Ancora una volta, evviva lo stelvin

I più affezionati lettori di questo blog mi scuseranno se torno su un argomento di cui in passato ho già ampiamente scritto ma sono alcuni giorni che continuo a tornare sui vini comprati venerdì scorso in cantina da Armin Kobler, un piccolo assortimento di bianchi (ed un rosso) tutti caratterizzati da un comune denominatore: il tappo a vite. Il Gewürztraminer è finito quasi subito mentre il Merlot Riserva, lo Chardonnay ed il Pinot grigio continuano ad alternarsi senza soluzione di continuità. Evviva (un post su di lui e sui suo vini l’ho scritto proprio ieri, di là).

In molti tra l’altro conoscono il grande lavoro di divulgazione che Armin ha portato avanti in questi anni nei confronti di questo tipo di chiusura ed io davvero non ho più niente da aggiungere. Per comodità, per bellezza estetica, soprattutto per quella loro totale affidabilità nella conservazione del nostro liquido preferito il tappo a vite non ha rivali. L’unica domanda, a questo punto, è perchè non si stia diffondendo velocemente come dovrebbe.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Tag: , , | Commenta

10 Commenti

  1. Pubblicato 19 agosto 2013 alle 21:25 | Link

    Allora, ok per il sentore di tappo, ma ci sono documentati altri vantaggi ? personalmente comincerò una campionatura di invecchiamento parallela stelvin Vs sughero, lo zoccolo duro stelvin = bassa qualità e viceversa mi preoccupa un po’…

    • Pubblicato 19 agosto 2013 alle 21:29 | Link

      Capisco le preoccupazioni di chi produce grandissime quantità di vino ma per l’artigiano (come te) il problema imho non si pone davvero. Sull’invecchiamento anche io ho poca esperienza, mi riferisco ad assaggi paralleli, dello stesso vino con differenti chiusure. Ricordo però alcuni spunti usciti durante un Vinitaly di qualche anno fa: http://www.enoicheillusioni.com/2011/04/tappo-a-vite-vs-tappo-di-sughero-il-caso-salcheto/.

    • Pubblicato 20 agosto 2013 alle 08:08 | Link

      Ciao Carlo, io ho fatto 3 anni di prove con il tappo a vite. Ho tappato Paiele annata 2009, 2010 e 2011 sia con tappo sughero che tappo a vite. Bada bene, stesso imbottigliamento quindi stesso lotto, stessa filtrazione e stessa solfitazione.

      Ad uno e due anni di distanza il vino con chiusura a vite è più fresco, serbevole, giovane, senza interferenze di tappo (che non è solo TCA) e inoltre mantine una solforosa libera più alta, ergo si può solfitare meno in imbottigliamente poiché la libera rimane.

      Con l’annata 2012 di Paiele solo tappo a vite (non stelvin poichè non viene prodotto in Italia), e forse col l’annata 2013 anche Riva Arsiglia solo vite.

  2. Pubblicato 19 agosto 2013 alle 21:57 | Link

    Tempismo perfetto invece, stasera ho aperto un rosso portoghese che attendevo con curiosità per trovarlo irrimediabilmente “tappato”.
    Non ho esperienza su tappi a vite per bottiglie dall’invecchiamento decennale, ma sono pienamente d’accordo sul fatto che ancora troppo pochi produttori prendono in considerazione questa soluzione.

  3. Lorenzo
    Pubblicato 20 agosto 2013 alle 00:43 | Link

    CON LA SPERANZA DI VEDERLO SEMPRE DI PIù NEI NOSTRI VINI
    INTANTO ECCO COSA STANNO FACENDO IN CALIFORNIA, C’è IN OLTRE UNA CANTINA PLUMPJACK CHE VENDE LE LORO BOTTIGLIE IN CASSE DA SEI- 3 TAPPATE CON TAPPO SUGHERO E 3 TAPPATE CON TAPPO A VITE COSI IL CONSUMATORE FINALE POTRà DIVERTIRSI AD ASSAGGIARE E GIUDICARE L’EVOLUZIONE DEL VINO NELLE DUE DIFFERENTI CHIUSURE !

    The University of California at Davis is conducting a new study that could help end the debate on whether screw cap closures are as effective as natural corks when it comes to aging wine. The university is working with the PlumpJack Group, a wine and hospitality company, cofounded by billionaire philanthropist Gordon Getty and California Lt. Gov. Gavin Newsom, to assess the quality and aging potential of different closures. The goal is to provide direction for the industry so vintners can make informed decisions about what to use on their bottles.

    The two-year study will analyze wines under three different types of closures—screw caps, synthetic corks and natural corks. The test group, which consists of 200 bottles of Cade Sauvignon Blanc 2011, will be monitored every few months using a spectrometer to detect changes in color. The wines will also be chemically analyzed using oxygen sensors placed inside the bottles. The sensors allow the university to measure how a wine is aging without opening it. The wines that show differences will be opened at the end of the study and tasted to determine if the quality has been compromised.

    The study will determine the range of differences in each closure group, specifically, how much oxygen has been allowed into the bottles. When oxygen interacts with a wine it causes it to oxidize, changing its color and taste. Corks and screw caps limit the amount of air a wine is exposed to, preventing it from aging prematurely. “It’s really a variability study,” said Dr. Andrew Waterhouse, professor of viticulture and enology at UC Davis. “We want to see how different they can be between themselves.”

    This is not the first scientific study to be conducted on screw caps (see sidebar) but it does employ new technology. PlumpJack used a CT scanner to measure the permeability of the natural and synthetic corks to eliminate potential flaws. “For this study we chose the best corks, the least permeable corks, so that we have a very even playing field for all three closures,” said John Conover, general manager at PlumpJack and Cade wineries in Napa.

    PlumpJack became interested in comparing screw caps to corks after the company’s founders questioned why it was OK for even a small percentage of its wine to be damaged because of the closure. According to Conover they were frustrated with the percentage of wines affected by TCA (2, 4, 6-trichloroanisole). “We work so hard to grow the grapes and make the wine, and then to have it ruined because of the closure for us was unacceptable,” he said.

    TCA is at the center of the debate on alternative closures. Proponents of screw caps point to its ability to eliminate the potential for “corky” wines. But opponents consider the closure to be inferior to traditional corks for aging.

    The company, which owns two wineries in Napa as well as two hotels, a wine shop and several restaurants, has been conducting in-house studies on the aging potential of screw caps for years. Starting with the 1997 vintage it has been bottling half of its PlumpJack Reserve Cabernet Sauvignons under screw cap. But it decided to approach UC Davis because it wanted an independent body to assess the closures.

    It remains to be seen whether the study will support the case for screw caps; the results will not be published until 2013. And many vintners are still finding it hard to market screw caps to consumers. But Conover said a younger generation of wine drinkers is willing to embrace alternative closures. “For us as a company we have received very little resistance from our customers with screw caps,” he said.

  4. Pubblicato 20 agosto 2013 alle 08:31 | Link

    all’inizio ero molto favorevole allo stelvin ma sia sullo stelvin che sulle chiusure in silicone (come i grand cru in borgogna) ho un timore fondato che finiranno per stravolgere tutte le nostre idee sull’invecchiamento. Bene o male quando apro un grand cru di 30 anni mi aspetto una evoluzione da vino che è stato 30 anni in bottiglia con tappo di sughero e non che ne dimostri 20 di meno.
    Voglio dire non so se sono disposto a barattare la garanzia di assenza di difetti da tappo con l’alterazione di tutta la letteratura sull’invecchiamento del vino, è roba da crollo dell’Impero Romano!
    Poi per i vini come quelli di Armin, al loro meglio tra 1 e 5 anni dalla vendemmia , il discorso cambia eccome

    • Pubblicato 20 agosto 2013 alle 08:40 | Link

      Sono tendenzialmente d’accordo con te Andrea, però io personalmente non sono sicuro (perchè nessuno che legga o conosca ha mai provato) che dopo 30 anni di tappo a vite l’evoluzione sia necessariamente diversa/negativa rispetto a quella risultante da un sughero (con ovviamente tutti i rischi del caso). Vero è che il tappo di sughero ha una componente affettivo/romantica/tradizionalistica che è impossibile avere con uno Stelvin.
      Mi domando però perchè in Italia sia solo così lieve (qualcuno si muove in questo senso ma ancora pochi) la tendenza ad utilizzare questo metodo di tappatura su prodotti di breve-medio invecchiamento dove i benefici a mio avviso superano di gran lunga gli svantaggi.

  5. Manilo
    Pubblicato 21 agosto 2013 alle 08:18 | Link

    Ok il tappo di sughero ha il suo fascino, parlando dell’invecchiamento i tedeschi sui loro Riesling, il tappo a vite da quanto tempo lo usano?, perché mi son capitati alcuni del 70 e tappo in sughero e vino nel lavandino e se invece fosse stato a vite, ve lo raccontavo.

  6. Iacovini
    Pubblicato 22 agosto 2013 alle 15:40 | Link

    Oggi, finalmente, esiste l’opportunità di scegliere il tappo a vite con la guarnizione in grado di garantire diversa permeabilità all’O2. Quindi riuscendo anche a simulare quella di un tappo di sughero.

  7. Fabio C.
    Pubblicato 22 agosto 2013 alle 16:49 | Link

    Altro che crollo dell’Impero Romano, qui stiamo parlando – in prospettiva – di una rivoluzione copernicana. E non tanto per il tappo a vite (vi prego, non chiamiamolo Stelvin, abbiamo in Italia forse il primo produttore al mondo di tappi a vite…) ma per il concetto di chiusura.
    Oggi ormai, nel tappo a vite come nei tappi sintetici (in entrambi i casi parliamo di quelli di alta qualità ovviamente), si può SCEGLIERE e PROGRAMMARE l’invecchiamento del vino in bottiglia. Il che cambia totalmente le cose, non solo perché con il sughero era solo empiricamente possibile, scegliendo lunghezza e anzianità della corteccia, mentre ora le case produttrici di chiusure “alternative” forniscono dati esatti sul passaggio di ossigeno tramite il tappo. E questo non incide solo sul “dopo” ma soprattutto sul “prima”, ovvero su come viene preparato un vino per l’imbottigliamento.
    Mettiamoci in testa che non è solo il tappo a fare la conservazione del vino, ovvero se vinifichiamo a bassissimi tenori di ossigeno tramite tutte le possibilità della tecnica e chiudiamo con una chiusura altamente impermeabile (come il tappo a vite) ci sono buone probabilità che il vino in questione sviluppi sentori di riduzione. Viceversa lo stesso vino chiuso con tappi sintetici a basso passaggio di ossigeno potrebbe evolvere meglio e, con precisi calcoli matematici, arrivare a maturazione a 3 o 5 o 7 anni dalla chiusura. Si tratta di esempi del tutto generici ovviamente ma spero di aver chiarito il concetto.
    Insomma a parte la poesia, che credo e spero rimanga invariata sui vini di grandissima qualità (confermando quindi il discorso di Andrea), per il resto la rivoluzione è in atto e riguarda i produttori come i consumatori non essendo solo una questione di scelte di campo ideologiche o di marketing ma soprattutto di variabili tecniche ben precise.

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