Un ritorno all’argilla (un ritorno?)

Ci voleva una serata particolarmente rilassante per aprire -finalmente- due bottiglie arrivate qualche settimana fa. Due vini prodotti dalla Tenuta Rubbia al Colle, l’appendice toscana del gruppo Arcipelago Muratori (lo stesso di Villa Crespi, in Franciacorta). Il primo, il “Vigna Usilio” 2007, è un Val di Cornia da sole uve di sangiovese  la cui maturazione avviene in barrique per circa due anni. Il secondo, il “Barricoccio”, ricalca tipologia e denominazione ma si differenzia per millesimo, è un 2010, e per maturazione, avviene in un contenitore in terracotta per circa un anno e mezzo.

Vado subito al punto, fugando il primo dei punti in elenco: non sono vini lontani tra di loro, anzi. Sono infatti entrambe due belle espressioni di sangiovese da cui sembra emergere abbastanza chiaramente una certa matrice territoriale, hanno tutto quel calore e tutta quella polpa, caratteristiche declinate in eleganza, che ci aspetta da questa zona della Toscana. Ok, e allora? Leggo nell’allegato che “per millenni, dagli Etruschi ai Romani e fino alle soglie del 1700, l’argilla era considerato il materiale più idoneo per la conservazione del vino (..) Nella Tenuta Rubbia al Colle si è deciso di tornare alla terracotta in omaggio al popolo etrusco, di cui in un podere si sono trovati resti di un insediamento. Barricoccio è il nome che abbiamo dato alle nostre barrique in terracotta“, qui il blog dedicato al progetto. Non sono poche le aziende che negli ultimi anni hanno iniziato un percorso di ricerca utilizzando questo particolare materiale, fenomeno forse riconducibile al mondo dei vini naturali e più specificatamente ad alcuni dei suoi più famosi interpreti. Perchè davvero, nel parlare di anfore come non pensare immediatamente ad alcuni dei vini prodotti da Giusto Occhipinti (COS) in Sicilia o da Josko Gravner nel Collio, solo per citare due dei loro più illustri ambasciatori in Italia? Tuttavia si tratta di una strada la cui direzione è tutt’altro che nota, tali sono le differenze non solo di latitudine ma anche e soprattutto di caratteristiche varietali dei vitigni utilizzati. Il “Barricoccio” 2010 è però vino decisamente interessante, disteso, caratterizzato da un’acidità veemente e da una voglia di emergere non comune. Un vino che sarà interessante seguire con il passare delle stagioni, sperando non rappresenti solo una moda passeggera ma un progetto dalle radici più profonde. Qui c’è molta curiosità.

Ah, a proposito di maturazioni e di materiali. Sapete qual’è il contenitore di cui ultimamente subisco maggiormente il fascino? La classicissima damigiana di vetro, ben consapevole sia però cosa più da garagisti che da produttori.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Campionature, Toscana | Tag: , , , | Commenta

10 Commenti

  1. Nic Marsél
    Pubblicato 6 novembre 2013 alle 10:47 | Link

    Ciao Jacopo, non avevo mai sentito parlare del “Barricoccio” ma ammetto che la foto fa colpo così come il progetto. Però. Quando parte un nuovo progetto che coinvolge investimenti importanti è ovviamente fondamentale la comunicazione come strumento di marketing. Però. Però la giustificazione dell’utilizzo della terracotta pare forzata, con richiami storici che mi sembrano un po’ tirati per i capelli. Mi ricorda certa arte contemporanea priva di senso senza la lettura delle due pagine fitte di presentazione annessa, che diventa parte inscindibile dell’opera stessa, pena l’impossibilità di fruizione (figuriamoci di godimento) da parte dello spettatore. Infine sappiamo che il contesto storico è quello in cui i “vini naturali” muovono un interesse ben superiore allo 0,7% che rappresentano nella realtà nazionale. Se mi capita non me lo farò sfuggire, ma difficilmente l’assaggio riuscirà a liberarmi da quel certo scetticismo di fondo.

    • Pubblicato 6 novembre 2013 alle 12:13 | Link

      Beh, come biasimarti. È ovvio, ed è il motivo per cui l’ho sottolineato anche nel post, che appena si sente parlare di anfore & co. il pensiero corra veloce ad un contesto produttivo ben definito. A proposito, cosa ne pensi degli ultimi vini di Elisabetta Foradori, visto il tema? La sua nosiola mi aveva conquistato.

      • Nic Marsél
        Pubblicato 6 novembre 2013 alle 15:33 | Link

        Con Foradori sono fermo ad un paio d’anni fa :-(

    • Pubblicato 7 novembre 2013 alle 18:04 | Link

      buonasera Nic,
      è il vino che deve parlare non le parole ;-)
      assaggia alla cieca con un altro sangiovese e poi giudica, che dici?

  2. RiccradoFVS
    Pubblicato 6 novembre 2013 alle 14:17 | Link

    Sarà che la damigiana è – come ben dici – cosa da garagisti, sarà che ad usarla mi ha spinto anche quel matto di Carlo ma io, da garagista, mi ci sono effettivamente trovato molto bene.
    Il vino vi subisce un affinamento delicato, una chiarifica naturale (solo con il freddo dell’inverno) ed efficace.
    Io poi azzardo un po’ e in damigiana faccio fare al bianco una parte di fermentazione alcolica (dopo un tot di giorni in acciaio sulle bucce) e la malolattica :-)

  3. Pubblicato 6 novembre 2013 alle 15:17 | Link

    Ciao Jacopo, ho assaggiato il “Barriccoccio” 2010 non tanto tempo fa (al ristorante) e devo ammettere che non mi ha entusiasmato. Anzi, aveva decisi ricordi legnosi. Di legno nuovo, come se fosse stata usata una vera barrique anziché quella in coccio.
    Mi sono poi confrontato con altri (Luca Risso) e lui non ha avuto assolutamente questa sensazione. Forse sono incappato in una bottiglia sbagliata o devo ritarare le mie papille! ;)
    Quindi per me da riassaggiare. Per verifica.

  4. Pubblicato 6 novembre 2013 alle 16:59 | Link

    Ricordo la visita alla cantina, notevole opera scavata nella collina, a giugno del 2008 il progetto Barriccoccio partiva allora con la cantina da poco messa in funzione, ho una rece anch’io della 2010 su vinix.com, bel sangiovese selezione da vigne vecchie maturato in terracotta per preservarne le peculiarità principalmente, tenendo conto anche del clima caldo della zona che già gli apporta tanto.

    Ciao, alessandro zingoni

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