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L’elegante fragilità dei Chianti del Casale


Non sapevo bene cosa aspettarmi, giovedì scorso. Il programma della serata prevedeva, dopo un aperitivo in compagnia di Matteo Furlani e dei suoi spumanti (un sur lie e due metodo classico di cui scriverò sicuramente), una cena con i vini dell’Azienda Agricola Casale, vicino Certaldo, Firenze. Cioè, io non solo non li conoscevo, ma non avevo neanche mai sentito nominare la cantina. La mia curiosità nasceva grazie ad alcune segnalazioni provenienti dalla redazione di Porthos, pare che da quelle parti i loro Chianti fossero prepotentemente entrati in agenda dopo diversi assaggi ed una visita in zona.

Insomma, arrivo in perfetto orario al ristorante, saluto alcuni amici e tempo una decina di minuti mi siedo, stanco ma al tempo stesso molto interessato ad assaggiare questi vini di cui ho così tanto sentito parlare. Via. Il primo è uno Charmat da trebbiano che, bontà sua, ho dimenticato circa dieci secondi dopo averlo assaggiato. Oddio, non era neanche così male. Ma insomma, niente per cui perdere la testa, davvero. Il secondo bicchiere cambia colore, e diventa un rosato da sangiovese che centra perfettamente la tipologia. Forse semplice ma certamente appagante, così nitidamente legato ad alcune delle sensazioni che più associamo al vitigno. Ciliegia, marasca, fragola. La fragranza qui non è un’idea astratta ma una sensazione reale. Era un 2009 e sul taccuino ho scritto “ottantadue”, a ripensarci forse sono stato appena corto. Il terzo bicchiere si chiama sangiovese, ecco il 2011. Un assaggio che nonostante l’evidente residuo zuccherino riesce ad essere equilibrato e di una certa eleganza. Un traguardo mica da poco, in particolare ripensando ai tantissimi assaggi della stessa vendemmia degli ultimi tempi. Un “ottantaquattro” scritto velocemente, ci può stare.

Tre bicchieri, e fino a qui nessuna vera scintilla, tanto che il mio livello di attenzione nel frattempo era drammaticamente calato. Con un orecchio sentivo parlare Antonio Giglioli di biodinamica, di quanto sia filosofia produttiva abbracciata ormai da un trentennio (tutta la produzione del Casale è certificata Demeter) e con l’altro ascoltavo le voci che mi circondavano: assaggia quello, assaggia questo, cosa ne pensi, eh, davvero, si, ok, mah.

Fino alla batteria dei Chianti Riserva.

Bum. Quattro vini che hanno risvegliato tutti i miei sensi quasi immediatamente. Un 1986 di grandissima pulizia, caratterizzato da un terziario delicatissimo e da una bocca fresca ed appagante, tesa, non travolgente ma anzi, meravigliosamente più sussurrata che urlata. Un 1999 che non mi sembrava vero. Elegante come non mai, sangiovese all’ennesima delicatezza. Purissimo, altissimo, levissimo. Leggiadro, così capace di svelare tutta la sua profondità grazie anche ad una balsamicità rinfrescante. Forse severo ma al tempo stesso fragile, quasi vivesse in uno stato di magico equilibrio. Un 2004 paradigmatico, che era tanto tempo che non assaggiavo un Chianti così elegante, bevibile nella migliore accezione del termine, slanciato. E poi un 2005 preso da vasca (!) che ne metterebbe in fila tanti, ma che a sentire le parole di Antonio Giglioli non è ancora del tutto pronto. E ho detto tutto. Vini che mi hanno stupito come non succedeva da tempo, vini che sarebbe divertente mettere alla cieca insieme ad alcuni dei grandi nomi del sangiovese italiano. Ci potrebbero essere sorprese. E poi la straordinaria pulizia di tutta la batteria, quando si parla di naturale e di vini prodotti senza alcun controllo della temperatura non è mai facile trovare vini così eleganti.

Inutile dire che sto già organizzando una trasferta a Certaldo. Urge vederci chiaro, presto aggiornamenti.

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Commento

  1. Ciao, adesso non mi riesce visualizzarti, ma se vieni a trovarmi ti faccio fare, sempre che ti piaccia, un giro in cantina (è piccola) e nella vinsantaia (nella torre) dove c’è una verticale (1964) che ti aspetta.
    spero di non annoiarti, ma prima telefona.
    antonio