in Assaggi, Sicilia

Il Regaleali di Tasca D’Almerita e il cabernet sauvignon, uno di quelli grandi

Riprendo un attimo il discorso legato al taglio bordolese in Italia. Qualche giorno fa era infatti passato da queste parti il Capo di Stato, bicchiere stupefacente per espressività. È che non so, a volte mi sembra ci sia una rincorsa all’autoctono per forza, come se tutto quello che appare come straniero appartenga per forza ad una moda che va rinnegata a tutti costi. Certo che non è così, e gli esempi si sprecano (a proposito, un giorno scriverò qualche riga sul merlot di Collecapretta, qui in Umbria; un vino che viene da viti piantate oltre sessant’anni fa e che sembra aver trovato un equilibrio magico con il luogo in cui viene coltivato).

Oh, magari esagero con questo concetto del luogo, a volte però mi sembra sia una discriminante davvero fondamentale per capire la grandezza di un vino. Facciamo così, chiudete gli occhi e pensate al cabernet sauvignon. Pensate a quelle che sono considerate come le sue caratteristiche condivise: alle sue note erbacee, alla sua struttura ed alla sua freschezza. Ci siamo? Bene. Adesso provate ad unire tutti questi elementi il calore della Sicilia, uno spiccato carattere mediterraneo, una certa solarità. Ci siete? Bene, forse allora potete provare ad immaginare quello che è il cabernet sauvignon di Tasca D’Almerita. Un vino con una spaventosa capacità di assorbire le caratteristiche del luogo -di quel luogo- e di riportarle nel bicchiere proiettandolo in una dimensione affascinante come pochissimi altri cabernet in Italia. Oggi, e mi riferisco a molte delle annate targate anni zero, è vino forse più omologato ma basta aprire qualcosa degli anni novanta per ritrovare bicchieri davvero stupefacenti per espressività. Questo, e mi riferisco a quello della foto, è un 1990. Un cabernet spiazzante per profondità, complessità, freschezza, forza. Un bicchiere lieve nel mostrarsi ed impetuoso nell’esprimersi.

Ciao, mi chiamo cabernet sauvignon. Dicono sia troppo spesso uguale a me stesso. Venite a Palermo, vi proverò il contrario.

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Commento

  1. Un post interessante che capita giusto a proposito. Da “autoctonista” convinto ho assaggiato proprio ieri un Cabernet Sauvignon dell’oltrepo’ pavese che mette in dubbio le mie attuali convinzioni e preferenze. E’ l’Alessandro 2007 di Stefano Milanesi. Della serie : forse non è il caso di espiantare tutto l’internazionale per partito preso 😉

  2. Sono contento che da più parti nel web vengano finalmente delle voci dissonanti, capaci di farci scoprire splendidi autoctoni ma anche di farci apprezzare grandi vini da vitigni internazionali. Che in certi posti sono più autoconi degli autoctoni. Vabbè.

    Comunque il Merlot di Collecapretta è strepitoso! Inizi e non riesci a smettere di bere!

  3. E’ veramente cosi importante “autoctono si” o “autoctono no”? Come sono le annate recenti dello stesso Cabernet Sauvignon? Sempre cosi “lieve nel mostrarsi ed impetuoso nell’esprimersi”?

  4. La storia di questo vino è “vecchiotta”. Guardate i due numeri di Portos (5 – “Sogno Siciliano; 7 – “Il Taglio Bordolese”). Buona lettura!

  5. Ok Arek, nessuno qui crede di aver scoperto qualcosa, anzi. Tuttavia le schede su Porthos 5 e 7 sono estremamente sintetiche e riportano assaggi particolarmente lontani nel tempo. Schede fondamentali? Si, assolutamente. Tanto che io qui dico un po’ le stesse cose, magnificando un 1990 ancora oggi pazzesco per espressività.

Webmention

  • Giorno sedici: Tenuta Regaleali | enoiche illusioni 16 aprile 2012

    […] di un centinaio di chilometri per cercare un vino, ne ho trovato un altro. Il mese scorso mi ero imbattuto in una vecchia annata di cabernet sauvignon di Tasca d’Almerita e ne ero rimasto stregato, […]