in A sud di nessun nord, Campania

Giorno ventidue: l’Aglianico del Taburno

Stasera la locale condotta Slow Food organizzava una cena/degustazione dedicata all’aglianico nelle sue tre diverse declinazioni. Un assaggio dal carattere informale e alla cieca di una ventina di etichette provenienti tanto dal Taburno quanto da Taurasi e dal Vulture. Ovviamente non mi sono fatto un’idea precisa sui diversi territori e anzi, a dire la verità le idee di questi giorni sono state smentite da ciò che ho trovato nel bicchiere. Taburno come Taurasi (e Vulture) quindi? L’impressione è che al netto di vinificazioni eccessivamente spericolate in un senso o nell’altro si, il territorio del Taburno abbia da dire assolutamente qualcosa sull’aglianico, in particolare quando vinificato tradizionalmente e (sopratutto) aspettato.

Prima della cena avevo trascorso la giornata qui in zona, visitando alcune delle cantine più rappresentative. Fontanavecchia è una di quelle storiche, una di quelle che da subito hanno puntato sull’idea di un Aglianico del Taburno di qualità. Dalla sede si gode di una bellissima vista sui vigneti circostanti e tutta la produzione è incentrata sull’aglianico: spumantizzato con metodo classico, vinificato in rosato e (ovviamente) in rosso. Il Grave mora 2006 è un bicchiere importante, di grande struttura e di buona beva. Acidità e tannini sono dosati senza mai eccedere prima di un finale suadente.

A Torre del Pagus a farmi da Cicerone è stato Maurizio De Simone, enologo di grandissima esperienza. Uno di quelli che possono permettersi di essere all’apparenza meno tecnici e più emotivi proprio grazie alle tante vendemmie affrontate. I suoi vini, qui a Torrecuso, sono molto espressivi e dinamici, tutti caratterizzati da una bella acidità e da un’invidiabile bevibilità. Il Rosato 2010 è lungo e affascinante mentre l’Aglianico del Taburno Riserva 2007 nonostante una certa siccità dell’annata sa essere gustoso ed elegante al tempo stesso. Un vino bellissimo, ricco e di grande pulizia. Da lasciare in cantina ed aspettare l’Impeto 2007, un aglianico di gran carattere, concentrato e profondo, dal tannino scapitante.

Fattoria La Rivolta è il sogno divenuto realtà di Paolo Cotroneo, farmacista di Napoli. È cantina bellissima, perfettamente integrata nell’ambiente che la circonda ed i cui vigneti più vicini godono di un’esposizione invidiabile. Impossibile, all’assaggio, non nominare tutta la linea dei vini bianchi. La coda di volpe, il greco, il fiano e la falanghina sono tutti estremamente didascalici, tipici, di grandissima beva senza rinunciare ad un’architettura fatta di acidità e salinità. Vini bianchi luminosi, da non mancare. Il Rosato 2010 è profondo e succoso, più degli altri incontrati qui, e l’Aglianico del Taburno 2008 è ricco, rotondo e molto piacevole.

Ultima tappa Torre a Oriente, bel progetto di Patrizia Iannella. Da sempre conferitori di Feudi di San Gregorio è solo a partire dal 2006, dopo alcune prove l’anno precedente, che inizia il progetto di vinificazione e vendita. Lei è fantastica mentre parla delle vigne, la sua è formazione agronomica e, solo dopo e per forza di cose, enologica. Qui poi la falanghina è una cosa seria: la 2010 è fresca e floreale, ha una bella acidità ed una mineralità afascinante. Ad assaggiare poi un’annata meno recente ecco scoprire un’altra falanghina, la Biancuzita 2008: un bicchiere oggi sussurrato, teso e di grande eleganza. Il suo Aglianico del Taburno, U’Barone 2008, è ricco e potente, morbido e rotondo.

Nel frattempo è quasi mezzanotte e fuori dalla finestra i fuochi artificiali della locale festa padronale illuminano il cielo di colori. Bel finale, domani si torna a casa.

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Commento

  1. Caro Jacopo, mi fa piacere che tu abbia avuto l’intuizione di soffermarti sull’enclave vitivinicola sannita, perchè si tratta di una realtà territoriale in continua crescita, destinata a farsi valere sempre più, anche grazie all’opera di enologi esperti e lungimiranti, come Angelo Pizzi, e giovani fra i più validi in Italia, come Vincenzo Mercurio.
    Le aziende, poi: ne hai conosciute tre fra quelle di maggiore spicco, ciascuna con delle proprie peculiarità e con vini di grande spessore.
    Tanto per citare qualche esempio, hai menzionato Impeto di Torre del Pagus: un aglianico da uve surmature, vinificato con un metodo, direi, ancestrale (fermentazione con i raspi in tini aperti!!); oppure la batteria dei bianchi della Rivolta (fra i quali io adoro il Sogno di Rivolta, un blend dalla caratura internazionale); e, per finire, Fontanavecchia, con Libero Rillo che, qualche tempo fa, mise in commercio una Falanghina 2001 “dimenticata” in botte per alcuni anni ma che si rivelò splendida e dalla longevità inattesa.
    Comunque, alla fine del tuo pellegrinaggio nel nostro Sud, i miei complimenti per le tue scoperte che, spero, abbiano fatto aumentare la curiosità per le realtà enologiche del mezzogiorno, ormai in grado di competere a pieno titolo con quelle delle aree più famose.