’espansione quasi senza eguali, in quello stesso periodo a cavallo del millennio tutto sembrava andare alla velocità della luce: tanti investimenti, nuovi vigneti, sempre più bottiglie.

Un’introduzione, questa, per parlare di un vino che oggi sta vivendo un periodo particolarmente significativo, una seconda giovinezza che sta portando ad una sempre maggiore attenzione nei suoi confronti: il Ciliegiolo di Narni. Fresco, goloso, piacevolmente fruttato, mai opulento ma anzi disteso e piacevolissimo, è vino che trova nella vocazione gastronomica la sua dimensione più centrata. L’area è quella a sud-ovest di Terni, una zona dove il ciliegiolo è sempre stato presente, esistono testimonianze che lo collocano nel territorio da centinaia di anni. È però solo da poche vendemmie che un pugno di viticoltori ne ha rilanciato con sicurezza la produzione. Un piccolo gruppo di cantine guidate dal brillante Leonardo Bussoletti, capace a partire da quest’anno di proporre ben tre diversi Ciliegiolo. Dal più profondo e longevo, il Vigna Vecchia, fino al Brecciaro e al 05035. Vini slanciati e dinamici, godibilissimi nel loro coniugare freschezza e dettaglio. Una cantina da seguire con attenzione, che in pochi anni si è affermata come realtà tra le più interessanti della regione.

Un ottimo lavoro è anche quello che sta portando avanti Edoardo Mazzocchi insieme al prezioso contributo del figlio Maurizio. Dai bei vigneti che circondano la loro Fattoria Giro di Vento nasce lo Spiffero, Ciliegiolo gustoso e saporito. Da segnalare anche quello di Sandonna ed i prodotti della Cantina dei Colli Amerini. Vini coinvolgenti, da cercare e da bere, dimostrazione di tutta la vivacità produttiva di cui l’Umbria è capace.

(Immagine: The Travel Eater)

Marco Merli, in Umbria succedono cose interessanti


Come al solito eccomi a riproporre su queste pagine l’editoriale uscito questo mese su PM, dedicato questa volta a Marco Merli e ai suoi vini, sempre più buoni.

A guardare la carta geografica del vino regionale ci sono due zone, in particolare, le cui caratteristiche non riesco ad afferrare del tutto. La prima è quella dei Colli del Trasimeno, un territorio piuttosto vasto ed articolato costantemente in cerca di grandi autori. Il gamay, fratello gemello del ben più famoso cannonau (o grenache, arrivando con lo sguardo oltralpe), qui potrebbe regalare vini di grande delicatezza espressiva, ne sono certo da sempre. Sono tuttavia ancora troppo poche le cantine che si confrontano con questa varietà così nobile, così ancorate al modello produttivo che è stato impostato in zona a cavallo del millennio. La seconda è coincidente con l’ampia denominazione dei Colli Altotiberini, un distretto di rara bellezza che si spinge oltre Città di Castello in cui il ruolo della viticoltura è storicamente centrale, soppiantato solo negli ultimi decenni da altri tipi di colture. Una denominazione dalle potenzialità quasi del tutto inesplorate, i cui interpreti sono -molto semplicemente – troppo pochi.

Tra questi spicca il nome di Marco Merli, giovane vignaiolo di Casa del Diavolo, non lontano da Ponte Pattoli. I suoi sono vini che mi piacciono da matti, che esprimono tutto l’entusiasmo e l’attenzione che ripone tanto in vigna quanto in cantina, tra legni grandi e belle vasche di cemento. Pochi ettari gestiti in modo assolutamente naturale, quasi intransigente, che ospitano soprattutto le due varietà più tradizionali del territorio: trebbiano e sangiovese. Vini non solo gustosi ma anche sfaccettati, ricchi di dettagli e di espressività. Il Brucisco Bianco è sottile e al tempo stesso materico, agile e profumatissimo, un vino da bere ancora ed ancora, non stanca davvero mai. Il Tristo è un bianco figlio di una leggera macerazione sulle bucce, pratica antica e sempre affascinante. Il risultato sorprende e richiama alla mente alcuni dei migliori interpreti della tipologia: un vino di un’eleganza innata, preciso in ogni sua sfumatura, contemporaneamente potente e finissimo, da bere e ribere. Il Brucisco Rosso, a base di sangiovese e cabernet sauvignon, è straordinariamente equilibrato, goloso ed elegante. Infine lo Janus, il suo sangiovese in purezza, un vino che ogni volta sorprende per la sua capacità di raccontare il varietale, l’uomo, il territorio. In regione, un riferimento.

Il consiglio è quello di andare a prenderli direttamente in cantina, due chiacchiere con lui valgono sempre i pochi chilometri spesi.

Cantina Marco Merli
Via Bracceschi 3/c
06134, Casa del Diavolo (PG)
brucisco@hotmail.it

Fattoria Mani di Luna, c’è movimento a Torgiano

Come al solito eccomi a riproporre su queste pagine l’editoriale uscito questo mese su PM, dedicato questa volta ad una piccola e bella realtà appena fuori il paese di Torgiano, Mani di Luna.

Ho sempre trovato curioso, a guardare le due più importanti denominazioni regionali legato al vino rosso, quanto nell’ultimo ventennio quella di Montefalco sia letteralmente esplosa diventando famosa in tutto il mondo mentre l’altra, quella di Torgiano, sia per certi versi rimasta alla finestra non riuscendo a crescere ed ampliare la varietà della propria offerta. Una tipologia tra l’altro, quella del suo Rosso Riserva, che può vantare il riconoscimento della DOC addirittura nel 1968 (della DOCG nel 1990) ed una storia ricca di blasone, caso unico per tutta l’Umbria degli Anni Settanta ed Ottanta. Esatto, mi riferisco al famoso “Vigna Monticchio” di Lungarotti.

Tuttavia oggi non voglio soffermarmi su una denominazione che credo abbia ancora molto da dire ma su una piccola realtà nata nel 2012 proprio a Torgiano: Fattoria Mani di Luna. Una cantina che nasce dalla volontà di tre amici di riqualificare un vecchio podere riportandolo al vecchio splendore. Vino, ovviamente, ma anche olio extra vergine di oliva e ciliegie. Parole d’ordine: agricoltura biologica e biodinamica. Poche migliaia di bottiglie capaci di raccontare tutta la passione che le vede nascere attraverso quelle che sono le varietà più tipiche della zona, dal grechetto al trebbiano fino, ovviamente, al sangiovese. Un’azienda agricola che fa dell’artigianalità il proprio tratto più distintivo, unica strada percorribile per riappropriarsi di un legame con la terra che in troppi stanno dimenticando.

Non è un caso. Rocco Trauzzola, uno dei tre soci, è arrivato a Mani di Luna dopo una lunga esperienza come enologo in cantine anche molto grandi. Un’attività che se da una parte lo ha portato ad approfondire l’argomento dall’altra lo ha allontanato sempre di più dal vino inteso come espressione unica di un territorio, di una vigna, di un’annata. Ecco quindi che il suo apporto a Mani di Luna è più che altro quello del custode, la persona che cerca di accompagnare i vini lungo un percorso quanto più naturale possibile.

Tra le sue etichette è probabilmente “Il Baratto” quella che preferisco, un Trebbiano di grande tattilità, fresco, sfaccettato e gustoso. E poi “l’Ametistas”, un Grechetto che ridà dignità ad una tipologia di vini spesso sfibrati. O “La Cupa”, un Sangiovese originale e profondo, capace di portare maggiore coralità ad un vino che intorno a Perugia sta vivendo una seconda giovinezza. Infine il Torgiano Rosso, quello che in questo momento come previsto dal disciplinare di produzione sta maturando in botte. Inutile che dirvi che non vedo l’ora di assaggiarlo, una volta imbottigliato.

Fattoria Mani di Luna
Via Roma 50, Torgiano (Pg)
info@fattoriamanidiluna.com

L’Umbria ed il sangiovese, un rapporto complicato

Su Piacere Magazine (anche) questo mese ho scritto di vino. Impossibile non riportare per intero il pezzo (anche) qui.

Non è passato molto tempo da quando mi sono imbattuto in un articolo in cui l’Umbria veniva definita, insieme a Toscana e Romagna, come la “patria del sangiovese”. E sì, anche io ho storto la bocca esattamente come state facendo voi in questo momento. Beh, non che sia sbagliato del tutto, sia chiaro: nel pensare alla nostra regione e le sue varietà a bacca rossa è ovvio che il pensiero corra veloce al sangiovese, appunto, e al sagrantino. Si tratta però di un dato molto più legato alla sua diffusione in termini di ettari vitati che al prestigio che può offrire in termini di etichette.

Tra l’altro non più di un paio d’anni fa -proprio per esplorare questo argomento- avevo organizzato una degustazione (rigorosamente alla cieca, nessuno dei presenti sapeva quale vino corrispondeva a quale bicchiere) dedicata alla questione. Avevo cercato più bottiglie umbre possibili, tutte della vendemmia del 2006, tutte sangiovese in purezza. Al loro fianco in assaggio alcune blasonate bottiglie provenienti dai più importanti territori toscani: il Chianti Classico, Montalcino, Montepulciano. Il risultato, ampiamente prevedibile, vide un deciso affermarsi di quest’ultimi. Senza se e senza ma, i “nostri” vini uscirono da quella degustazione davvero a pezzi. E guardate, anche senza stare a scomodare un discorso puramente qualitativo quello che allora mi stupì maggiormente fu il numero delle bottiglie che riuscii a recuperare, non più di una mezza dozzina. Esatto, un numero ridottissimo. Sono infatti davvero poche le cantine che in Umbria si cimentano con la vinificazione ed il successivo imbottigliamento del sangiovese in purezza. Per capirci, il Rosso di Montefalco, vino il cui disciplinare prevede una sostanziosa quota di sangiovese, era automaticamente escluso da quella indagine proprio per la presenza di altre varietà (merlot e sagrantino le più diffuse).

Stavo però riflettendo che nel frattempo, dal 2006 ad oggi, sono nate tante nuove realtà e che sarebbe interessante ripensare quell’appuntamento inserendo tutti quei vini che allora non ero riuscito ad acquistare vuoi perchè non esistevano, vuoi perchè erano da tempo esauriti. Qualche nome? Il “Margò Rosso” del vulcanico Carlo Tabarrini, one man show dell’omonima cantina del perugino. Lo “Janus” del bravissimo Marco Merli di Casa del Diavolo. Il “Piantata” di Giovanni Cenci, i più attenti di voi ricorderanno l’articolo a lui dedicato sullo scorso numero di Piacere Magazine, “l’Era” di Lamborghini sul Lago Trasimeno,  il “Piviere” di Palazzone, a Orvieto, e “La Cupa” di Mani di Luna, vicino Torgiano. A questi si affiancherebbero quelli già inseriti nella prima degustazione: il famoso “Rubesco Vigna Monticchio” di Lungarotti (nonostante comprenda una piccola quota di canaiolo), il “Properzio” di Di Filippo, il “Calistri” di Castello di Corbara, il “Rosso Roccafiore” dell’omonima cantina di Todi, “Le Cese” (anche nella versione “Selezione”) di Collecapretta, nello spoletino.

Anzi, se avete suggerimenti non esitate a scrivermi. Mi piacerebbe riuscire a raccontarvi com’è andata.

Giovanni Cenci, giovani vignaioli crescono

Ancora una volta riporto qui, il tema è calzante, un mio recente pezzo scritto per quel magazine locale che ho già citato altre volte.

Giovanni Cenci ha un’energia ed un entusiasmo contagiosi, a dire poco. Siamo tra Marsciano e Perugia, alla scoperta di una piccola realtà che si è affacciata sul mercato solo da pochi mesi con la sua primissima annata, quella del 2012, e che piano piano sta iniziando a farsi conoscere grazie a vini solidi ed espressivi.

La sua è un’energia particolare mentre, entusiasta, parla della vendemmia appena trascorsa e riempie i bicchieri direttamente dalle vasche e dalle botti per assaggiarne i frutti. Ma niente, in fondo, è casuale. Giovanni infatti dopo aver studiato agraria ed enologia, alternando ai libri alcuni utili stage in diverse cantine di Umbria e Toscana, è riuscito grazie ad un bando regionale a partire per Bordeaux, patria dell’enologia contemporanea e di alcuni dei più grandi vini del mondo. Lì ha lavorato per due anni, alternandosi tra i Saint-Émilion di Château de Pasquette ed i Pomerol di Clos du Canton des Ormeaux. Due anni trascorsi interamente in cantina, seguendo un po’ tutto quello che ha a che fare con la vinificazione e la maturazione dei grandi Bordeaux.

Poi il ritorno a Perugia e l’intenzione di seguire il proprio percorso utilizzando gli stessi terreni su cui vinificava per uso personale la sua famiglia, non prima di una bella ristrutturazione che ancora oggi sta interessando il casale che sovrasta la (bellissima) valle sottostante. “Se ero nervoso? Non sai quanto. Avevo proiettato tutta la mia esistenza per arrivare a questo. Gli studi, le esperienze, i viaggi, gli investimenti. E poi? Immagina se il vino fosse venuto male!”.

Nella bella cantina di San Biagio della Valle Giovanni produce quattro vini, due bianchi e due rossi. L’Àlago è un Pinot Grigio profondo ed originale, con una bella nota fumé che introduce un assaggio decisamente appagante. L’Anticello è un Grechetto molto classico, sapido e di gran beva. Il San Biagio è un Merlot particolarmente sfaccettato, uno di quelli che riescono a smarcarsi da un eccessivo peso specifico per poi spiccare in leggiadria. Il Piantata, infine, è un Sangiovese di razza, armonico ed elegante, di grande slancio. Un rosso destinato ad un futuro particolarmente radioso (il consiglio è quello di dimenticarlo in cantina per qualche anno). Sono tutti vini caratterizzati da un’aderenza varietale particolarmente marcata, forse un po’ tecnici ma al tempo stesso piacevolissimi, dalla beva stupefacente. In particolare i vini di Giovanni impressionano per coerenza e per un livello medio qualitativo davvero elevato, difficile da trovare in altre realtà così giovani.

Un’altra cantina da seguire con attenzione.

Cantina Cenci
Vocabolo Anticello, San Biagio della Valle, Marsciano (Pg)
+39 380 5198980, info@cantinacenci.com

Una bella storia, quella della Fabbrica della Birra Perugia

Visto che è argomento non particolarmente off-topic, riporto pari pari il mio consueto editoriale uscito sul numero di maggio di Piacere Magazine.

Precisazione necessaria, ho seguito questa avventura abbastanza da vicino e conosco piuttosto bene alcuni dei suoi protagonisti. Quindi sì, nel raccontarla sono molto probabilmente di parte. Tuttavia non avevo pensato di dedicare alcuna riga alla cosa fino a ieri sera, quando per la prima volta ho assaggiato (da leggersi anche come: bevuto con avidità) la loro deliziosa Golden Ale, bottiglia uscita dalla primissima cotta.

La storia della Fabbrica della Birra Perugia ha radici lontane, nasce infatti nel 1875 per iniziativa del milanese Ferdinando Sanvico. Si trattava di una produzione solo lontana parente di quella che conosciamo oggi, pensate che in quegli anni l’azienda aveva sede nella centrale via Baglioni ma utilizzava i vicini depositi di neve ubicati nei sotterranei della Rocca Paolina per la maturazione e la conservazione della birra in appositi fusti di rovere. Altri tempi.

In pochi anni la “Fabbrica” ebbe però un grande successo: da una parte la centralità del locale si rivelò strategica, era lì che gran parte della birra veniva venduta, dall’altra la sua fama aveva superato i confini regionali e le sue erano birre richieste in gran parte dell’Italia centrale. Fu così che nei primi del novecento, coinvolgendo altri imprenditori cittadini, si decise di fare il grande passo e trasferire la sede in Via Bartolo e nei grandissimi locali che si estendevano attraverso le cantine che dal teatro Turreno si spingevano fin sotto Piazza Piccinino. Il piccolo birrificio della città aveva fatto il grande passo, era diventato grande.

Questo racconto si arrestò improvvisamente nel 1927 quando la Peroni rilevò il birrificio ed il relativo marchio, fondendolo con quello della casa madre. La sede di Perugia divenne così uno dei tanti punti di produzione ed imbottigliamento di quella che sarebbe poi diventata una delle più famose birre del mondo. Ma la storia non era finita, non del tutto almeno. Alcuni anni fa qualcuno vide per caso le vecchie pubblicità dell’epoca, disegni futuristi che raccontavano tanto un’altra bevanda quanto un’altra epoca, e si innamorò di un’idea, quella di una birra artigianale indissolubilmente legata al territorio che la vede nascere, la sua città. Nasce così, ottantasei anni dopo, la nuova Fabbrica della Birra Perugia. Una Golden Ale di grandissima beva ed un’American Red Ale gustosa e profonda sono le prime due bottiglie uscite dalla sede di Pontenuovo, vicino Torgiano.

Tanto altro succederà, e da queste parti si è certi che si tratti di una storia da continuare a seguire con attenzione. È una di quelle più belle.

“Etza” 2011, il müller-thurgau di Radoar

Forse il miglior müller-thurgau prodotto in Italia? Non lo so, di certo l’Etza di Radoar negli anni è cresciuto tantissimo ed oggi è vino bianco di una godibilità estrema (ma anche di più).

Io per primo ho pochissime notizie a proposito della cantina, motivo per cui è da tempo nell’elenco mentale di quelle che mi piacerebbe visitare. Ma se Bolzano non è proprio dietro l’angolo, ancor meno lo è Velturno, una quarantina di chilometri più a nord. So che è azienda certificata biologica, che in vigna il regime praticato è strettamente biodinamico e che le fermentazioni sono naturali. Che i vigneti sono abbastanza alti, intorno ai 900 metri, e che è maso a tutto tondo, la produzione spazia infatti dalla frutta ai distillati. Quello che invece so è che questo Etza, questo 2011, è buonissimo. Che è vino dal colore non particolarmente carico, anzi, e che è solo al naso che cominci ad intuirne la grinta grazie ad una profondità non comune. Che è aromatico certo, ma elegantissimo nella sua compostezza. C’è per esempio quella nota di salvia che ti rapisce e che rimane impressa come pochi altri riconoscimenti. E poi che in bocca è teso come una corda di violino ma al tempo stesso appagante come pochi. E va giù che è un piacere.

Costa circa quindici euro, e vale ogni centesimo speso.

Cantina Margò, Carlo Tabarrini tra cioccolato e vino

Come è già capitato altre volte (in particolare quando l’argomento ruotava intorno al mondo del vino) riporto qui l’articolo uscito questo mese su Piacere Magazine.

L’appuntamento è per il primo pomeriggio di una caldissima giornata d’agosto in cantina. Oddio, cantina. Non pensate a chissà quale struttura immersa tra le vigne, quella di Carlo Tabarrini è infatti più vicina ad un garage che ad uno château. Letteralmente. Lui però è una forza della natura: in pochissimo tempo, meno di due anni, è stato capace di attirare su di sé attenzioni e apprezzamenti grazie a vini di grande forza ed espressività. Dalla sede di Via Settevalli a Perugia – anche se per adesso Carlo non vinifica qui ma si appoggia in una struttura più grande e organizzata – escono mediamente poco meno di tremila bottiglie. Due vini rossi e due vini bianchi fatti con le più tradizionali uve della regione: sangiovese, trebbiano e grechetto.

Ad ascoltare il racconto di questa avventura poi si ha l’impressione di quanto tutto questo sia il risultato di una buona dose di casualità e pazzia. Con un bicchiere di rosato in mano (uno dei suoi tanti esperimenti) Carlo mi dice che “molto semplicemente io non bevevo vino. Certo, nella cantina di casa si è sempre vinificato (almeno fino alla metà degli anni ottanta), ci pensava il nonno. Erano vini che venivano consumati subito, difficilissimi, duri, caratterizzati da una grande acidità e tannicità. Io ragazzino non ce la facevo proprio a farmeli piacere. Poi, molto tempo dopo, era la fine degli anni novanta, un amico mi ha fatto assaggiare un grande Barolo ed è cambiato tutto. Piano piano ho cominciato a fare delle prove, tantissime prove, per mettere le basi di quella che poi sarebbe diventata Cantina Margò”.

È bello ascoltarlo mentre racconta di questo periodo di grandi sperimentazioni. Per quasi dieci anni nella cantina di casa a settembre è entrato qualche quintale di uva che veniva acquistata nei dintorni e che portava a dieci/quindici diverse (micro)vinificazioni alla volta. Ogni anno così. Vini che venivano seguiti nei ritagli di tempo, anche oggi il lavoro di Carlo è poco lontano, all’interno dello stabilimento della Perugina. Vini che poi venivano consumati tra amici e famiglia. Fino al 2008: “da un giorno all’altro è cambiato tutto. In tanti ci siamo trovati in cassa integrazione e io come prima cosa ho aperto ufficialmente la mia azienda agricola. Subito dopo mi sono messo alla ricerca di qualche appezzamento da prendere in affitto tra i tanti contadini che avevo conosciuto negli anni precedenti senza però trovare una situazione ideale. Poi a guardare tra gli annunci di un giornale locale mi sono imbattuto in una bellissima vigna, quella di sangiovese. Le uve bianche invece continuo a comprarle da alcuni agricoltori che seguo durante l’anno”.

Ogni anno Carlo continua nelle sue tante sperimentazioni ma un punto fermo è di certo il suo Margò Rosso. Un sangiovese di razza, dritto e fragrante, stupefacente per beva e prezzo. Un vino (e una cantina) da seguire con attenzione.

Cantina Margò
Via Settevalli, 669
Loc. Casenuove, Perugia
+39 347 6976464
cantinamargo.com