Vigna Monticchio, tutta la verità nient’altro che la verità

Quando si parla del Vigna Monticchio regolarmente qualcuno se ne esce con una frase, quasi sempre la stessa: “eh, ma non è più quello di una volta“. E sapete cosa? Ha ragione. Il più famoso sangiovese umbro, una delle più belle espressioni del vitigno outside Tuscany, è cambiato parecchio nel corso degli anni. In peggio? Difficile da dire. È sicuramente diverso, come può essere diverso l’abbigliamento che cambia con il passare degli anni e delle mode. Si evolve mantenendo però un stile piuttosto definito, basta un’occhiata veloce al modo di porsi per riconoscerlo, al di là dell’outfit di quella specifica stagione.

Tra l’altro questo è un post che mi girava in testa da molto tempo, un post figlio di tanti assaggi e della curiosità che ogni volta mi spingeva a chiedermi cosa ci fosse di diverso rispetto all’annata bevuta la volta prima. Perchè si, se magari aprendo un Vigna Monticchio di due annate vicine, penso alla 1986 e alla 1988, la sensazione è di cambiamenti che vanno dal nessuno all’impercettibile è altrettanto vero che assaggiando due bicchieri più distanti tra loro ecco queste differenze diventare più evidenti. Questa quindi la cronostoria del Vigna Monticchio (con un grande ringraziamento a Francesco Zaganelli, responsabile della comunicazione di Lungarotti, per avermi pazientemente assecondato nelle tante domande di questi mesi).

L’inizio - L’intuizione è una di quelle che solo un grande può avere. Negli anni sessanta infatti pensare (a due passi da Perugia) non solo di vinificare un singolo cru ma anche di farlo maturare per quasi un decennio prima di commercializzalo era qualcosa al di fuori di qualsiasi logica. Chapeau, Cavalier Lungarotti.

Gli anni sessanta e settanta – Il termine “Rubesco” deriva dal verbo latino rubescere (arrossire). Un marchio di fantasia che per decenni ha rappresentato il vino umbro per eccellenza. L’unica bottiglia capace di valicare i confini regionali e nazionali ed entrare prepotentemente nella stretta cerchia dei vini di qualità italiani. Il (mitico) vigneto Monticchio si trova a Brufa, piccola località a nord-est di Torgiano, è esposto ad ovest ed ha un’altitudine di circa 300 metri sul livello del mare. Una storia che inizia nel 1971. Prima di quella data infatti il Rubesco era affiancato dalla sola menzione “riserva”. Inizialmente tra l’altro non era questo l’unico cru prodotto in cantina. Lo affiancavano il Montescosso ed il Montespinello, le vigne adiacenti. Marchi che soltanto una decina d’anni più tardi si sarebbero unificati nel Monticchio per motivi commerciali. Uvaggio? Ovviamente sangiovese e, in minor percentuale, canaiolo.

Gli anni ottanta – Una grande novità: l’introduzione delle barrique. Fino a quel momento infatti il Vigna Monticchio affinava in botti grandi di Slavonia. Invariata la permanenza nel legno: 12 mesi.

Gli anni novanta – È in questo periodo che avviene il cambiamento più grande, quello forse che marca la grande differenza tra i Vigna Monticchio di oggi e quello dei (fantastici) anni ottanta: il reimpianto. I primi vigneti infatti, risalenti all’inizio degli anni sessanta, avevano una densità di 2000-2500 ceppi per ettaro contro gli attuali 4500-5000. I carichi di uve per pianta erano quasi doppi rispetto agli attuali. Ecco quindi i vini di allora risultare più acidi, dal tannino più esuberante ed in generale più austero. Al tempo stesso le gradazioni alcoliche erano un po’ più contenute, anche se questo è effetto che va fatto risalire più al riscaldamento globale che alla vigna in sé. Inoltre nei primi vigneti le varietà non erano circoscritte, e per forza di cose sangiovese e canaiolo venivano vendemmiati contemporaneamente. Con i nuovi impianti invece vengono raccolti in momenti diversi in base alla maturazione e assemblati solo dopo la fermentazione alcolica.

Gli anni zero – L’ultimo cambiamento, quello relativo ai tempi di maturazione ed affinamento. Se infatti il tempo in legno è sempre rimasto lo stesso, un anno, si sono ridotti (di molto) i tempi di maturazione in acciaio. Oggi il Vigna Monticchio rimane in vasca solo quattro mesi invece di (quasi) quattro anni. Al tempo stesso è però rimasta invariata la permanenza del vino in bottiglia prima della sua commercializzazione: poco meno di quattro anni. Se quindi nel 2000 era possibile trovare in commercio l’annata 1990 oggi, nel 2012, possiamo tranquillamente comprare la 2006. Un bene? Un male? Ripeto, io son un fan del Vigna Monticchio a prescindere. Mi piace berlo a gran sorsi da giovane (per quanto sia giovane un vino che esce in contemporanea con le riserve di Montalcino, per dire) e mi piace lasciarmi trasportare dalla grande stoffa e profondità che sanno regalare oggi le bottiglie degli anni ottanta e novanta. Sapendo, con un po’ di rammarico, che saranno bicchieri sempre più rari.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Degustare come atto pratico, Umbria | Tag: , , | Commenta

8 Commenti

  1. Pubblicato 2 marzo 2012 alle 14:17 | Link

    Rimane un grande vino, con una bella storia, e quasi mai sbagliato. L’unico grosso problema, mio modestissimo parere, è che rimane uno dei quei caposaldi che però fuori regione ha sempre avuto troppo poco appeal…
    Bel pezzo Jacopo.

  2. Daniele t.
    Pubblicato 2 marzo 2012 alle 14:37 | Link

    Ho avuto il piacere di essere presente ad una bellissima verticale del Vigna Monticchio nell’Autunno 2010…negli anni cambiate varie cose e quindi cambiato anche il vino che comunque anche a mio avviso resta un grande vino.

  3. Pubblicato 2 marzo 2012 alle 15:54 | Link

    Parole nuove per raccontare il pensiero di sempre; ovvero rendere contemporanea la tradizione. Per me non c’è cosa più sensata (quando ci si riesce, perchè è tutt’altro che cosa facile).. Poi, lo sai, il “si stava meglio quando si stava peggio” è sempre dietro l’angolo. Ho sentito dire la stessa cosa (“era più buono una volta, non è più lui…”) in una recente verticale di Riserve Biondi Santi e addirittura in una di Castell’in Villa… Ho trattenuto Franco e la principessa a fatica… :-)

    Battute a parte, a volte non è semplice interpretare un vino in chiave futura. Però non è neanche sensato pretendere da un bimbetto la complessità e le sfumature che donano trent’anni di bottiglia. Vedremo in futuro, stappando per dire il 2004 nel 2034 chi ha ragione…

  4. Pubblicato 2 marzo 2012 alle 16:30 | Link

    thx antonio, tutto vero.

  5. francesco ri
    Pubblicato 2 marzo 2012 alle 18:49 | Link

    io ho la mia collezioncina e guai chi me la tocca, dal 90 in poi …solo che oso toccare solo i doppioni ……

  6. Francesco
    Pubblicato 2 marzo 2012 alle 21:19 | Link

    Ciao Jacopo, complimenti per l’articolo!
    Colgo l’occasione per ribadire il piacere nel saperti sempre grande fan di questo vino e rispetto in pieno il tuo punto di vista sulla diversità dei Vigna Monticchio ante reimpianto rispetto a quelli dall’annata 2000 in poi.
    Il lavoro che abbiamo effettuato, soprattutto in vigna, in questi ultimi 15 anni, ha avuto sempre un unico obiettivo: trasportare il Cru di casa Lungarotti nel moderno concetto di viticoltura (che ricordo va a netto vantaggio della qualità del vino, specie in un vino di questa levatura) senza perdere mai di vista la finezza e l’eleganza che lo hanno sempre caratterizzato.
    Bisognerà aspettare qualche anno per effettuare un paragone sulla stoffa dei nuovi Monticchio rispetto a quelli più datati, come ha detto Antonio, ma se posso dare un suggerimento, il 2001, tuttora in splendida crescita, ha una complessità di profumi e una persistenza in bocca che pochissime altre annate hanno mai avuto.
    E con chi sarà a Vinitaly mi piacerebbe degustare insieme l’annata 2006!
    Un saluto a tutti gli enoappassionati!!;)

  7. Pubblicato 2 marzo 2012 alle 23:15 | Link

    Ciao Francesco e grazie mille per essere intervenuto. Sai, volevo scrivere questo post per fare un po’ di chiarezza. Troppo spesso ho sentito commentare (ed io per primo ho commentato) un’annata senza conoscere esattamente cosa fosse cambiato rispetto alle precedenti. La parola chiave del post vuole infatti essere chiarezza, consapevole che i “nuovi” vigna monticchio sono e rimangono grandissimi vini, frutto (anche) di un percorso iniziato e continuato per decine di anni.

  8. Pubblicato 3 marzo 2012 alle 00:54 | Link

    Jacopo ciao: stimolante ciò che scrivi, così come l’intervento di Antonio. Mi inserisco e fungo volentieri da memoria storica, avendo lavorato alle riserve che tanto ti hanno deliziato. Ed hai ragione: degustare – mai bere, sempre degustare per le sensazioni che ti regalano – le vecchie annate di Monticchio è un piacere e ogni volta un’esperienza. Nelle molte degustazioni verticali di questo vino condotte negli anni, ho sempre, quando possibile, portato uno, due vini per ogni decade. Questo mi è servito, ogni volta, per illustrare i grandi, magici cambiamenti che la bottiglia opera sul vino. Evoluzione che si rende riconoscibile per tappe di circa 10 anni. Non bisogna avere fretta quindi. Non che ti voglia suggerire di aspettare il 2035 per rivedere il tuo giudizio, ma proietta il vino in una dimensione più adulta. Oggi l’annata in corso (2005) è ancora troppo giovane: ma io ci scommetto sopra, così come per il 2006 che è in arrivo. So di parlare ad un appassionato di questo vino, per questo te lo chiedo. Oggi alcune tecniche sono variate, soprattutto in vigna, ma non si discute il fatto che siano migliorative, volte ad una qualità molto più netta e quindi ad un potenziale certo di lunga vita. Quanto al taglio di tempo in vasca non toglie nulla al vino, anzi ne conserva l’integrità: l’importante è dedicargli legno e bottiglia perché il fil rouge continui a collegare Monticchio anno dopo anno. In modo più preciso, senza nulla togliere all’intuitivo del passato. Questo vino non ha mai seguito le mode, forte della sua personalità; ma è cambiato il consumatore. Un tempo consegnavamo al mercato un vino più pronto perché lo lasciavamo sostare in cantina più a lungo rispetto ad oggi. Ma quel consumatore in grado di scegliere dallo scaffale una bottiglia “matura” non esiste più. E allora ecco le nuove annate, acclamate a gran voce e rilasciate prima. Un modo diverso di gustarle, apprezzandole già ora, ma con la certezza che non “invecchieranno” male e anzi, crescendo, continueranno a stupire come quelle del passato. Se non di più.

2 Trackbacks

  1. Scritto da Domenica 2 ottobre 1988 | enoiche illusioni il 3 marzo 2012 alle 17:49

    [...] wifi funzionaLinux // Ubuntu ed il wifi con il router Telecom Alice Gate 2Di cosa si tratta « Vigna Monticchio, tutta la verità nient’altro che la verità 3 marzo [...]

  2. [...] Torgiano. A questi si affiancherebbero quelli già inseriti nella prima degustazione: il famoso “Rubesco Vigna Monticchio” di Lungarotti (nonostante comprenda una piccola quota di canaiolo), il “Properzio” di [...]

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