A sud di nessun nord, fuori piove


Una pagina bianca. Continuo a guardare il monitor e fatico ad andare oltre due o tre parole che abbiano davvero un senso compiuto, che sappiano trasmettere anche solo un decimo delle emozioni di questo mese. “Sarà il tempo”, continuo a ripetermi: ho lasciato Perugia con il freddo e la pioggia e l’ho ritrovata tale e quale. Sono sicurezze. Anche al bar sotto casa non è cambiato niente, quando questa mattina sono sceso a prendere il caffè mi hanno salutato come se non ci vedessimo da – tipo – ieri. La normalità dovrebbe tranquillizzare e dare sicurezza. Non oggi però.
In queste ore non riesco a non ripensare a tutto quello che è successo negli ultimi trenta giorni, continuo a ripercorrere ogni singolo chilometro dei quasi quattromilaquattrocento percorsi per cercare di non perdere neanche una frazione, neanche uno sguardo o un panorama. L’essere da solo in questo senso ha aiutato, eccome: ero un po’ come una spugna, assorbivo in continuazione ed avevo tempo, in particolare mentre ero al volante, di ripensare a tutto quello che di volta in volta era appena successo. Tra le cose più limpide le tante notti trascorse in giro, erano gli unici momenti in cui, anche scrivendo, riuscivo almeno un po’ a riassumere la giornata. C’era quel momento, quello in cui prima di andare a letto accendevo il laptop, che era come un interruttore, spegneva una puntata e ne accendeva un’altra. Quel momento ripetuto in contesti diversissimi ma così limpido nella memoria. Impossibile dimenticare i tramonti di San Felice del Molise, di Melfi, di Matera, di Lecce, di Punta Prosciutto, di Cirò, di Zafferana Etnea, di Vittoria, di Butera, di Menfi, di Marsala, di Cefalù, di Messina, di Cosenza, di Avellino e di Torrecuso.

Mi sorprende quanto oggi, a ripensarci, i vini appaiano ai miei occhi così in secondo piano. Certo, non che non abbia assaggiato cose che mi sono piaciute, anche moltissimo. Cose che mi hanno elettrizzato d’entusiasmo, bicchieri in cui ho trovato tanta verità e che mi hanno trasmesso molto più di qualche sensazione organolettica. Non li dimenticherò mai. È che ancora una volta ho avuto la dimostrazione di quanto il vino nella mia vita non sia mai protagonista ma sia filo conduttore e collante capace di unire persone ed esperienze. Non è forse tutto qui? Questa tra l’altro è una chiave di lettura che riemerge periodicamente, unisce quasi tutte le grandi passioni che ho avuto. Non era tanto l’oggetto in sé (o almeno non solo) ma il dove e il chi. Un amico tempo fa mi scriveva che “in questo momento in cui tutti sono alla ricerca di certezze, dogmatiche sempre più, mi sembra grande (coraggioso? poeticamente coraggioso?) che noi si stia affidando tanta parte delle emozioni ad un contenitore di puro relativismo, come può essere il vino“. Si, davvero: quel relativismo che mi accompagna sempre di più. Le persone quindi, sono i loro sguardi e le loro parole le cose che più contano e che più hanno dato un senso compiuto a tutto questo girare.

Nessuna pagina bianca, anzi: Aurora, Cantine Cipressi, Tenuta Fontanelle, Cantina Carbone, Cantine del Notaio, Macarico, Eleano, Polvanera, Chiaromonte, Cantele, Cosimo Taurino, ‘A Vita, Sergio Arcuri, Librandi, Cote di Franze, Passopisciaro, Girolamo Russo, Fattoria Romeo del Castello, Benanti, I Vigneri di Salvo Foti, Do Zenner, Arianna Occhipinti, Feudo Principi di Butera, Cantina Barbera, Nino Barraco, Marco De Bartoli, Tasca D’Almerita, Palari, Bonavita, L’Acino, Ciro Picariello, Vadiaperti, Mastroberardino, Villa Diamante, Cantina Giardino, Fontanavecchia, Antica Masseria Venditti, Torre del Pagus, Fattoria La Rivolta, Torre a Oriente vanno ad aggiungersi ad un mosaico dui cui non riesco ancora ad immaginare la fine. E si, lette tutte d’un fiato mi fanno un certo effetto, sono davvero così tante?

Insomma, so che è tremendamente scontato ma è stato un mese bellissimo. Oggi, anche se fuori piove, ho qualcosa in più, qualcosa che è bello tenersi stretto.

Tutto –
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

Wisława Szymborska, da “La gioia di scrivere”, lettura che mi ha accompagnato sopratutto mentre guardavo il mare e c’erano quei tramonti lì.

Giorno ventidue: l’Aglianico del Taburno

Stasera la locale condotta Slow Food organizzava una cena/degustazione dedicata all’aglianico nelle sue tre diverse declinazioni. Un assaggio dal carattere informale e alla cieca di una ventina di etichette provenienti tanto dal Taburno quanto da Taurasi e dal Vulture. Ovviamente non mi sono fatto un’idea precisa sui diversi territori e anzi, a dire la verità le idee di questi giorni sono state smentite da ciò che ho trovato nel bicchiere. Taburno come Taurasi (e Vulture) quindi? L’impressione è che al netto di vinificazioni eccessivamente spericolate in un senso o nell’altro si, il territorio del Taburno abbia da dire assolutamente qualcosa sull’aglianico, in particolare quando vinificato tradizionalmente e (sopratutto) aspettato.

Prima della cena avevo trascorso la giornata qui in zona, visitando alcune delle cantine più rappresentative. Fontanavecchia è una di quelle storiche, una di quelle che da subito hanno puntato sull’idea di un Aglianico del Taburno di qualità. Dalla sede si gode di una bellissima vista sui vigneti circostanti e tutta la produzione è incentrata sull’aglianico: spumantizzato con metodo classico, vinificato in rosato e (ovviamente) in rosso. Il Grave mora 2006 è un bicchiere importante, di grande struttura e di buona beva. Acidità e tannini sono dosati senza mai eccedere prima di un finale suadente.

A Torre del Pagus a farmi da Cicerone è stato Maurizio De Simone, enologo di grandissima esperienza. Uno di quelli che possono permettersi di essere all’apparenza meno tecnici e più emotivi proprio grazie alle tante vendemmie affrontate. I suoi vini, qui a Torrecuso, sono molto espressivi e dinamici, tutti caratterizzati da una bella acidità e da un’invidiabile bevibilità. Il Rosato 2010 è lungo e affascinante mentre l’Aglianico del Taburno Riserva 2007 nonostante una certa siccità dell’annata sa essere gustoso ed elegante al tempo stesso. Un vino bellissimo, ricco e di grande pulizia. Da lasciare in cantina ed aspettare l’Impeto 2007, un aglianico di gran carattere, concentrato e profondo, dal tannino scapitante.

Fattoria La Rivolta è il sogno divenuto realtà di Paolo Cotroneo, farmacista di Napoli. È cantina bellissima, perfettamente integrata nell’ambiente che la circonda ed i cui vigneti più vicini godono di un’esposizione invidiabile. Impossibile, all’assaggio, non nominare tutta la linea dei vini bianchi. La coda di volpe, il greco, il fiano e la falanghina sono tutti estremamente didascalici, tipici, di grandissima beva senza rinunciare ad un’architettura fatta di acidità e salinità. Vini bianchi luminosi, da non mancare. Il Rosato 2010 è profondo e succoso, più degli altri incontrati qui, e l’Aglianico del Taburno 2008 è ricco, rotondo e molto piacevole.

Ultima tappa Torre a Oriente, bel progetto di Patrizia Iannella. Da sempre conferitori di Feudi di San Gregorio è solo a partire dal 2006, dopo alcune prove l’anno precedente, che inizia il progetto di vinificazione e vendita. Lei è fantastica mentre parla delle vigne, la sua è formazione agronomica e, solo dopo e per forza di cose, enologica. Qui poi la falanghina è una cosa seria: la 2010 è fresca e floreale, ha una bella acidità ed una mineralità afascinante. Ad assaggiare poi un’annata meno recente ecco scoprire un’altra falanghina, la Biancuzita 2008: un bicchiere oggi sussurrato, teso e di grande eleganza. Il suo Aglianico del Taburno, U’Barone 2008, è ricco e potente, morbido e rotondo.

Nel frattempo è quasi mezzanotte e fuori dalla finestra i fuochi artificiali della locale festa padronale illuminano il cielo di colori. Bel finale, domani si torna a casa.

Giorno ventuno: ancora in Campania

Che bello. Questa sera mi sono imbattuto un po’ per caso in un piccolo e delizioso locale a Foglianise, la provincia è quella di Benevento, si chiama Il Vinocolo ed ha una bellissima selezione di vini provenienti un po’ da tutta Italia. Vini spiccatamente artigianali e un po’ di birre (c’era anche una Cantillon, non ho potuto fare a meno: l’ho bevuta con rara avidità).

Tra l’altro qui – almeno questa sera – sembra di essere tornati indietro nel tempo di qualche mese: freddo e pioggia. Davvero, non sono più abituato a queste condizioni atmosferiche (ma provo a non pensarci). Vi ricordate che poco prima di partire scrivevo di quanto fossi rimasto piacevolmente colpito dai tanti consigli ricevuti in rete a proposito di questo viaggio? Dritte accettate spesso con piacere, in particolare quando provenivano da cantine che, avendo letto qua e là della cosa, mi avevano proposto di passare a trovarle. Invito sempre accettato con grande piacere. Qui nel Sannio invece le cose sono andate diversamente. Per una serie di strani incroci sono stato messo in contatto con la responsabile della comunicazione dell’Associazione Produttori Aglianico del Taburno la quale, abbracciando lo spirito un po’ avventuriero del viaggio, mi ha proposto di passare anche in questa zona per scoprirne le peculiarità visitando alcune delle cantine associate.

Eccomi quindi qui, a scrivere queste righe dall’albergo in cui sono ospite. È strano, un po’ per un’ospitalità per certi versi inaspettata, un po’ perchè ho avuto la sensazione di entrare in contatto con un’associazione particolarmente dinamica ed attiva, esattamente l’opposto di quanto avvertito in queste ultime tre settimane. Dal Molise alla Basilicata, dalla Puglia alla Calabria, parlando con i tanti produttori mi è sembrato che avvertissero i rispettivi consorzi (quando presenti) come delle entità completamente scollegate dai rispettivi territori. Realtà esistenti sulla carta ma immobili nella comunicazione. Unica eccezione, Vittoria. Arianna Occhipinti una decina di giorni fa mi aveva portato a visitare la bellissima sede del Consorzio all’interno di un ex carcere e lì, parlandone, ho avuto la sensazione di una grande voglia di fare (anche sistema). Certo, forse per il Cerasuolo di Vittoria è cosa più facile visto l’esiguo numero di produttori attivi, ma comunque non è poco, anzi.

Nel frattempo oggi ho fatto una piccola deviazione per passare a trovare a Castelvenere Nicola Venditti, dell’omonima Antica Masseria, vero e proprio pioniere del biologico nel mondo del vino italiano. È stato bello passeggiare con lui all’interno del “vigneto didattico”, un piccolo appezzamento in cui sono piantate tutte le varietà storiche della zona, anche quelle oggi scomparse o quasi. Ecco quindi scoprire la barbetta, vitigno a quanto pare autoctono che in zona è sempre stata scambiata per barbera tanto da essere definita come tale nei disciplinari di produzione (la faccenda però non mi è chiara, altri produttori sembrano utilizzare quella di origine piemontese e qui è abbastanza diffusa). Nei suoi vini – tutti vinificati e maturati in solo acciaio – si avverte una certa precisione tecnica e al tempo stesso sono vini gustosi e lunghi, scattanti e tipici, tutti estremamente rispettosi dei varietali, dalla falanghina all’aglianico passando (appunto) dalla barbetta. È stata deviazione piacevolissima.

Domani come detto sarà il giorno dell’aglianico, quello del Taburno. Presto aggiornamenti.

Giorno venti: Su e giù per l’Irpinia

Da Mastroberardino a Cantina Giardino passando per Villa Diamante in meno di otto ore. Si può fare.

La prima era tappa importante, ci tenevo a passare per dare un’occhiata alla cantina più importante e storica di tutto il territorio. La sede è nel centro abitato di Atripalda ed è struttura che nel corso degli anni (nel corso di oltre cent’anni) si è allargata ed in cui oggi vengono lavorate tutte le uve provenienti dagli oltre duecento ettari dell’azienda. A costo di sembrare banale la cosa che più mi ha stupito, qui, è il fatto che tutta l’Irpinia ha resistito all’invasione dei tanti vitigni internazionali a cui abbiamo invece assistito in altre regioni italiane negli ultimi vent’anni. Il motivo probabilmente è semplice: non ce n’era bisogno, tra coda di volpe, fiano, greco ed aglianico c’era già tutto.
Oggi Mastroberardino ha una linea di prodotti piuttosto articolata, impossibile assaggiare tutte le etichette in un’unica (veloce) sessione. A riguardare gli appunti scritti fitti fitti sul taccuino riporto solo che tra i bianchi mi è piaciuta la linea “Vintage”, due etichette che nascono con l’idea di proporre vini bianchi dopo una lunga maturazione in vasca ed un lungo affinamento in bottiglia. Il Fiano di Avellino 2006 è teso e minerale con chiari sentori che tendono al cherosene mentre il Greco di Tufo 2007 è ampio e dalla bocca volumetrica, particolarmente lunga ed articolata. Il Taurasi Radici 2005 è pieno e ricco, fresco e dal tannino tanto scalpitante quanto fine. Un vino che lascia intravedere lunga vita (come il Radici 1999 e in misura minore il 1998, tutto giocato su un frutto maturo e note terziarie e profonde).

Un po’ più in là, sotto il comune di Montefredane, c’è la cantina di Antoine Gaita. Villa Diamante è stata tappa fondamentale per provare a capire un po’ di più il fiano. “Vedi, nello chardonnay o nel sauvignon ci sono alcune note precise, che li caratterizzano in modo inequivocabile. Nel fiano invece c’è tutto, è vitigno polifonico e che in base all’annata e all’andamento stagionale racconta note più fresche e vegetali o note più calde e fruttate. È un vitigno totale.” Il suo Vigna della congregazione è Fiano di Avellino che rimane sulle fecce molto più a lungo della media, quasi sempre fino all’inizio dell’estate e che di volta in volta sa regalare sentori più fruttati o più affumicati. O più freschi e minerali o più sapidi. Con un unico filo conduttore: l’eleganza.

Il progetto enoculturale di Antonio Di Gruttola è chiaro ed è volto a preservare alcune delle più vecchie vigne irpine. Nel 2003, dopo aver lavorato per anni in una grande cantina, ha infatti iniziato a collaborare con alcuni agricoltori della zona per una gestione più naturale possibile dei vigneti, per poi comprare le uve che avrebbero definito le prime bottiglie di Cantina Giardino: “era bruttissimo vedere uve di tale qualità andare a finire insieme a tutte le altre“. La sua è quindi una vera e propria rete di conferitori che vengono affiancati e nel caso sostenuti economicamente durante tutto l’anno. Questa bella storia continua ancora oggi, nel frattempo Antonio e la moglie Daniela hanno acquistato alcuni ettari ma al tempo stesso continuano a seguire i vigneti da cui sono partiti, sempre attenti alla possibilità di inglobarne di nuovi.

È ad Ariano Irpino poi, nella piccola cantina che guarda una parte del paese, che nascono vini di rara profondità ed espressività, tanto da uve di aglianico quanto da uve di greco, di fiano e di coda di volpe. È qui che Antonio continua le sue prove, sempre in contenitori capaci di far vivere il vino tanto da definire l’acciaio “un materiale odioso, che immobilizza il vino e che non gli permette di evolvere“. Tanto legno quindi, castagno, acacia e rovere, e da un paio di vendemmie anche la terracotta con le anfore. “Pensa quanto è affascinante questa cosa, un vino che fermenta nella stessa terra in cui è nato“. Qualche dubbio? Il Sophia e il Clown Oenologue sono vini polposi e materici, potenti, sapidi e sempre caratterizzati da una bella acidità. Vini che ti fanno tornare sul bicchiere ancora ed ancora (bhè, come tutti gli altri del resto).

Giorno diciannove: Ciro Picariello e Raffaele Troisi

Bum. Il freddo mi ha riportato alla realtà con una velocità disarmante. Più andavo a nord, verso Salerno, più la temperatura scendeva, la pioggia aumentava, io basivo. Poi certo, c’è voluto poco per recuperare un po’ del calore perduto durante il viaggio. Sono bastati un po’ di assaggi con Ciro Picariello e con Raffaele Troisi. Un uno/due di grande intensità grazie al loro essere tra i più pasionari interpreti delle uve a bacca bianca dell’Irpinia.

Da Ciro la parola d’ordine è Fiano di Avellino. Il 2010, appena messo in bottiglia, è già riconoscibilissimo: ci sono note leggeremente affumicate che aprono ad un bel frutto che con il passare dei secondi vira verso l’agrume. Articolato e godibilissimo, tanto oggi quanto tra un numero indefinito di anni. È stato buffo poi parlare con lui non tanto di questa versione più classica (ormai vera e propria sicurezza) quanto di un esperimento che sta portando avanti con la spumantizzazione. L’idea è – vedremo – quella di commercializzarlo senza la sboccatura, in una confezione che permetta alla bottiglia di stare “a testa in giù” in modo che ognuno sia libero di liberare il residuo magari in una bacinella d’acqua, a casa. True Movia style, e ho detto tutto.

Raffaele poi è il solito vulcano. E se parlare benissimo dei suoi Aiaperti e Tornante, rispettivamente le selezioni di fiano e di greco, può sembrare ovvio, meno è stato ai miei occhi imbattermi in un campione di coda di volpe 2011 di grande freschezza e mineralità, profondo e drittissimo. Un assaggio che probabilmente andrà a comporre la terza (ed ultima) selezione di Vadiaperti. Raffaele, questa davvero non me l’aspettavo anche se certo, so benissimo che lì a Montefredane riesci a tirare fuori l’anima più verticale di questi vitigni senza mai perdere in finezza, in precisione stilistica. E comunque, proprio quando credevo di aver capito qualche cosa sul Fiano di Avellino e sul Greco di Tufo, sulle loro caratteristiche e sulle loro differenze, ecco che compare sul tavolo una bottiglia coperta. Un vino chiaramente figlio di una vendemmia poco recente, un vino strabiliante per complessità, luminosità, beva, struttura, integrità. In generale, eleganza. Giuro, non avrei mai pensato che un Greco di Tufo del 1992 potesse essere così totale, oggi. In termini assoluti forse il vino del viaggio, di certo quello più inaspettato.

Giorno diciotto: L’Acino, magliocco e mantonico

Comunque è stato solo oggi, dopo essere sceso dal traghetto a Villa San Giovanni, che mi sono reso conto che stavo davvero tornando verso casa. La Sicilia (a proposito: quante cose da approfondire, quanti posti dove tornare) mi aveva proiettato in una dimensione diversa e ovviamente lontana: ero altrove.

Nel frattempo a L’Acino continua un bellissimo percorso di valorizzazione dedicato a due antichi vitigni calabresi: il magliocco ed il mantonico. La zona è quella di San Marco Argentano, una ventina di chilometri a nord di Cosenza. “Siamo originari di queste zone, è stato naturale pensare di investire qui, nel nostro territorio“. Terre rosse, ricche di argilla e di minerali e sui quali L’Acino ha piantato solamente queste due varietà, oggi danno alla luce quattro vini, divisi in due ipotetiche linee.

Il Chora bianco ed il Chora rosso sono vini che nascono per essere consumati nel breve periodo e che hanno il pregio di avere una beva straordinaria. Sempre così freschi e caratterizzati da una buona acidità. Il Mantonicoz ed il Toccomagliocco sono invece più ambiziosi per struttura e profondità. Il primo -il bianco- è delicato al naso ma grintoso in bocca. Il secondo -il rosso- gioca su toni fruttati mai scontati ed in bocca stupisce per la trama tannica così fine, così integrata con tutti gli altri elementi e con la componente alcolica in particolare. Ecco, il bello di questi ultimi due vini è proprio questo loro non mostrarsi per ciò che non sono, per avere un’espressività sincera in cui la mano non è assolutamente percettibile, quasi ad accompagnare un naturale percorso, una naturale maturazione ed evoluzione. I ragazzi de L’Acino tra mille difficoltà stanno portando avanti un lavoro straordinario, un lavoro basato sulla valorizzazione di un territorio sconosciuto ai più ma che, davvero, merita attenzione.

Ma adesso spengo, sto scrivendo questo post da un’area di servizio lungo la A3, in direzione nord. Prendo un caffè e riparto. Verso casa, appunto.

Giorno diciassette: Faro, lo Stretto, Bonavita e Palari

Poche bottiglie, tanta passione. Giovanni Scarfone è una persona fantastica: le vibrazioni positive e l’entusiasmo che trasmette mentre parla dei suoi appezzamenti non ha eguali. Con il solo aiuto del padre ha scommesso qualche anno fa nelle vigne di famiglia, l’idea era ed è quella di riuscire a produrre un vino di grande qualità in una zona altamente vocata ma – al tempo stesso – molto poco conosciuta. Il bello è che oggi Bonavita, a pochissimi anni di distanza, è già una sicurezza. Il suo Faro è vino di grande purezza espressiva, sempre nervoso e al tempo stesso suadente. Una buona dose di freschezza apre ad una bellissima trama tannica e ad un finale di grande, grandissima pulizia. Il 2008 ha una beva incredibile, così come il 2010, quasi pronto per essere imbottigliato. E se poi il 2011 è annata che ha dato un raccolto decisamente più esiguo è anche vero che il vino non ne ha risentito in profondità, anzi. Non vedo l’ora esca in commercio.

Insomma, eccomi a Faro. Denominazione storica fatta con quello che qui si è sempre coltivato: nerello mascalese, nerello cappuccio, nocera ed altre. La zona è quella di Messina, quella che guarda verso lo Stretto. Il nome storico nel territorio è quello di Palari. È qui, con la spinta di Luigi Veronelli, che Salvatore e Giampiero Geraci iniziano negli anni novanta un lento e graduale lavoro di recupero di alcuni dei vigneti della zona più meridionale della denominazione. Qualcosa di simile a quello che oggi definiremmo come viticoltura eroica: vigne terrazzate, strette e ripidissime. Vigne vecchie e dalle rese basse lavorabili solo a mano che regalano uno dei vini più eleganti abbia assaggiato in questi giorni siciliani. Il 2007 è finissimo, racconta di note fresche, fruttate e floreali, salmastre e speziate. Il 2008 è più panciuto ma al tempo stesso non perde quella sua anima asciutta, di grande armonia. La sorpresa poi è il 2001, potente e sottile al tempo stesso, armonico come solo il nerello mascalese sa essere. L’avevo letto in giro ed è vero, è vino che ricorda la Borgogna. Quale miglior complimento.

Giorno sedici: Tenuta Regaleali

Ho fatto una deviazione di un centinaio di chilometri per cercare un vino, ne ho trovato un altro. Il mese scorso mi ero imbattuto in una vecchia annata di cabernet sauvignon di Tasca d’Almerita e ne ero rimasto stregato, passare da queste parti per vederci più chiaro mi sembrava la cosa più ovvia. Il 2008, l’annata oggi in commercio, è molto buono, ha una bella struttura e al tempo stesso una beva invidiabile. Si sente un po’ la maturazione in legno ed il varietale è evidente mentre quelle note più mediterranee che mi avevano conquistato sono ancora sullo sfondo, solamente intuibili. È probabilmente solo una questione di tempo prima che tutti questi elementi riescano a fondersi in quel tutt’uno che avevo trovato e che avevo amato.

Nel mentre, assaggiando anche gli altri vini di quella che è una delle più storiche realtà siciliane legate al vino di qualità, ho assaggiato il “Rosso del Conte” 2007. Un nero d’avola di un’eleganza incredibile, tanto austero quanto leggiadro. Davvero, una cosa per certi versi stupefacente, capace di ridisegnare ai miei occhi (ancora una volta) questo particolare vitigno. Già la settimana scorsa avevo fatto una piccola deviazione per andare ad assaggiare quello di Do’ Zenner: lì avevo trovato note fruttate e salmastre, di grande piacevolezza nel farsi bere così facilmente. Ecco, a Vallelunga Pratameno, nella Sicilia più profonda, Tasca d’Almerita lo interpreta nel modo più fine possibile. Ed è stata un’altra bella sorpresa.

Giorno quindici: Marsala

È un bel dopo cena e ho appena salutato James, un ragazzo australiano che dopo aver finito gli studi ha deciso di fare un viaggio e di girare il mondo del vino con l’obiettivo di lavorare in questo campo. Sul blog racconta questo percorso e forse si tratta di qualcosa lontanamente simile a quello che sto facendo io. Unica differenza, il tempo a disposizione: il suo è viaggio di sedici (!) mesi. Dopo la California, il Cile, l’Argentina è adesso in Italia e in Sicilia prima di andare in Francia, Spagna, eccetera, eccetera, eccetera. Se in questi giorni vi capitasse di avvistarlo nella Cinquecento bianca che ha noleggiato fategli un cenno, io (virtualmente) lo seguirò con piacere.

Nel frattempo ho guardato il sole tramontare alla fine dell’Italia e mi sono gustato un paio di bicchieri di Catarratto 2008 di Nino Barraco. Il primo è un momento simbolico, da questo momento è iniziata quella famosa inversione ad U che piano piano mi riporterà a casa, il secondo è una splendida sicurezza, tutto giocato su una lieve nota ossidativa, una fantastica spalla acida ed un turbinio di frutti maturi, miele, richiami floreali ed una struggente e lunghissima sapidità. Nino poi è una persona fantastica, girare per vigneti con lui non è solo estremamente istruttivo ma anche entusiasmante: la sua è energia contagiosa. Non metto qui la fotografia di uno dei suoi appezzamenti, quello più vicino al mare. Se mai vi capitasse di arrivarci con lui capirete perchè, non voglio essere io a rovinarvi la sorpresa.

Oh, poi questa è Marsala. Non era neanche lontanamente immaginabile non approfondire almeno un po’ il Marsala. La cantina fondata da Marco De Bartoli è un riferimento assoluto e la dimostrazione che si tratta di vino capace di sfuggire ad alcune delle logiche industriali dei grandi produttori. Il “Vecchio Samperi Riserva Ventennale” per esempio è un Marsala vecchio stampo, uno di quelli capaci di raggiungere una gradazione di oltre diciotto gradi naturalmente, senza bisogno di essere fortificato. Un monumento a quel Marsala che aveva affascinato John Woodhouse ma che, inevitabilmente, rimane fuori dal disciplinare di produzione. È un assaggio caleidoscopico, fatto di pesca, di miele, di mallo di noce, di vaniglia, di rovere e che poi in bocca è secco come una fucilata, in cui la componente alcolica è perfettamente integrata e che ti fa venire una voglia matta di tornare sul bicchiere. Un (non) Marsala indimenticabile.