Lei: “Ah che bello, finalmente una bollicina”.
Lui: “Finalmente?”
Lei: “Ma si dai, ultimamente apri sempre questi vini così complicati.”
Lui: “Ma no dai, al limite vini sfaccettati, profondi, con una bella spalla acida..”
Lei: “Spalla acida?”
Lui: “Si, no, cioè. E’ che spesso capita che assaggiamo vini molto territoriali, vini che in cantina vengono, come dire, lavorati poco. Non so come dire. Guarda, lasciamo perdere. Cin cin.”
Lei: “Non è Champagne vero?”
Lui: “No, questo è italiano.”
Lei: “Buono, viene da Brescia quindi.”
Lui: “In effetti no, la Franciacorta, che in effetti è in provincia di Brescia, è solo una delle tre grandi aree dei metodo classico italiani, questo viene da Trento.”
Lei: “Però è fatto nello stesso modo.”
Lui: “Esatto, come lo Champagne.”
Lei: “Ma perchè sulla bottiglia c’è scritto Talento?”
Lui: “Eh, bella domanda. In pratica vorrebbe essere il nome che caratterizza i loro spumanti, quelli che appunto vengono da Trento”.
Lei: “Però c’è scritto anche Trento DOC e subito sotto Metodo Classico”.
Lui: “Eh. Diciamo che in questo modo non ti puoi sbagliare.”
Lei: “Ma non sarebbe meglio identificare una tipologia unicamente con un termine?”
Lui: “Eh. Appunto”.
Lei: “Va bene, comunque guarda, è proprio buono.”
Lui: “E’ vero, poi è un 2006 che è anche stata una bella annata”
Lei: “Quindi è qui in cantina da molto.”
Lui: “No, in realtà è rimasto sui lieviti per oltre tre anni.”
Lei: “Sui lieviti?”
Lui: “Si, in pratica il vino rimane nelle cantine dell’azienda per affinarsi, per acquisire profondità. Dopo, viene sboccato, vengono tolti i residui che si formano all’interno della bottiglia e viene messo in commercio.”
Lei: “…”
Lui: “Guarda, ti ricordi quel vino che abbiamo bevuto la settimana scorsa, quello che mi chiedevi come mai fosse così torbido?”
Lei: “Si, mi piaceva anche quello.”
Lui: “Ecco, in quel caso quei residui erano rimasti nella bottiglia.”
Lei: “Però quello non era un metodo classico.”
Lui: “Infatti, quello è un po’ meno complicato da fare.”
Lei: “Però questo è più complesso!”
Lui: “Ehm. Questo è buono, si.”
Lei: “E’ avvolgente, quasi cremoso.”
Lui: “Si, senti tutte queste note di frutta matura, di mela cotogna, di crosta di pane, di vaniglia e di spezie accennate?”
Lei: “Si”
Lui: “Sono tutti sentori tipici relativi alla tipologia. E poi, è molto fine, piuttosto elegante.”
Lei: “Si beve facilmente.”
Lui: “Già, penso poi che questi vini abbiano delle caratteristiche ben definite, un tratto territoriale ben definito.
Lei: “Dici?”
Lui: “Si, hanno un timbro comune.”
Lei: “Però sono come gli Champagne.”
Lui: “Si, ma italiani. Anzi, trentini.”
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7 Commenti
la discussione è superlativa! m’ha fatto sganasciare!
Ric.
Scusa ma dopo “gliela” data ?
sorry, ma la vendemmia mi stà uccidendo non ho resistito…ciao GP
P.S. veramente divertente
questo è un esempio perfetto di come va comunicato il vino, in modo comprensibile per tutti, bravo Jacopo!
Bello Jacopo
Il Caf dice che lui lo faceva nel ’74, naturalmente. Ma ti lovva moltissimo.
Mimmuzzo (Domenico Sciutteri) aveva provato qualche tempo fa una cosa analoga ma in solitaria. Lui parlava direttamente con la bottiglia:
http://www.vinix.com/degustazioni_detail.php?ID=696
Ciao, Fil.
Yeah. Grazie a tutti!
Bello! questo modo di comunicare il vino è molto vicino al mio spirito nel produrlo – semplice e comprensibile-.
Per i vari nomi attribuiti è poi un’altra storia… altra punata
Grazie!
ottimo articolo, che ho scoperto solo oggi e che citerò presto su Lemillebolleblog, dove mi sono già chiesto perché un ottimo trentodochiano come Letrari si sia infilato nell’Armata Brancaleone del Talento.
La cosa importante, al di là del nome incongruo che appare in etichetta, é che i Letrari lavorano benissimo ed i loro TrentoDoc, come ho più volte scritto, sono eccellenti.