Tappo a vite, una tesi di laurea

Non c’è bisogno che io ripeta quanto sia sensibile all’argomento, lo sapete già. Trovo che il tappo a vite sia oggetto straordinariamente funzionale ed affascinante, in particolare se paragonato a chiusure esteticamente poco proponibili come il tappo in vetro, il tappo sintetico o addirittura come certi sugheri entry level. Poi certo, sono perfettamente consapevole delle spese che una cantina dovrebbe sostenere per convertire la propria linea di imbottigliamento, spesso (molto semplicemente) non ne vale la pena. Per non parlare poi dell’endemica reticenza italiana nei confronti di chiusure che non prevedano il tirebouchon per essere aperte (una volta -giuro- ho visto un sommelier cercare di stappare un sauvignon australiano con il cavatappi; solo dopo qualche minuto e diverse imprecazioni si è accorto che non c’era nessuna capsula: era lo stelvin).

Negli ultimi mesi ho avuto il privilegio di discutere dell’argomento con Simone Famà. Lui, studente di ingegneria gestionale al Politecnico di Torino, aveva deciso di dedicare la sua tesi di laurea specialistica all’argomento e cercando qua e là si era imbattuto in queste pagine e nel sottoscritto. Pur consapevole di non essere in grado di esporre un parere tecnico mi sono divertito nel raccontare le mie esperienze da consumatore cercando al tempo stesso di indirizzarlo verso persone più preparate del sottoscritto e produttori che avessero una certa familiarità con l’argomento.

Ne è uscita una splendida panoramica: per ogni tipologia di chiusura ne ha ripercorso la storia, la diffusione, le particolarità del processo produttivo e le applicazioni. A questo ha aggiunto valutazioni riguardanti i possibili aspetti positivi e negativi e -fondamentale- i costi. Non vi anticipo niente, se non una parte delle conclusioni, quella sulla grande incertezza che ancora oggi riguarda il mondo delle chiusure. Un mondo capace di dimostrare l’importanza ma al tempo stesso incapace di dimostrare l’indispensabilità della presenza dell’ossigeno per il corretto affinamento del vino in bottiglia. Tutta la tesi poi ha il grande pregio di essere sempre comprensibile, di non cadere mai in tecnicismi troppo difficili da capire per chi non mastica abitualmente l’argomento.

Simone è stato così gentile da permettermi di rendere scaricabile la tesi qui, questo è un suo incipit necessario prima della lettura:

Questa tesi di laurea, pur avendo carattere scientifico, non è stata prodotta da un enologo, un chimico, o uno dei (pochi) ricercatori scientifici sparsi nel mondo che si occupano in prima persona di analizzare gli effetti delle differenti tipologie di chiusura sul vino imbottigliato. Di conseguenza, per quel che riguarda alcuni argomenti specifici e specialistici, ho dovuto ricorrere a delle fonti di informazioni in cui ho posto fiducia sulla sola base del titolo o dell’occupazione di queste, senza avere la possibilità di concordare o confutare.

Un esempio su tutti ha riguardato il problema della riduzione (o meglio della presenza di sentori di ridotto) nel vino: fonti più o meno accreditate hanno mostrato opinioni diverse, al che ho ritenuto giusto “ascoltare” le indicazioni date dal capo della ricerca enologica di un importante produttore di chiusure. Spero inoltre che il mio lavoro di aggregazione ed analisi di informazioni possa funzionare da idea o spunto per una vera e propria pubblicazione, fatta però da uno specialista del settore e rivolta sia ad un pubblico di esperti sia (e soprattutto) ai semplici appassionati.

Buona lettura.

Se l’argomento vi interessa è testo da leggere a tutti i costi. La tesi è qui (sono poco più di diciotto megabyte, in pdf).

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | Tag: , , , | Commenta

2 Commenti

  1. Gianluca
    Pubblicato 15 marzo 2012 alle 22:19 | Link

    Ciao Jacopo mi interessa assolutamente leggerla…grazie e complimenti per il post: grandioso.

  2. Pubblicato 16 marzo 2012 alle 11:30 | Link

    adesso la scarico, e piano piano la leggo. Plauso all’inziativa, rara purtroppo qui da noi. Se vai sul sito dell’AWRI in Australia ti rendi conto di come sono mille anni luce avanti, nella ricerca e nel modo di comunicarla e diffonderla.

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