in Parlo da solo

La guerra delle parole

Al di là di ogni possibile polemica non è un segreto che di questi tempi ci sia in atto una grande guerra di religione che vede da una parte i vini cosiddetti naturali e dall’altra i cosiddetti industriali. L’ultimo esempio: leggo sul blog di Marco Bolasco – direttore editoriale di Slow Food – che qualche giorno fa al titolare dell’Enoteca Bulzoni di Roma sarebbe stato contestato il fatto di aver evidenziato, in apposto scaffale, la “naturalità” di alcuni vini. Oscuri funzionari del Ministero delle politiche agricole e forestali avrebbero redatto un verbale cui (forse) seguirà una sanzione nei suoi confronti. Cito: “l’oggetto della vicenda è che non si possono mettere in evidenza vini senza una certificazione“.

Ma attenzione, qui non stiamo parlando di diciture scritte e stampate sulle etichette ma solamente di un termine utilizzato dal commerciante in relazione ad un prodotto. Ovviamente siamo alla follia più totale. Adesso scusatemi, devo correre al pub a dire ai ragazzi di togliere dal menu la dicitura “birre artigianali”.

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Commento

24 Commenti

  1. bellissimo, sono qui a spaccare il capello su questa faccenda (che sicuramente rientrerà tra le grandi azioni a tutela dell’agroalimentare italiano) e lasciano che i produttori di Balsamico scrivano numeri “evocativi” di anni (fasulli) e soprattutto che i commercianti scrivano a vanvera anni di invecchiamento (fasulli) su Balsamici esposti in vendita.
    Basta andare in posti turistici che i 50 e 100 anni fioccano come se piovesse 🙂

    bez. 100 anni e non dimostrarli

  2. Forti con i deboli, deboli con i forti. Del resto, i gran soldi dell’industria non puzzano più degli spiccioli dei piccoli produttori…

  3. Caro Jacopo,
    sulla birra artigianale già è successo!!http://www.cronachedibirra.it/notizie/4338/non-ammessa-la-dicitura-birra-artigianale-multato-almond-22/
    Infatti in questi giorni che dovrei fare io che vendo solo birra artigianale e vini naturali???
    Forse dovrei scrivere
    “Les Vignerons solo vendita di birre e vini diversamente convenzionali” oppure dovrei chiudere.
    Tutto ciò è paradossale, uno fa di tutto per cercare di far capire alla clientela che di fronte ai soliti marchi c’è un mercato diverso, ci sono piccoli che si fanno un mazzo così per darci prodotti non omologati, a far capire che la maggioranza dei vini contiene sostanze chimiche dannose per l’uomo ed invece di essere elogiato, vieni punito dalla legge.
    Sono davvero incazzato!!!

  4. La vicenda ha due aspetti distinti: il primo riguarda il metodo poliziesco, francamente ridicolo, con tanto di minaccia di azione penale, multa salata, ecc. Questo e’ il modus operandi della ex-repressione frodi (oggi ICQ, alle dipendenze del Ministero dell’Agricoltura), che per dire il vero varia tantissimo a seconda del funzionario, con una forbice che va dall’idiozia burocratica pura alla preparazione tecnica e atteggiamento umano comprensibile. Una lotteria insomma.
    Il secondo punto pero’ riguarda l’uso del termine “naturale”, che insomma non si puo’ piu’ sentire usato a destra e a manca da tutti quelli che vogliono salire sul “bandwagon”. Se i vini fossero stati presentati come “biologici” o “biodinamici”, e se gli stessi lo fossero stati veramente, scommetto che non ci sarebbe stato nessun incidente. Il fatto che ognuno che si svegli al mattino possa definire i suoi vini “naturali”, senza certificazioni o prove, non e’ una cosa bella. Tanto piu’ che “naturale” non e’ definito in nessun processo produttivo, e pertanto impossibile da certificare, rendendo la materia ancora piu’ ambigua.
    Dopo ormai diversi anni di rodaggio, credo che il movimento, o meglio i movimenti dei vini naturali debbano giungere ad una sintesi che permetta alle aziende che desiderano utilizzare questi termini di poterlo fare con un controllo legale, come avviene per il resto delle certificazioni.
    Da un punto di vista di senso comune, il fatto che sia riportato su un cartello in uno scaffale piuttosto che su un etichetta non fa nessuna differenza per quello che riguarda l’informazione che viene data al consumatore. Scommetto che se metto su uno scaffale un cartello con “vini biologici” indicando vini che non lo sono, commetto lo stesso tipo di infrazione.

  5. Premesso che sono certificato bio, che annnualmente ho campionamenti sulle uve e sui vini, a me il sistema attuale delle certificazioni bio convince pochissimo.
    L’indicazione in etichetta di cosa si utilizza in vigna e in cantina sarebbe molto più trasparente ed efficace. Ma questo a molti non conviene.

  6. Gianpaolo, mah. Sono dubbioso. Una cosa è dichiarare una cosa palesemente falsa in un contesto che ha regole precise (il tuo esempio sui vini biologici calza a pennello), un’altra è disquisire su una qualità vera o presunta che viene messa in evidenza da terzi. Terreno scivoloso, non è un caso io abbia nominato le birre artigianali (che, come i vini naturali, non hanno nessuna possibilità normativa alle spalle) ma di esempi ce ne potrebbero essere tantissimi.

    E non c’è una via d’uscita. Da una parte i produttori che si considerano naturali dovrebbero mettersi in testa che passare per una certificazione non è un’alternativa, e partire da lì. Dall’altra i commercianti dovrebbero essere liberi di valorizzare nel modo che ritengono più consono, ovviamente rispettando le normative vigenti, qualunque tipologia di prodotto. Capisco l’accanimento contro il termine ma se questo conflitto si sposta sulle parole si perde inevitabilmente di vista il contenuto. E questo un po’ mi spaventa.

  7. Credo che sul primo punto abbia ragione Gianpaolo. La tutela del consumatore non avviene solo nei confronti del produttore, ma anche del commerciante: che senso avrebbe regolamentare il primo e poi lasciare man salva al secondo (che in questo caso peraltro era in perfetta buona fede)?
    L’unico margine di dubbio riguarda la sinonimia imperfetta di “naturale” rispetto a “biologico, biodinamico”, ma francamente mi sembra materia da azzeccagarbugli: per l’uomo della strada la sinonimia c’è tutta, semmai sono gli addetti ai lavori che sono stati costretti a imparare che in certi contesti si arriva all’assurdo di considerare “meno puro” il produttore che si certifica biologico o biodinamico rispetto a quello che non lo fa e si professa più naturale….

  8. Jacopo permettimi ma il termine artigianale ed industriale è molto personale. Dov’è il confine? Naturale e Biologico in realtà potrebbero essere sinonimi ma, se ci pensi, esistono vini innaturali?
    Se , come da molti anni in qua, si associa il termine naturale e biologico, a quel punto, sono pienamente d’accordo sulla necessità di una certificazione.

  9. Io non sono 2.0, lo conferma il fatto che spesso leggo post “vecchi” di qualche settimana. Così ho letto quello del 10 giugno sulle “puzze”. E mi è venuto di fare una considerazione sperando che mi aiutiate a capire. Perchè qualcosa che non torna nella questione “naturale” c’è. O almeno a me non torna. Leggo che c’è un pregiudizio molto diffuso sui vini naturali: puzzano. Alcuni come Riccardo fanno nomi e cognomi con relativi “difetti”. Leggo poi che su questo carro del naturale molti vogliano salire,”che ognuno che si svegli al mattino possa definire i suoi vini “naturali”, senza certificazioni o prove, non e’ una cosa bella” quindi prima di tutto è necessaria una certificazione. Ergo ci sono un sacco di produttori che vorrebbero fare i furbi per mettere in commercio dei vini che puzzano. E’ così? ho mal inteso la questione? Help me!!

  10. si parla di una certificazione sulla naturalità ma tale si basa sul presupposto di trovare un compromesso su regole produttive condivise da tutti.
    E la disgregazione dell’offerta (comunicativa-commerciale) dei vari gruppi di “naturisti” penso che sia già indice di quanto possa essere difficile trovare un accordo.
    Con i problemi di credibilità che hanno poi le certificazioni in Italia
    bastian contrario mode off 🙂
    ab

  11. Cosa ne pensi Francesco della certificazione? A Cagliari al convegno durante “Vini naturali in Sardegna” è venuto fuori un messaggio relativo alla nuova normativa europea sul vino biologico ovvero che a) ha maglie troppo larghe, ci sono troppe cose ammesse in particolare in vinificazione b) non ci riguarda perchè “noi” siamo molto oltre il biologico.
    Poi ovvio, il mondo del vino naturale è estremamente frammentato e le parole di Stefano Bellotti sicuramente non possono essere le parole di un movimento tutto. In questi anni girando per cantine però ho spesso (non sempre) avvertito un certo rifuggire l’idea di un qualsiasi tipo di certificazione. Non sarebbe meglio il contrario? Produrre vino biologico – con la consapevolezza (ed il rischio) che poi in etichetta si possa venire accumunati a cantine che cavalcano l’onda green – e poi, dopo, insistere su tutte le tematiche produttive ma soprattutto etiche del vino naturale?
    Un abbraccione digitale.

  12. L’ho scritto nel commento precedente: sono gia certificato bio ma questa modalità di certificazione non mi convince. Soprattutto per il conflitto di interesse che c’è tra il certificatore e chi è certificato. Secondo me ragionare su un’etichettatura più precisa e trasparente è il vero nodo della questione a questo si può aggiungere la certificazione bio. non il contrario. Chissà perchè poi sulla questione etichettatura molti nicchiano, compresa la FIVI

  13. Spigheresti meglio questa questione del conflitto d’interessi, che non mi è chiara?
    Riguardo a quello che viene prima e a quello che viene dopo, nei fatti la certificazione bio (che esiste per i vini da uve da agricoltura bio e sta per entrare in vigore per i vini bio) è venuta prima. Nulla vieta di aggiungere in retroetichetta quello che si fa in più rispetto a quello che è richiesto dalla certificazione, come alcuni già fanno

  14. Sempre per capire: vuol dire che il certificatore, siccome vive con i soldi del certificato, può essere incline a chiudere un occhio di fronte a infrazioni piuttosto che negargli la certificazione, dato che il certificato a quel punto può rivolgersi a qualcun altro o semplicemente abbandonare la certificazione? Questo meccanismo però con gli organismi di contollo più solidi e avviati non dovrebbe scattare.

  15. Mi piace quello che dice Francesco De Franco : l’ideale (anche per me consumatore)sarebbe una certificazione per il lavoro in vigna (ma senza conflitto di interessi) e un’etichetta trasparente che rechi ingredienti, additivi e pratiche di cantina.

  16. E’ una proposta priva di qualsiasi praticabilità, se si dovesse trattare di un obbligo. Come atto volontario sarebbe certamente possibile, ma si pone subito il problema dei controlli: chi mi garantisce che quello che è scritto sia vero? Non a caso la certificazione bio prevede i controlli, per tutelare il consumatore e i produttori onesti da quelli disonesti.
    Nei limiti del possibile, ovviamente: a questo proposito, mi pare che la frode citata sopra da Francesco De Franco non faccia testo, dato che purtroppo frodi di questo tipo organizzate da vere e proprie associazioni a delinquere sono sempre possibili (fin quando non li becca la Guardia di Finanza, peraltro, come in questo caso!).

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