in A sud di nessun nord, Puglia

Giorno cinque: un po’ di negroamaro, Cantele e Cosimo Taurino

Non c’è niente da fare, la coltivazione ad alberello mi affascina e mi conquista, credo sia proprio per quel suo sapore ancestrale, antico, ricco di storia. Qui a Guagnano, poco lontano da Lecce, è facile trovare lungo la strada diversi ettari coltivati in questo modo. “È il metodo tradizionale“, mi racconta Paolo Cantele, “e tutti i vigneti più vecchi sono così. Quelli più recenti hanno invece un allevamento misto, sono alberelli in cui è presente anche la spalliera e l’impressione è che la qualità non ne risenta, anzi. Ma ne avremo la certezza solo quando tutti gli impianti più recenti saranno più maturi“.

Negroamaro quindi, vitigno salentino per eccellenza. Il nome – in effetti curioso – richiama tanto il colore (nero) quanto una nota leggermente amarognola che è possibile riscontrare nel vino. Il “Teresa Manara” 2009 di Cantele è interpretazione importante ed ambiziosa, dimostrazione di quanto di buono si possa fare con questo vitigno. Dal colore rosso rubino scuro regala note di frutta matura rese più leggere da sentori floreali e leggermente speziati, c’è spazio per la vaniglia, per il pepe nero, per una punta di cioccolata impreziosita da un lontano richiamo di cannella. È complesso e strutturato, ha un tannino importante ma già adesso fine e un’invidiabile freschezza. Un’assaggio profondo, ricco e mediterraneo.

Paolo mi racconta poi delle sperimentazioni che la cantina sta portando avanti con il CNR attraverso una selezione di lieviti provenienti unicamente dai vigneti di negroamaro più vecchi. L’idea – in caso di successo – è quella di utilizzarli nella produzione della versione più economica e per ora io mi posso solo limitare a dire che il risultato è decisamente incoraggiante: l’assaggio di un 2010 da vasca promette benissimo per eleganza e per beva.

A poche centinaia di metri Francesco Taurino produce un Salice Salentino Riserva che ha esattamente queste caratteristiche. Il 2008 adesso in commercio mi è piaciuto molto, tanto da definirlo – spero abbia capito che aveva un’accezione assolutamente positiva – toscaneggiante. Aveva un frutto ed una speziatura che mi hanno riportato la mente ad alcuni Chianti di stampo tradizionale. Un negroamaro fresco, elegante e lieve. Ennesima dimostrazione di quanto il preconcetto che vede la Puglia regione produttrice di vini carichi ed opulenti sia clamorosamente errata.

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