Mi hanno pagato l’aereo

Scusatemi, esco un attimo dal tracciato per una veloce riflessione a proposito dei blog, dei blogger e del tipo di informazione che ruota intorno al mondo del vino in rete oggi. Lo spunto è nato oggi pomeriggio mentre scrivevo un post che uscirà nei prossimi giorni su Intravino relativo ad una recente manifestazione che si è tenuta a Cagliari, “Vini naturali in Sardegna” (forse ve la ricordate, l’avevo citata non più di un paio di settimane fa).

Aperto l’editor, ancor prima di iniziare l’attacco, avevo buttato giù un paio di righe di disclaimer nelle quali dicevo espicitamente che non ero stato in Sardegna a mie spese e che l’organizzazione si era fatta carico tanto dell’aereo quanto dell’alloggio in loco. Mi sembrava doveroso, come se quello fosse aspetto fondamentale per inquadrare al meglio tutto ciò che avevo scritto (è post che spero di finire domani). Ho esagerato? Forse, eppure questo è approccio non molto lontano dal dichiarare le fonti delle proprie bottiglie, quelle di cui scriviamo ogni giorno. In un mondo ideale io lettore – l’ho dichiarato più di una volta – vorrei sempre sapere se un blogger che scrive di un vino ha pagato quella bottiglia o meno. Oppure, rimanendo nel mondo reale, se è stato ospite di una cantina magari (come nel mio caso) con volo, albergo e ristorante pagato. Allo stesso modo vorrei sapere se quell’autore ha rapporti commerciali, e in caso di che tipo, con la realtà di cui scrive (si, ci sono anche loro).

Negli ultimi anni si è gridato anche alla rivoluzione. Il mondo dei blog ci è sembrato un eldorado fatto di purezza e di sincerità. Il problema è che ovviamente non è così e che di disclaimer in giro ce ne sono sempe troppo pochi. Il rischio di apparire come delle brutte copie di quella carta stampata che tanto abbiamo guardato da lontano e con disprezzo non è solo dietro l’angolo, è qui in mezzo a noi. Per questo penso che la trasparenza non sia un’opinione e che sia su questo aspetto che si giochi molta della credibilità dei tantissimi autori nati su digitale negli ultimi anni. Oppure no, magari mi sbaglio e possiamo fare finta di niente e continuare a crogiolarci nelle coccole che tante cantine ci riservano. Tanto, cosa volete che succeda?

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Tag: , , | Commenta

28 Commenti

  1. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 07:57 | Link

    Pensieri, i tuoi, che sono venuti anche a me non più tardi di dieci giorni fa quando con ragionamenti esattamente opposti sono stato (non solo io ma un po’ tutti i blogger non professionali) accusato di fare cattiva (troppo settoriale e asimettrica) e fuorviante informazione.
    La tesi appunto era che non essendo del “settore” non si può comprendere e raccontare con efficacia il “mondo del vino”.
    Tesi opposta alla tua che allora e ancora di più oggi, alla luce delle tue parole, mi è suonata come una controriforma e una palese manifestazione di insofferenza nei confronti delle voci fuori dal coro e anche uno sdoganamento della “inevitabile” commistione fra informazione e commercio.

  2. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 08:03 | Link

    “Il rischio di apparire delle brutte copie di quella carta stampata che tanto abbiamo guardato da lontano e con disprezzo” è una realtà già da tempo nel mondo blogger, per me a cambiare le cose è stata l’entrata nei blog dei big della pubblicità, quella stessa pubblicità che ha eroso la credibilità di molte testate nel settore editoriale wine&food.
    Il problema della credibilità è molto più reale di quello che pensiamo, la necessità di avere voci indipendenti ed autorevoli sia nel mondo blogger che in quello della carta stampata è vitale per “il mondo del vino e del cibo” ma, per ora si è in pochi ad investire in questa “necessità”.

  3. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 08:03 | Link

    L’errore sta nell’illusione di pensare che esista davvero l’eldorado di purezza e semplicità. E’ un po’ come in politica, dovremmo sapere, ormai, che chi racconta favole non dice la verità. Ma una volta che sia chiaro che l’eldorado non c’è, resta il fatto che questo media consente al lettore, appunto attraverso disclaimer e info, di conoscere le premesse e quindi avere un quadro più chiaro. Poi è necessario fare un lavoro di comunicazione riferito anche alla nostra persona: se tu che leggi ora sei serenamente convinto che io mi venda per un viaggio o un rimborso, è giusto che le nostre strade si dividano, leggere e/o credere ai blog non è obbligatorio. Oh, c’è gente che crede a Libero, vuol dire che c’è posto per tutti. Se posso dare un consiglio ai lettori più diffidenti, là fuori ci sono ancora tanti piccoli blogger che pagano di tasca loro viaggi e assaggi, e dedicano molto tempo a questa cosa, che ancora recentemente ad un convegno del Sole 24H definivano uno strano hobby. La verità vera è che il bilancio tra tempo, impegno e rientro economico, riferito ai wineblog, è un indicatore finanziario da default imminente che manco la Grecia. Questo genere di attività si fa essenzialmente perché è un bel modo di passare il tempo, e basta. Anzi, prima o poi ricordiamoci di scrivere un post titolato “perché diavolo bloggo”.
    Poi, sempre per amore del racconto, potremo dire pure degli enti che ci invitano premettendo che ci rimborsano le spese di viaggio poi si tengono i soldi in tasca: succede pure questo, e difatti è precisamente accaduto proprio a me e a Jacopo, magari ne scriviamo. Magari un bel post in simultanea. Non è mica rose e fiori qui, ragazzi miei :D

  4. Enrico Ielmini
    Pubblicato 21 giugno 2012 alle 08:50 | Link

    Non volermene Fiorenzo, ma qui, come in altri settori di questo meraviglioso Paese, credo sia il caso di dare il “buon esempio”. E intendo per tale un giudizio “imparziale”, super partes indipendentemente dalle spese sostenute da questa o quell’azienda; credo fermamente che Jacopo nella fattispecie, abbia manifestato la Sua imparzialità con giudizio competente, anche negativo nelle circostanze che lo richiedevano. Di Yes Men/Women che fanno “marchette” e sono poco attendibili ne abbiamo da esportare.
    Cordialità.

  5. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 08:51 | Link

    Se la “recensione” di un vino non è unicamente veicolata alla sua commercializzazione, ma offre “notizie” al comune bevitore, me ad es., altrimenti non reperibili, poco mi importa se il wine blogger ha pagato la bottiglia o i cartoni. Se invece fa da addetto stampa alla tale o tali cantina o cantine, o dopo un par di recensioni emetta una bella fattura di servizi, e mi offre degli strumenti di valutazione se non super partes almeno certificabili…

  6. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 09:37 | Link

    Secondo me nel caso specifico sei troppo zelante, per me (che vengo dalla carta stampata) il blogger di un certo livello si qualifica immediatamente come stampa e il confine tra dilettantismo e professionismo, tra testata significativa e non significativa, è fluido e generalmente indipendente da questioni tesserino/non tesserino o registrazione/non registrazione. Quello che sarebbe auspicabile è invece che i promozionali, gli “sponsor post”, quelli in cui insomma chi scrive è stato remunerato con qualcosa più del rimborso spese o è direttamente parte in causa economicamente parlando, siano bene evidenziati. Il rappresentante che elogia (o difende da critiche circostanziate) i vini che ha in portafoglio facendo finta di niente può anche passarla liscia con il 90% dei lettori, ma con quelli più inseriti, spesso opinion leader di lungo corso, non ci fa una bella figura e crea un precedente che lo rende attaccabile.

  7. Marco Grossi
    Pubblicato 21 giugno 2012 alle 09:56 | Link

    Secondo me un po’ di purezza e semplicità non fa mai male. Ho lavoraro 10 anni nel mondo dell’editoria e conosco i meccanismi: nonostante i proclami di innocenza i “supporti redazionali” agli inserzionisti erano e sono ancora all’ordine del giorno. Ora non so se Jacopo sei un giornalista iscritto all’ordine, un pubblicista o altro, ma credo che la trasparenza debba essere un obbiettivo da perseguire sempre. Per cui ben venga il disclaimer del viaggio pagato, della cantina dell’amico o del post “commerciale”. Non ci vedo nulla di male e aiuta a mettere le cose in chiaro, soprattutto se poi il post è sincero anche nelle eventuali critiche. Lo ritengo un grande valore aggiunto. Tanto sul web le cose nascoste hanno le gambe veramente corte: su Dissapore la recensione di un ristorante di Milano fu scritta da un collaboratore che contemporaneamente era anche il PR del ristorante e aveva appena organizzato un evento per lo stesso. E’ stato scoperto in mezza giornata e hanno dovuto aggiungere una nota per segnalare il conflitto. A questo punto, per la reputazione, meglio mettere le cose in chiaro fin da subito.

  8. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 09:56 | Link

    La mia brevissima esperienza:
    L’attività (leggi cazzeggio-barra-divertimento) di blogger (lo sono? bho?!) che ho iniziato è di quelle basilari. Terra terra. Non ho nemmeno la pubblicità (e ci credo! ho a malapena i lettori!) e mi appoggio alla sezione free di WordPress. Più base di così c’è il diario cartaceo.
    Tutto ciò equivale a dover scegliere a quali eventi andare, oltre che al tempo libero disponibile (perennemente poco, pochissimo) anche in base ai costi di viaggio e di entrata. E mentre i primi me li pago 100%, qualche volta riesco però ad usufruire di uno sconticino all’entrata, esclusivamente in quegli eventi che consentono l’accredito come blogger e/o come operatore del settore…che poi anche questo è dovuto solo alla fortuna di una laurea in enologia, dell’essere un micro produttore garagista e dell’andare – spesso – assieme ad un amico enotecaro e quindi usufruire della sua entrata a sconto. In genere dove mi si obbliga ad un articolo in cambio dell’accesso gratuito io sono molto radicale: Non vado. Perchè voglio essere libero di scrive o di non farlo e di farlo lodando o frustando solo in base all’esperienza vissuta.
    Per di più non percepisco un euro neanche alle degu che contribuisco ad organizzare con un’enoteca viareggina. Mi pago le telefonate quando c’è da farle e mi pago le bottiglie a fine serata, sempre che abbia qualcosa in tasca per acquistarle. Altrimenti niente bottiglie.
    Sul blog ho una rubrica apposita per queste degu, che ho iniziato con un disclaimer e che porto avanti se mi va e se ho voglia di scriverne. Altrimenti non ne scrivo.
    Alla base c’è il piacere della condivisione e del lasciarne traccia, per hobby. Stop. Se dovessi percepire qualcosa per le degu o per gli articoli aprirei partita iva ed il gioco diverrebbe altro rispetto ad un passatempo piacevole, ancorchè molto dispendioso in tempo e quattrini.
    Ecco, io, micro blogger basico, ragiono così e così agisco.

  9. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 10:00 | Link

    Fabio, il fatto è che si sta creando quella situazione secondo la quale alla cantina conviene di gran lunga spendere in ospitalità piuttosto che in pubblicità (frase d’effetto, ovviamente è molto più complesso di così). Oggi spendere per un biglietto aereo e per un albergo equivale con un basso margine di errore ad assicurarsi visibilità sul web. È “giochino” che ho sfruttato anche io in più di un’occasione, organizzando per esempio delle giornate “educational” sull’olio extra vergine di oliva qui in Umbria con un frantoio con cui lavoravo.
    E attenzione, non sto assolutamente dicendo che in questo meccanismo ci sia qualcosa di sbagliato. Anzi. Non credo ci sia a priori niente di male tanto nell’invitare quanto nell’essere invitati e – successivamente – scrivere dell’esperienza che si è fatta. Ma al tempo stesso credo che questa forma di promozione vada in qualche modo resa pubblica.

  10. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 10:01 | Link

    Jacopo, non mi farei comunque tanti problemi, fossi in te. Sei sempre stato cristallino nei tuoi post e nell’evidenziarne la natura. Ergo, concordo sull’esplicitare il motivo/origine/retroscena di un post, come dell’aquisto/fornitura delle bottiglie bevute, di cui già si parlò su queste pagine. ;-)

  11. nico aka tenente Drogo
    Pubblicato 21 giugno 2012 alle 10:12 | Link

    per dirla alla Verdone: hai fatto non bene, benissimo
    fossero tutti come te!

  12. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 11:24 | Link

    Tra l’altro mi è venuta in mente una situazione abbastanza tipica, e ho provato a guardarla (dall’esterno) con i miei occhi.

    Ipotizziamo che io oggi mi ritrovi a lavorare in una cantina di dimensioni medie, magari in Toscana. A sfogliare il bilancio viene fuori che si, ci sarebbe questo paio di migliaia di euro che non sarebbe male investire in pubblicità. Ecco quindi a chiedere in giro un preventivo, prima ad Intravino per uno sponsor post poi a Vinoclic per un pacchetto di banner (due nomi non a caso, sul primo ci scrivo, del secondo ospito la pubblicità). Li valuto, e decido di investire in altro modo. Decido di organizzare un piccolo evento dedicato ai blogger in cantina. Comincio a cercare ed invito quelli geograficamente più vicini o comunque quelli il cui viaggio per raggiungermi non sia troppo costoso. Scrivo alcune email specificando che le spese verranno interamente rimborsate e che saranno miei ospiti in albergo. Organizzo una bella verticale con visita della cantina, dei vigneti, etc etc. (ipotesi valida anche nella variante “tavola rotonda”). Quanti ne ho invitati? Facciamo dieci? Se ho giocato bene le mie carte nell’arco di un mese usciranno almeno 6/7 post dedicati ai miei vini e alla mia cantina con una spesa complessiva per la realizzazione dell’evento molto probabilmente inferiore ai primi preventivi chiesti in giro (oltre al fatto di apparire come realtà “buona”, che investe in rete aprendo le proprie porte ai blogger).

    La cosa bella è che in questo scenario non c’è assolutamente nulla di moralmente/eticamente/chipiùnehapiùnemetta sbagliato. Né da parte mia né da parte delle persone che avevo ipoteticamente invitato. E quindi? Niente, si tratta solo di un esempio che tra l’altro non ha neanche così tanto a che vedere con il topic del post, solo che trovare uno scenario economico che si adatti al mondo del digitale in questo momento non c’è, almeno non in modo diffuso e condiviso. Il rischio che dal viaggio pagato si passi ad un qualche tipo di collaborazione retribuita esiste, ed è questo il motivo per cui ho scritto che è sulla trasparenza che si gioca molta della propria credibilità (almeno online, almeno oggi).

  13. Marco Grossi
    Pubblicato 21 giugno 2012 alle 11:48 | Link

    Infatti non c’è nulla di male. Coinvolgere la blogosfera si fa da anni in tutti gli ambienti, dal food al fashion alle auto e i ritorni a fronte di una spesa a volte modesta possono essere alti, soprattutto se si è in grado di alimentare e gestire il buzz conseguente. Quindi dal punto di vista aziendale è un’operazione di marketing del tutto corretta e trasparente. Mi piacerebbe che i post conseguenti all’operazione avessero come incipit qualcosa simile a “la cantina XYZ ci ha gentilmente ospitati per la presentazione…” o qualcosa del genere che possa contestualizzare il post e differenziarlo da quelli che raccontano un vino comprato con i propri soldi o una visita in cantina “naturale”, ovvero investendo i propri soldi in viaggi e pernottamenti.

  14. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 12:42 | Link

    Stimolato dal twitter di Vittorio, approdo in questo blog. Leggo e mi ritrovo a riconoscere questioni che, ovviamente, non sono solo di chi fa blog in ambito eno, ma anche di altri blogger e altri contesti. Jacopo, sollevo solo due questioni, senza entrare nel merito della singola situazione che hai riportato (è già più che apprezzabile che tu lo scriva). Come nell’informazione in genere, diversi giornalisti e testate hanno abdicato al loro ruolo venendo meno al patto fiduciario che li lega al lettore, mi chiedo se i blogger rischiano di fare altrettanto. Perchè li é la questione, quando leggo un blog, così come quando leggo un articolo, ci devo credere, investo sul piano della fiducia. E intendo dire che non posso ogni volta mettere in discussione quello che leggo. Seconda questione. Cosa volete essere voi blogger? l’altro polo critico/informativo, e allora ritorno al patto fiduciario, o comunicatori? (a mio parere due cose simili, ma anche diverse). Io lo sono e le aziende mi pagano per fare il lavoro di comunicazione dei loro prodotti. E quando si prende in mano la brochure, o si va sul sito di una azienda il patto é chiaro, si sa cos’è e si sa cosa ci si aspetta. La faccio un pò secca rischiando la semplificazione, ma credo che diverse situazioni vivono nella “terra di mezzo” tra una posizione libera dove si possa esprimere un’opinione, una critica e una posizione da fornitore di un servizio comunicativo, autorevole quanto vuoi, ma sempre al servizio di qualcun’altro. Partirei anche da qui per discuterne.
    marco

  15. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 13:48 | Link

    Jacopo io non mi fascerei troppo la testa. L’unico problema che vedo è se una persona comunichi il vino perchè pagato, leggi retribuito, da una cantina con la quale collabora stabilmente. In questo caso, infatti, se accetti il lavoro, DEVI scrivere bene di quel vino

    Per il resto non penso che una bottiglia regalata o un hotel pagato, se si vuole mantenere una reputazione e, quindi, continuare a comunicare e scrivere di vino, possa trasformare il tuo e nostro pensiero gettandolo nel fango dell’ipocrisia.

    In Italia, vabbp, poi vedo altre questioni che avrebbero bisogno di trasparenza

  16. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 15:02 | Link

    Oltre a tutto quanto detto, sicuramente giusto, mi rimane la speranza che il pubblico alla lunga sia critico nei confronti de blog così come della carta stampata e che alla fine la trasparenza paghi. In teoria dovrei smettere di visitare un sito, blog o di comprare un giornale quando mi accorgo della discrepanza di informazioni rispetto alla realtà. Inutile dire che un vino sia ottimo quando non lo è solo perchè influenzati dai benefit della cantina, si rischia di più a perdere in credibilità. Certo che lo sponsor post, o publiredazionale, dovrebbe essere sempre ben segnalato.

  17. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 15:19 | Link

    Ricordo chiaramente, a un paio di giorni da #vuu di aver sfanculato (gentilmente, s’intende) un’azienda, che lamentava il fatto di non essere stata coinvolta nei ring di #vuu pur avendo mandato vino per la cena a villa spinola gratuitamente. Prima di tutto ho spiegato che le scelte compiute a #vuu erano del tutto indipendenti da qualsivoglia tipo di collaborazione in termini di prodotto e poi che fosse del tutto inelegante e inappropriato inviare prodotto e poi rinfacciarlo o sfruttarlo come merce di scambio o come qualcosa che rendesse “dovuto” qualcos’altro. Con me poi ;)

    Questo breve preambolo per dire che la maggior parte delle aziende sono educate così. Non lo fanno apposta, ragionano proprio in questi termini e dai e dai hanno finito per intaccare una parte della rete che si è adattata ai vecchi cliché e si è organizzata per gestire questo genere di domanda che c’è è ben presente e motivata.

    Poi c’è una parte di rete che forse io vedo in modo eccessivamente romantico che viene dai ng ma che non ha perso quello spirito e soprattutto non ha dimenticato che se il 99% della massa si adatta o (peggio) non bada alla forma, l’altro 1% è lì che guarda e ti può rovinare dall’oggi al domani. C’è un parte della rete che non vuole essere messa in croce per un articolo pagato, che crede che la pubblicità non sia il male ma se c’è dovrebbe essere messa in evidenza sotto le forme ben visibili e note anche alle masse, che insomma ha una visione pulita e genuina di come andrebbero fatte le cose e che cerca di mantener fede a quei principi (pochissimi scritti) che o uno sente o uno non sente, c’è poco da fare.

    Non son qui a fare a buoni e cattivi a belli e brutti.
    Dico solo che ormai il web non è più la dependance anarchica della comunicazione ma è la comunicazione stessa con tutte le sue sfaccettature e il terreno di confronto comune dove il vecchio establishment si è scontrato con forze nuove, emergenti e inizialmente indipendenti, ciascuna delle quali ha preso la propria strada. Nella “contaminazione” anche il vecchio establishment ha giocato un ruolo determinante, sia in positivo per la parte buona che ha portato valori, sia in negativo, per chi ha sdoganato online le pratiche alla “pubbliredazionale” o “sponsor post” che vediamo oggi all’ordine del giorno.

    Qui il mio pensiero su etica, sostanza, forma, pubblicità:
    http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=8321

    Penso che alla fine però non sia un grosso problema.
    Per metà scriviamo per noi stessi, per l’altra metà scriviamo per chi ci legge. Se alla sera quando andiamo a dormire ci addormentiamo senza troppi problemi, significa che probabilmente abbiamo lavorato in modo corretto. Il lettore è l’unica persona che a mio avviso può esprimere un giudizio su queste cose. Va bene l’autocritica, anzi, è salutare, ma credo che alla fine il giudizio debba venire dall’esterno, cioè da chi legge, commenta e segue con passione, da chi contribuisce a formare o a distruggere la reputazione e la credibilità di tanti di noi.

    Scusate la lunghezza e i pensieri sparsi, avrei molto altro da dire ma diverrebbe un romanzo. Magari rientro in seguito.

    Fil.

  18. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 18:03 | Link

    Ottima l’osservazione di Marco: “… fornitore di un servizio comunicativo, autorevole quanto vuoi, ma sempre al servizio di qualcun’altro”. E’ storia recente, ad un certo punto sono arrivate nel mondo dei blog le agenzie di comunicazione e di pubblicità, si sono vestite da blogger e come tali hanno cercato di operare, di interagire, di confrontarsi e (alcuni) scontrarsi con i blogger “non professionisti” che dovrebbero essere liberi di giudicare e criticare; la tendenza è stata di appiattire gli scritti sul web, di creare consenso anche per aziende-multinazionali che trovano normalmente opposizione, ma che sul web sono accolte a braccia aperte, sono gli unici soggetti oggi in tempo di crisi economica ad avere soldi da investire.
    Certo ci sono comunicatori professionisti seri e affidabili, ma sono, come sottolinea Marco, al servizio di qualcun’altro, non dimentichiamolo.

  19. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 18:32 | Link

    Giusto per non parlare del nulla, possiamo avere qualche esempio, qualche nome, qualche caso pratico così da avere qualcosa di cui chiacchierare con più concretezza insieme? Perchè altrimenti tu fai il tuo discorso ma nessuno capisce di cosa stai parlando. Ti riferisci a Zonin? A Santa Margherita? O a quale altra azienda?

    Perché a me, che vendo pubblicità online, pare che le grandi aziende non abbiano proprio niente da investire se non due lire dei propri budget con le quali di certo non possono comprare né il favore delle masse, né il favore degli editori. Noi per esempio a VinoClic lavoriamo molto con chi organizza eventi marchi quasi mai, è capitata un’attività per Santa Margherita Spa nel corso del 2011 ed una nel corso del 2012 che però non mi pare abbia in alcun modo inciso su quanto scritto da alcuno dei blogger, giornalisti, editori del network VinoClic. Tra l’altro si trattava di semplice pubblicità tramite banner, ben visibile, ben riconoscibile e del tutto slegata dal contesto contenutistico nel quale è stata inserita per cui è impossibile che in questo caso vi sia stato un “appiattimento” di alcun tipo.

    Nel caso ti prego di segnalarmi da parte di chi e quando perchè sarebbe contrario alle regole del nostro network e dovrei prendere provvedimenti. Però è difficile che mi sia sfuggito.

    Meno riuscita dal mio punto di vista l’operazione di Zonin, l’unica altra “grande” azienda che mi viene in mente, che regala biglietti vinitaly ai lettori di intravino per ingraziarseli o per sembrare cool o per qualche altra ragione che ha ritenuto positiva, ma questa vorrei che fosse chiaro, è un’operazione gestita in totale autonomia da intravino/dissapore e nella quale vinoclic non ha avuto alcun ruolo se non quello di spettatore.

    Quello che non va bene, sono le agenzie che contattano direttamente i blogger (food in massima parte) per proporre “partnership” in cambio di visibilità conenutstica. Cioè io sono dell’idea che se mi paghi per mostrare il tuo marchio e poi quello che io scrivo (cioè la parte editoriale) è tutta un altro discorso, non sussista il problema ed anzi, sia sacrosanto che chi scrive riesca a trovare il modo di ripagare le proprie spese se non addirittura di guadagnare grazie alla sua bravura. Cosa diversa è se mi paghi per parlare di te in un luogo dove la parola non dovrebbe essere la merce di scambio perché è il “core” di quello che si fa lì sopra. Ecco, qui l’unica cosa che può tenere a galla è la trasparenza, massima in modo tale che ciascun lettore, anche il più rincitrullito, possa accorgersi che quel tale contenuto è un contenuto pagato.

    Il problema è quando non c’è trasparenza o, peggio ancora, quando c’è una parvenza truffaldina di trasparenza e capita anche questo, purtroppo. Però Vittorio, bisogna chiamare le cose con i propri nomi e cognomi perchè se no si fa sempre di ogn’erba un fascio e a me girano vorticosamente i coglioni.

    Fil.

  20. Pubblicato 21 giugno 2012 alle 18:38 | Link

    Poi scusatemi, ma questo terrore verso la grande azienda è da superare.
    Grande non è il male, anche il grande ha bisogno di comunicare e mi spiace una volta in più che Marco Massarotto non abbia potuto tenere il suo speech “Gestire il pregiudizio, online” che avrebbe dato modo di chiarire molti aspetti trattati in questa e in molte altre discussioni sul tema apparse in rete negli ultimi anni.

    Ci sono delle regole etiche valide per tutti.
    C’è chi le rispetta, c’è chi non le rispetta e chi sta borderline. Bisogna dare tutti gli strumenti ai lettori per potersi fare la propria opinione e poi sia quel che sia imho.

    Fil.

  21. Pubblicato 22 giugno 2012 alle 10:19 | Link

    Filippo io parlo di aziende-multinazionali in generale, più nel settore food che in quello del wine ma anche in altri settori; io non faccio di ogni erba un fascio, l’ho anche scritto (ci sono professionisti seri e affidabili).

  22. Pubblicato 22 giugno 2012 alle 10:34 | Link

    Se ti riferisci per esempio a Barilla, è esattamente il caso in cui la trasparenza può fare la differenza. Poi sarà il lettore a valutare se, pur trasparente, un blog che pubblica 9 articoli su 10 pagati sia da seguire o meno, sei d’accordo?

    Comunque è vero che il settore food è molto più aggredito da agenzie e centri media. Quando passano da noi decliniamo sempre operazioni che abbiano a che fare con i contenuti ma purtroppo se poi prendono contatti diretti con i singoli siti questo non riesco a monitorarlo come vorrei e non posso nemmeno spingermi a dettare le linee editoriali di siti terzi, figuriamoci.

    Come dicevo, ognuno per sé e che il lettore giudichi.

    Fil.

  23. Pubblicato 22 giugno 2012 alle 10:36 | Link

    Torno alla domanda “Cosa volete essere voi blogger?”. Non mi sembra di aver letto sacramenti contro le aziende, piccole, medie e grandi. Ci mancherebbe. Per quanto mi riguarda mi danno da mangiare. La questione posta da Jacopo, in modo franco, mi sembra un’ altra. Che le aziende facciano il loro lavoro è chiaro, ed è un altra faccenda, personalmente chiedo cosa vogliono fare i blogger in questo settore. Che ruolo si vogliono ritagliare, che posizione vogliono avere?. Credo che lo scenario futuro offra più possibilità, ma è una mia idea, e non sono nemmeno un blogger nell’ambito dell’eno. Mi piacerebbe avere lumi.
    marco

  24. Antonio Tomacelli
    Pubblicato 22 giugno 2012 alle 11:30 | Link

    @Filippo. posso offrirti uno spunto di riflessione?
    http://www.intravino.com/primo-piano/my-feudo-di-zonin-e-il-primo-vino-open-source-o-la-prima-idiozia-del-decennio/

    Se non ti dovesse bastare qui c’è tutto lo storico tra Intravino e Zonin
    http://www.intravino.com/index.php?s=zonin+my+feudo

    Infine: “Meno riuscita dal mio punto di vista l’operazione di Zonin, l’unica altra “grande” azienda che mi viene in mente, che regala biglietti vinitaly ai lettori di intravino per ingraziarseli o per sembrare cool o per qualche altra ragione che ha ritenuto positiva” (cit.)
    Per il prossimo Vinitaly Francesco ci ha promesso che prenderà a schiaffi dieci fortunati lettori per farsi odiare ancora di più.

    @Jacopo. Intravino ha un punto di forza (un filtro) che i normali blog non hanno: l’editore. Potrei sempre decidere di non pubblicare il post, qualora lo ritenessi troppo appiattito ma, grazie a dio, non mi è capitato spesso. Mai con te.
    Aggiungo che ricevere benefit da un consorzio (non da un singolo produttore) è una ulteriore garanzia d’imparzialità.

    Concludo: se un giornalista fa il marchettaro, può campare tranquillo per decenni prima che l’Ordine se ne accorga. Provatevi a fare la stessa cosa con i vostri lettori. Se ne avete, vi metteranno alla gogna in 5 minuti. Potete censurarli, è vero, ma, prima o poi, il numero dei commenti si abbasserà drasticamente.
    A me interessa crescere e per farlo conosco una sola strada: tenere sempre separati i contenuti dalla pubblicità.

  25. Pubblicato 22 giugno 2012 alle 12:50 | Link

    Antonio, mi interessava di più qui l’aspetto dell’approccio lato cantina, cioè uno si muove in un modo pensando di far bene e invece magari fa male ma è un discorso lungo.

    Una cosa che potreste fare sai cos’è?
    L’identificazione più precisa dei vostri molti “sponsor post”. Al momento la dicitura “sponsor post” compare in piccolo nell’immagine thumbnail piccolina di presentazione dell’articolo visibile solamente quando si accede al sito digitando il nome dominio per esteso, questa immaginetta a me pare, ma potrei sbagliare, che invece non si veda mai quando si accede al post direttamente e come tu mi insegni, tra facebook, twitter e link vari, la via maestra per accedere ad un contenuto online e proprio questa. Quindi la situazione al momento è che tutti gli sponsor post, adeguatamente classificati come tali con una certa modalità di visualizzazione su dissapore e intravino (almeno fino alla versione precedente, non so sulla nuova), non siamo in realtà percepiti come tali per tutti coloro che vi approdano per la via maestra e cioè con un link diretto.

    Sicuramente non l’avrete fatto apposta ma ecco, già andando a modificare questo dettaglio e a rendere più esplicito il fatto che un articolo è pagato, magari in apertura di post, renderebbe il tutto molto più digeribile, almeno agli stomaci deboli come il mio.

    Ciao, Fil.

  26. Manilo
    Pubblicato 20 luglio 2012 alle 20:01 | Link

    Ho letto tutto ,poi il Fracchia che condivido in pieno,poi il Tomax anzi prima Fil e Sartore insomma non vi ho letto tutti, ma ho capito il disappunto di Jacopo.
    Beh questo dubbio è un bel pò, che mi gironzolava in testa… della serie ma quanto so cazzoni sti blogger, come campano, chi li paga e poi conoscendone un pò si screma molto.
    Rivengo al nocciolo, non sarò mai un blogger vi spiego perchè, dopo che ti hanno pagato l’aereo,vi hanno ospitato il giudizio non sarà mai così diretto, sarete un pò più clementi, cercherete delle attenuanti e poi quando conoscete il produttore e magari quell’anno fà un ottimo prodotto e magari e quasi sempre nasce un rapporto di stima/amicizia e dopo l’anno seguente per vari e molteplici motivi, non ha i stessi parametri dell’anno precedente, come vi comportate?
    Con stima e cordialità, saluti Manilo.

  27. Pubblicato 20 agosto 2012 alle 17:55 | Link

    Considero questo uno degli articoli più intelligenti letti negli ultimi anni e non è un caso che continuo a condividerlo nonostante sia passato del tempo dalla pubblicazione. Vorrei che riuscisse a far proseliti :-)

  28. Pubblicato 20 agosto 2012 alle 18:48 | Link

    Tutto bello Jacopo, fantastico questo grande coming out collettivo, di questi giorni, non capisco però cosa stia succedendo! Se ci sono blogger o chiamali come vuoi che prendono soldi fate i nomi, qualcuno dice che girano con i tariffari, fate i nomi vi prego! Chi sa i nomi li faccia è arrivato il momento. Leggendo il post tuo post mi è preso un grande senso di sconforto, forse è arrivato il momento di smettere, per me dico; che futuro ha un blog come il mio che parla solo in positivo per scelta (decisi così all’inizio), se ne parlo e perchè mi piace, non mi interessano le recensioni negative ne fare sensazionalismo perchè qui si parla del lavoro delle persone e tanto per citare un film “io non so un cazzo delle vite egli altri”; se non mi piace non ne scrivo, forse troppo semplicistico. Ripeto c’è qualcosa che mi sfugge…devo riflettere…condivido al milione per milione quanto detto da Filippo Ronco: “Penso che alla fine però non sia un grosso problema.
    Per metà scriviamo per noi stessi, per l’altra metà scriviamo per chi ci legge. Se alla sera quando andiamo a dormire ci addormentiamo senza troppi problemi, significa che probabilmente abbiamo lavorato in modo corretto. Il lettore è l’unica persona che a mio avviso può esprimere un giudizio su queste cose. Va bene l’autocritica, anzi, è salutare, ma credo che alla fine il giudizio debba venire dall’esterno, cioè da chi legge, commenta e segue con passione, da chi contribuisce a formare o a distruggere la reputazione e la credibilità di tanti di noi.” Occhio però perché stiamo rischiando il corto circuito ed è pericolosissimo! la credibilità non passa certo un viaggio pagato, un educational o una bottiglia regalata, cito anche Sartore: “Poi è necessario fare un lavoro di comunicazione riferito anche alla nostra persona: se tu che leggi ora sei serenamente convinto che io mi venda per un viaggio o un rimborso, è giusto che le nostre strade si dividano, leggere e/o credere ai blog non è obbligatorio.” Ma soprattutto a questo punto chi me lo fa fare? Non per fare del vittimismo ma qui si tratta di scrivere nelle ore libere, magari trascurando anche la famiglia, pagare benzina, treno ecc. per poi sentirsi in colpa se qualche volta mi pagano una camera d’albergo?

Un Trackback

  1. Scritto da La nicchia della nicchia della nicchia il 22 giugno 2012 alle 09:26

    [...] l’amico Jacopo ha scritto un post molto interessante sul discorso della trasparenza. Ovvero se nei propri scritti bisogna indicare se una tal bottiglia [...]

Commenta

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

Puoi usare questi HTML tag e attributi: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Sottoscrivi senza commentare



  • La gestione della pubblicità su questo blog è interamente affidata al network Vinoclic.

  • Enoiche Illusioni?

  • Contatto

    jacopo(punto)cossater, la chiocciola, e poi gmail.com

  • Twitter

  • Archivio


  • Tag Cloud

  • Creative Commons

    Creative Commons License