in Parlo da solo

Il vino comunemente conosciuto come naturale puzza (ma non ho capito di cosa)

Mentre scrivo queste righe a Genova sta andando in onda uno dei più bei appuntamenti dedicati ai temi della rete legati al mondo del vino. La Vinix Unplugged Unconference è un momento di confronto straordinario nato a margine di Terroir Vino e giunto alla sua quarta edizione. Purtroppo quest’anno non ce l’ho fatta ad essere presente e sto cercando di metterci una pezza seguendolo in streaming. Proprio in questi minuti si sta discutendo di alcune tematiche relative al vino naturale in una tavola rotonda, un ring dal titolo “vini della natura e vini della ragione”, e mentre scrivo Mario Pojer (famoso produttore trentino) e appena prima di lui Giampiero Nadali (storico blogger del vino) hanno parlato di vino naturale e del problema dei suoi difetti. Di brettanomyces, di acidità volatile e – più in generale – di puzze varie ed eventuali.

Ora, io non so che vini bevono loro ma io ci ho pensato, e gli ultimi dieci vini che possono essere considerati come naturali senza possibilità di smentita e che ho bevuto sono, in ordine assolutamente casuale: il prosecco di Casa Coste Piane, il “Berace” di Massa Vecchia, il Rosso di Montepulciano di Poderi Sanguineto, “Il mio trebbiano” di Camillo Donati, “Le Cese” di Collecapretta, il trebbiano di Valentini, il “Ripa di Sopravento” di Vittorio Graziano, il Rosso di Montefalco di Bea, il Brunello di Montalcino de Il Paradiso di Manfredi, il frappato di Arianna Occhipinti. Delle due una: o io sono ormai assuefatto a certe caratteristiche e invece di vedere un difetto di un vino vedo un suo pregio o di puzze/difetti/problematiche proprio non ce n’erano. Ma neanche una.

Non so, è che credo si debba andare oltre questa visione del mondo del vino naturale. Un mondo, chiaro, che vede protagonisti produttori più o meno bravi, vitigni più o meno talentuosi, vini più o meno buoni. Esattamente come il mondo del vino tutto.

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Commento

  1. I vini di Massa Vecchia denotano quasi sempre un odore di cavallo sudato dovuto ai brettanomiceti. Quelli di Bea penso abbiano acidità volatili che rasentano l’1 gr/l. Sui vini de La Stoppa meglio calare un velo pietoso… questo non vuol dire che tutti i vini naturali (cosa significhi poi non si sa) sia cattivi, o puzzino, anzi, ma ci sono molti prodotti che definire buoni mi risulta difficile.

  2. Ciao Jacopo,
    secondo me un modo interessante per andare oltre sarebbe non parlare della naturalità di un vino, ma di vino che puzza e vino no, a prescindere.
    Si possono discutere le pratiche, i temi culturali, fare meeting a riguardo, ci mancherebbe, ma in enoteca deve essere messo tutto sullo stesso piano, azzerando differenze in partenza.
    Daniele

  3. Mi sono avvicinato in maniera un po’ piú “seria” al mondo dei vini proprio grazie ad alcuni di quelli che hai citato (in particolare Bea e Collecapretta), e devo dire che non ci ho mai trovato puzze, anche quando non sapevo minimamente che fossero “naturali”. Poi ci sono prodotti di altre cantine che davvero non riesco a bere, ma succede indipendentemente dalla naturalitá del prodotto, anche perché nel vino,alla fine cerco un qualcosa che soddisfi il mio gusto a tavola.

  4. Scusate, torno online solo adesso. Penso che alla fine stiamo dicendo un po’ tutti la stessa cosa.

    Riccardo, tu entri nel merito e avremo modo di parlare di Massa Vecchia o di Bea di persona davanti ad un bicchiere, mi auguro. Il tuo è un approccio del tutto differente dal più populista “i naturali puzzano”. Ne convieni?

    Daniele, Emanuele, esatto. Chissenefrega (a priori) se un vino è naturale o meno. Prendiamo la bottiglia e portiamola a tavola, e poi vediamo. I vini buoni in abbinamento al cibo emergono sempre, è tutto qui (poi certo, il fatto che naturale e buono spesso coincidano non è che una piacevole conferma).

  5. alcuni non puzzano altri, troppi si, non solo puzzano ma spesso non sono neanche gradevoli all’assaggio. Il dato di fatto è uno, di vini naturali buoni ce ne sono tanti, quindi in natura esistono. Questo semplice dato mi basta per non giustificare le puzze o i sapori che ritrovo in alcuni di questa categoria di vini. Non so se rientrano nella vostra definizione di vini naturali ma di recente ho provato sia il Jakot che l’Oslavie non arrivando in entrambi i casi al secondo bicchiere. Il successivo riassaggio dopo un po di tempo non ha prodotto effetti differenti.

  6. Essendo stato di quel dibattito l’umile moderatore, ma più che altro conoscendo un po’ i due protagonisti, devo dire che i punti di vista sono veri entrambi. Non voglio fare il buonista o quello che dà ragione a tutti, ma è così. La vera fortuna del mondo del vino è che la bottiglia rappresenta sempre un oggetto dal valore assolutamente soggettivo, e che il mercato non è composto (se non in minima parte) da enologi o sommelier. Se così fosse si venderebbero tre vini. Il consumatore anche evoluto, anche esperto, nove volte su dieci (ripeto per fortuna e mi aggiungo al gruppone) non è in grado di riconoscere la stragrande maggioranza dei difetti/alterazioni se non presenti oltre una soglia molto alta. Potrei fare un lungo elenco anche di casi di difetti addirittura conclamati ma accettati senza problemi e con consapevolezza dal bevitore.
    Chi invece ha una formazione tecnica di cantina molto forte, quasi imbattibile come Pojer, un difetto lo riconosce anche quando è sotto la soglia “media” di accettabilità, e una volta riconosciutane la presenza, il giudizio ne è irrimediabilmente segnato.
    Jacopo, molti dei vini che hai citato quei difetti o prima o dopo, o una bottiglia o un’altra, li presentano. Come ha detto Pojer questa manifestazione cambia con la permanenza del vino in bottiglia, di solito-aggiungo io-secondo una curva a campana per cui dopo un massimo con il tempo il difetto scende o sparisce o si “integra” -da cui il discorso del “tempo che ci vuole” fatto da Maule. Ma ti assicuro che il consumatore anche esperto un brett (con le sue mille sfumature) non lo riconosce se non evidentissimo, e accetta perfino con entusiasmo una volatile o una ossidazione evidenti.
    Luk

  7. Sono molto d’accordo con l’intervento di Luca e Mario ha fatto un intervento che ovviamente era specifico ad alcuni casi non penso fosse nelle sue intenzioni fare di ogn’erba un fascio così come in effetti non ha fatto. Ha semplicemente detto che taluni casi quello che passa per vino naturale è semplicemente imbevibile. Credo che sia normale che in assenza di determinati accorgimenti o di una cura maniacale sia in vigna che in cantina, a maggior ragione rigorosa visto l’instabilità di questo genere di vini, si possano avere vini non precisi o in taluni casi proprio pesantemente difettosi. Lo stesso Angiolino ha ammesso che quando questo capita lui declassa tutto a vino base e vende via a 5 euro. Tanto di cappello.
    Il problema che ha cercato di mettere in evidenza Mario, coadiuvato da Fulvio Mattivi, era un altro e cioè come si riverberano e cosa comunicano vini di questo genere (la parte difettosa intendo) quando entrano in circolo e vengono presentati così come se nulla fosse.

    Ti faccio un esempio concreto.
    Conosco l’Ageno de La Stoppa dalla sua prima uscita, presentato in anteprima al Ristorante La Brinca di Ne e poi in un evento speciale proprio in cantina da Elena con l’annata 2002 e 2003, straordinarie. Se lo avessi conosciuto per la prima volta così come l’ho assaggiato alla fiera dei vini piacentini di dicembre scorso, ne avrei avuto un’opinione totalmente diversa. Penso che qualche errore vada scusato in virtù della naturalità, altri, sulla soglia di cui parla Luca sono perfino piacevoli per alcuni (per me per esempio il brett sul rossese beragna di ka’ mangine’ per dirne uno, che adoro) ma che si debba anche avere il coraggio di non presentare un vino in degustazione (e a maggior ragione metterlo in commercio) quando questo sia talmente difettoso da essere praticamente imbevibile.

    Voglio dire che la pulizia, il frutto, la piacevolezza e l’eleganza di espressione sono e resteranno sempre valori positivi, qualsiasi sia il metodo o l’ideologia di produzione perseguita.

    Filippo

  8. Credo sia un problema veramente complesso e sfaccettato. Da una parte ci può essere un produttore che ha coccolato e seguito tanto la sua creatura da amarne e alla fine interiorizzarne i difetti, e dall’altra ci può essere una assaggiatore che, vista la fama e l’entusiasmo del produttore, finisce per entrare in sintonia con un certo tipo di espressioni, catalogandole in una “categoria speciale” che non è soggetta ai parametri con cui sono valutati gli altri vini, ma rimane una sorta di cassetto dei “vini emozionali”. Al di là di tutto questo, a me rimane un grosso punto interrogativo. Alcune settimane fa a Milano Sopexa ha organizzato una degustazione di vini alsaziani. Assaggio un piccolo produttore agguerrito e biodinamico, Vincent Fleith: i bianchi avevano i classici sentori… assai imbarazzanti, tanto da compromettere la riconoscibilità varietale dei vitigni (in pinot noir era invece molto buono). Guardo un po’ perplesso la signora che me li serve e abbozzo un dubbioso “sono vini differenti dagli altri qui… I profumi.. ehem…” e la risposta, veloce e fiera: “C’est la mineralité.” Pazienza. Pazienza che Zind Humbrecht e Kuentz-Bas, lì presenti e altrettanto biodinamici, avessero un altro concetto di mineralità. E che alla cieca dessero il benservito a tutti gli altri, indipendentemente da bollini verdi e arancioni. Forse bisogna fare ancora molta strada.

  9. Fil in chiusura cita alcuni valori che a suo avviso sono positivi. Su tutti sposo gli ultimi due, piacevolezza ed eleganza e parto da qui. Perchè una cosa è tendere verso il buono, un’altra è parlare di assenza di difetti (oh, io vorrei vivere nel mondo del primo, il secondo credo porti inevitabilmente verso la noia). Va benissimo infatti che si parli di acidità volatile (anche se questa meriterebbe un capitolo a parte, la soglia è davvero labile ed estremamente soggettiva, quando troppo?) e di brettanomyces, sono problematiche che sono riconosciute e che appartengono in gran parte ad alcuni vini ed alcuni produttori che sono sotto il grande e variegato cappello del cosiddetto vino naturale. Ma ripeto: entriamo nel merito, facciamo degli esempi e partiamo da lì. A dire che tutti i vini naturali puzzano non si va da nessuna parte.
    Lo stesso discorso vale al contrario, se io per dire dicessi che tutti i vini industriali sono uguali (e che fanno tutti schifo) non avrei lo stesso identico approccio che è emerso durante il dibattito? Cioè, è facile parlare di difetti che ai nostri occhi appaiono evidenti. Sono lì davanti, è impossibile ignorarli. Ma esistono tanti difetti, li incontriamo tutti i giorni senza alzare barricate ideologiche. Mettiamo che io adesso vada al supermercato a comprare una decina di bottiglie, vini fruttati e magari piacevoli nell’immediato. Vini che però, magari, dopo dodici ore non hanno più niente da dire. O che magari faticano nell’abbinamento gastronomico. O che sono oppressi dal legno. Non sono forse difetti questi? Ovviamente si. Ma non sono motivi sufficienti a sostenere la tesi iniziale.

    Luk, ho citato dieci vini che sono buoni, buonissimi e che non hanno come protagoniste alcune delle dinamiche citate. Il tuo discorso però è giusto, ci mancherebbe. L’anno scorso, proprio a Terroir Vino dopo la degustazione per il Garage Wine Contest, parlavo con Mario di brett e di Massa Vecchia. Abbiamo parlato, nello specifico, del Rosso 2003. Un vino che a suo avviso presenta alcune problematiche e che io invece per certi versi apprezzo. È evidente che lui in quel caso aveva ragione, ma è altrettanto vero che esistono sensibilità diverse.

  10. Jacopo, torno ora da TerroirVino e leggo il tuo post.
    Desidero precisare che non mi sono dichiarato scettico sui cosiddetti “vini naturali” per via dei loro difetti (ne ha parlato soprattutto Mario Pojer), ma perché non condivido l’espressione “naturale” affibbiata dalla critica del vino anglosassone a vini riconducibili a pratiche artigianali.
    Inoltre, l’ideologia del cosiddetto “naturale” sogna di farci tornare al calesse e alla pietra focaia per accenderci il fuoco in casa. Come al solito, chi sogna paradisi, finisce col realizzare inferni sulla terra.
    Io penso che non sia una buona idea buttare il bambino con l’acqua sporca, ovvero rinunciare a oltre due secoli di sapere scientifico applicato alla vitivinicoltura. Che scienza e cultura del territorio lavorino sempre più insieme mi pare un fatto acquisito, che porta sempre più buone notizie per noi tutti. Semplicemente, affidare la viticoltura, le fermentazioni e altri processi di trasformazione a superstizioni, credenze fideistiche e luddismo anti-enologico mi sembra uno sbaglio.
    Le puzze sono democratiche, come tutti i difetti, colpiscono gli uni come gli altri.
    Un caro saluto.

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