Un Chianti Classico in meno

Ci è voluto il 2011 – il maledetto 2011 – per convincere definitivamente Giovanna Morganti ad “uscire” dalla denominazione e presentare il suo mitico “Le Trame” come un Toscana Rosso, vino ad Indicazione Geografica Tipica. Rivedibile la prima volta, bocciato la seconda: questo l’esito delle due degustazioni presso la consueta commissione di assaggio. “Certo che avrei potuto fare qualcosa tra le due degustazioni, magari aggiungere un po’ di solforosa.. Però sai, mi ero proprio stufata, se per i canoni della commissione il mio è vino che non va bene non c’è problema, davvero“.

Giovanna mi racconta poi di averne parlato con i propri clienti più importanti e di aver ricevuto solamente rassicurazioni, che il loro scopo è vendere  il suo “Le Trame”, vino unico ed irriproducibile, non un Chianti Classico che spesso se presentato come tale va a scontrarsi con prodotti molto meno costosi. E in fondo è proprio questo il punto, quello di una denominazione che forse nella ricerca di una continua omogeneità perde il proprio senso più profondo, quello della valorizzazione non solo delle sue tante diversità territoriali ma anche (e magari soprattutto) personali. Voci le cui inevitabili differenze, a maggior ragione in occasione di una vendemmia estrema come quella del 2011, non fanno altro che aumentarne la complessità.

Invece no. Per questo oggi a guardare l’etichetta de “Le Trame” ho come l’impressione che il Consorzio del Chianti Classico abbia perso una delle sue voci migliori.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Tag: , , | Commenta

9 Commenti

  1. Pubblicato 31 marzo 2014 alle 16:29 | Link

    non parlerei di omogeneità sul Chianti classico. A me pare che ci sia il problema opposto, c’è scritto Chianti e non sai più cosa c’é dentro, almeno a livello di vitigni. Piuttosto la questione riguarda la valutrazione di quelle che il canone definisce imperfezioni. Meglio un vino dalla forte personalità con qualche “imperfezione” o un vino senza alcun pregio ma limpido, “franco”, senza infamia? Per le commissioni, di norma, il secondo. Va detto però che fissare questi “paletti” su una DOCG non è un mestiere facile e ogni scelta in questo senso si presta a critiche.

    • Pubblicato 31 marzo 2014 alle 16:33 | Link

      Verissimo, ma a volte non è sempre stato così. Un amico l’altro giorno mi faceva notare come alcuni vini di Stanko Radikon, erano gli Anni 90, fossero Collio DOC. Una cosa molto bella a ripensarci adesso, come ci fosse la volontà di promuovere un territorio e tutte le sue diversità.

      Oggi ho l’impressione che le commissioni siano molto più rigide, che preferiscano quella che viene definita come “l’assenza di difetti” a forti personalità. Magari hanno ragione, eh (ehm).

  2. Paolo Cianferoni
    Pubblicato 31 marzo 2014 alle 17:26 | Link

    Dispiace davvero constatare come la docg Chianti Classico non abbia capito come sia il territorio con i vini del territorio la forza del Chianti Classico. Si continua a preferire corbellerie come la Gran Selezione che crea solo confusione e generalizzazione.

  3. Pubblicato 1 aprile 2014 alle 07:12 | Link

    non mi sorprende affatto questa storia in una denomnazione vastissima e con mille interessi commerciali, basta vedere la forbice del prezzo del Chianti Classico sullo scaffale, da anni propongo di seguire l’esempio della borgogna e di puntare sulla zonazione con individuazione dei cru, ma conoscendo la nostra indole dubito che si arrivi mai ad un’accordo!!

  4. Enrico Zambon
    Pubblicato 1 aprile 2014 alle 09:11 | Link

    DApenna rientrato da Jura e Borgogna, ho assaggiato vini AOC delle rispettive zone con evidenti torbidità, brett, ossidazioni, e via così… tutti buonissimi tra l’altro.

  5. Pubblicato 1 aprile 2014 alle 10:23 | Link

    come si vede, Enrico Zambon, il tutto è molto soggettivo. per me vini con “evidenti torbidità, brett, ossidazioni, e via così” per definizione non possono essere buonissimi. Ma, soprattutto,. non possono essere tipici e territoriali, perché ritengo tali difetti ancora più omologanti del lievito super-aromatico australiano che fermenta in iper-riduzione a 12 gradi.

  6. Enrico Zambon
    Pubblicato 1 aprile 2014 alle 10:28 | Link

    Maurizio, era una provocazione! Comunque resta il fatto che vini che possiamo definire “estremi” in Francia hanno comunque l’Appellation. Che dire?

  7. Pubblicato 1 aprile 2014 alle 10:49 | Link

    Enrico Zambon non sempre, dipende dalle appellation, poi se non erro in Francia le degustazioni si fanno a campione, non a a tappeto come in Italia. In ogni caso ci sono diversi casi di produttori “estremi” che sono uisciti dalle AOC, di recente è scoppiato il caso di Olivier Cousin. E di solito chi dice che non fa più AOC per una scelta concettuale mente per la gola, non la fa più perché gli bocciano il vino. E vale anche per l’italia.Se poi sia giusto o meno si può discutere. A mio avviso c’è una questione di misura e di interpretazione a volte errata delle aspettative del consumatore. Le commissioni fatte da enologi tendono spesso più a cercare il piccolo difetto che a valutare un vino nel suo impatto complessivo: il che è sbagliato perché non è il modo in cui lo valutano i consumatori, ma quello in cui lo valutano, appunto, i tecnici. Se però ci sono problemi seri è giusto che il vino non passi, perchè non puoi propormi un vino con 800 di etilfenoli (che quindi puzza come una fogna) e poi lamentarti se non ti danno la DOC.

  8. biotipo
    Pubblicato 1 aprile 2014 alle 17:30 | Link

    e così, dopo palmucci, arlunno, emidio pepe, e svariati altri (per un florilegio, cfr. http://www.intravino.com/primo-piano/breve-storia-incompleta-delle-bocciature-alla-commissione-per-la-doc), le mitiche commissioni d’assaggio infilano una nuova perla…

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