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Biodinamica, l’ultimo grido in fatto di preferenze degli appassionati più snob e selettivi

Curioso che immediatamente dopo aver rimesso sullo scaffale la guida ai vini d’Italia de L’Espresso mi sia imbattuto in questo testo. Ero alla solita Feltrinelli, ammazzavo il tempo aspettando di andare a prendere un aperitivo ed avevo appena riletto l’introduzione dei due curatori, Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili. Mi è venuta voglia di riportarla qui per intero, credo sia testo molto bello ed in cui mi riconosco particolarmente. Così convinto, anche io, che nell’approccio ad un vino non esistano posizioni aprioristicamente esatte e che solo la degustazione, rigorosamente alla cieca, possa confermare o confutare eventuali idee su un determinato vino.

Forse mai come oggi il mondo del vino è stato diviso in due parti contrapposte: da un lato un numero crescente di produttori, piccoli e piccolissimi, che hanno deciso di abbandonare o ridurre fortemente le tecniche agronomiche e soprattutto enologiche più interventiste; dall’altro aziende grandi e grandissime che – forti di quote di mercato consistenti – resistono e utilizzano senza complessi tutta l’infinita varietà di strumenti che la tecnologia moderna mette a disposizione del cantiniere.

Certo, le due fazioni si fronteggiano da anni, non è una novità. È invece una novità la durezza, ideologica e pratica, dello scontro in atto. La tanto nominata crisi ha esacerbato il confronto. Un sereno dialogo democratico è una chimera, in un contesto dove parlano, anzi urlano, gli estremismi: chi vuole produrre in maniera non invasiva, senza sostanze di sintesi, si sente (ed è percepito da molti bevitori) come una sorta di Davide che lotta contro un Golia avvelenatore, avido di denaro, senza scrupoli. Chi vuole produrre tenendosi le mani libere di usare ogni strumento tecnico, si sente (ed è percepito da molti bevitori) un baluardo di razionalità e di modernità assalito da orde di talebani oscurantisti che vogliono tornare al medioevo enologico.

Come ogni anno in questa introduzione al lavoro della Guida ripetiamo, monotonamente e insistentemente, il nostro ritornello: per noi è saggio e opportuno valutare caso per caso. Una verità elementare è sotto gli occhi di tutti: il vino in natura non si fa da solo. È l’uomo che fa il vino. Una manipolazione c’è sempre, per definizione. Si tratta di valutare fino a quale grado una manipolazione rimane nei confini del buono, del giusto e dell’autentico. Nell’ambito pratico di una guida dei vini la valutazione è senza dubbio legata alla conoscenza dei luoghi e delle persone, ma poi, su un piano decisivo, è eminentemente sensoriale. Un vino nato su una terra intatta, da viti centenarie di una varietà locale, vinificato senza solfiti, imbottigliato senza aggiunte di sostanze chimiche di sorta, può benissimo essere un vino scadente, per quanto autentico. Un vino prodotto da uve cabernet con tecniche moderne, lieviti selezionati, affinato in barrique, può essere benissimo un vino di grande naturalezza espressiva.

Attenzione però. Questo non significa tirarsi fuori della contesa lavandosene pilatescamente le mani. Il punto centrale è questo: tra il rispettare senza pregiudizi ogni singolo vino e il non prendere partito c’è un differenza sottile ma decisiva. Noi in partenza rispettiamo tutti i vini e tutti i produttori. Lo impone l’esigenza di equidistanza peculiare di uno strumento interpretativamente complesso come una guida. Non ci interessa suddividere le aziende in convenzionali o biologiche o biodinamiche o simili.

Ma la nostra prospettiva è chiara. Al netto di ogni deriva estremista, la fazione che lotta per il rispetto per la natura, per la forte riduzione di interventi fisici e chimici, per l’esaltazione del carattere autentico del territorio, ha il nostro massimo rispetto e il nostro appoggio critico. Al contrario, la parte più spregiudicata della fazione avversa, che abusa della permissività di una legge italiana – ed europea – troppo lassista, per aggiungere nel vino decine di sostanze lecite ma artificiali, e/o manipolarlo con mille procedimenti meccanici, ha la nostra condanna critica. Una condanna, lo ripetiamo, non preventiva. Non c’è bisogno di stroncare aprioristicamente i vini prodotti con troppa tecnica: si stroncano da soli, in degustazione coperta. E infatti non ne troverete nella pagina della nostra Guida, che segnala soltanto vini – almeno a nostro giudizio – onesti e ben fatti. Simmetricamente, non c’è bisogno di esaltare preventivamente i vini più veri e genuini: si esaltano da soli, in degustazione coperta.

Ah, la foto in apertura è tratta da una delle prime pagine del libro “Il profumo del vino” di Federico Oldenburg. Una fotografia che rende abbastanza bene l’idea di quella “durezza ideologica e pratica dello scontro in atto” citata da Gentili e Rizzari.

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Commento

  1. Gli estremismi sono figli del momento storico che viviamo. Sono pienamente d’accordo con il post , la verità sta probabilmente nel mezzo e …. la bocca è il miglior giudice di ogni vino.

  2. Condivido in pieno l’intro alla guida che hai riportato ma, a mio modesto avviso, stride un pochetto con la durezza dei curatori, quando svestiti i panni mainstream, si dedicano ai loro blog dai quali emana un profumo di reazione e grande snobismo e difesa di casta.
    Per cui sono ammirato per la loro onestà culturale e molto perplesso per la loro totale chiusura verso il mondo del web (a meno che non siano i loro amici a interagire con loro).
    Buon Weekend a tutti.

  3. Come vignaiolo in primis, ma anche come consigliere dell’Associazione per l’Agricoltura biodinamica posso solo elogiare queso tipo di approccio (anche se spesso noto un certo pressapochismo nei confronti di ciò che è e di ciò che fa la biodinamica oltre al fatto che la parola “biodinamica” venga sempre più spesso inserita in dei contesti dove poi nemmeno si parla di biodinamica).
    È sicuramente utile lasciare un po’ in disparte chi urla, predica, insegna (qualcunque “fazione” esso rappresenti). Ed è ancora più utile, per un discorso di sviluppo personale, avvicinarsi al vino senza pregiudizi di sorta e partecipare al dialogo in maniera costruttiva.
    Il “divide et impera” (http://it.wikipedia.org/wiki/Divide_et_impera) ha sempre e solo fatto il gioco di chi lo pratica, mai di chi lo subisce.
    Prosit!