Giorno diciannove: Ciro Picariello e Raffaele Troisi

Bum. Il freddo mi ha riportato alla realtà con una velocità disarmante. Più andavo a nord, verso Salerno, più la temperatura scendeva, la pioggia aumentava, io basivo. Poi certo, c’è voluto poco per recuperare un po’ del calore perduto durante il viaggio. Sono bastati un po’ di assaggi con Ciro Picariello e con Raffaele Troisi. Un uno/due di grande intensità grazie al loro essere tra i più pasionari interpreti delle uve a bacca bianca dell’Irpinia.

Da Ciro la parola d’ordine è Fiano di Avellino. Il 2010, appena messo in bottiglia, è già riconoscibilissimo: ci sono note leggeremente affumicate che aprono ad un bel frutto che con il passare dei secondi vira verso l’agrume. Articolato e godibilissimo, tanto oggi quanto tra un numero indefinito di anni. È stato buffo poi parlare con lui non tanto di questa versione più classica (ormai vera e propria sicurezza) quanto di un esperimento che sta portando avanti con la spumantizzazione. L’idea è – vedremo – quella di commercializzarlo senza la sboccatura, in una confezione che permetta alla bottiglia di stare “a testa in giù” in modo che ognuno sia libero di liberare il residuo magari in una bacinella d’acqua, a casa. True Movia style, e ho detto tutto.

Raffaele poi è il solito vulcano. E se parlare benissimo dei suoi Aiaperti e Tornante, rispettivamente le selezioni di fiano e di greco, può sembrare ovvio, meno è stato ai miei occhi imbattermi in un campione di coda di volpe 2011 di grande freschezza e mineralità, profondo e drittissimo. Un assaggio che probabilmente andrà a comporre la terza (ed ultima) selezione di Vadiaperti. Raffaele, questa davvero non me l’aspettavo anche se certo, so benissimo che lì a Montefredane riesci a tirare fuori l’anima più verticale di questi vitigni senza mai perdere in finezza, in precisione stilistica. E comunque, proprio quando credevo di aver capito qualche cosa sul Fiano di Avellino e sul Greco di Tufo, sulle loro caratteristiche e sulle loro differenze, ecco che compare sul tavolo una bottiglia coperta. Un vino chiaramente figlio di una vendemmia poco recente, un vino strabiliante per complessità, luminosità, beva, struttura, integrità. In generale, eleganza. Giuro, non avrei mai pensato che un Greco di Tufo del 1992 potesse essere così totale, oggi. In termini assoluti forse il vino del viaggio, di certo quello più inaspettato.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in A sud di nessun nord, Campania | Tag: , , , , , | Commenta

3 Commenti

  1. Daniele
    Pubblicato 16 maggio 2012 alle 14:35 | Link

    Grande Ciro!
    Jacopo hai assaggiato anche il loro rosso?
    Ad un vinitaly mi aveva fatto innamorare.. ; )

  2. Pubblicato 17 maggio 2012 alle 00:17 | Link

    In effetti no, niente rosso. :-/

  3. Pubblicato 17 maggio 2012 alle 14:27 | Link

    Buono l’Aglianico Zi Felicella ma un vinello rispetto ai suoi Fiano!!!

Un Trackback

  1. Scritto da Back to Irpinia | Enoiche illusioni il 15 novembre 2012 alle 12:02

    [...] di Tufo. Inutile dire che sono contentissimo di tornare là dove ero passato solo pochi mesi fa (il diciannovesimo e il ventesimo giorno di “a sud di nessun nord”, ricordate?) e di rituffarmi con [...]

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