Il Campo del Guardiano, grande vino bianco italiano

Negli ultimi tempi ho scritto più e più volte del trebbiano spoletino, vitigno riscoperto abbastanza recentemente e capace di attirare l’attenzione su quella che un giorno mi ero divertito a definire come “l’Umbria bianca“. Però, c’è un però, non è possibile ignorare e dimenticarsi forse della migliore espressione di questa tipologia, un Orvieto classico di enorme spessore ed eleganza, mi riferisco al Campo del Guardiano di Palazzone.

Orvieto, pare che per il superiore ci sia aria di docg, è denominazione storica, poche altre aree del centro Italia possono vantare una tale tradizione nella vinificazione. Eppure a parlarne ci si rende conto di quanto sia poco conosciuta ed in generale sottostimata, almeno a livello qualitativo. Giovanni Dubini però ha dimostrato con gli anni quanto tutto questo possa essere falso. Il suo Terre Vineate è forse una delle bottiglie con il miglior rapporto tra prezzo e qualità non solo della regione. E poi il Campo del Guardiano, vero e proprio cru. Il più importante e certamente il più rappresentativo dell’intera denominazione.

Le uve sono le tipiche della zona, dal procanico (che poi sarebbe un sinonimo del trebbiano toscano) al grechetto. Dal verdello al druppeggio passando per la malvasia. A berlo subito, oggi è facile trovare il 2008, si riconosce immediatamente la stoffa del grande. E’ raffinato nello svelarsi, teso ed ampio tanto nei profumi quanto in forza espressiva. Si potrebbe dire che la sua sia una struttura molto solare, mai invasiva, mai troppa. A quindici euro, praticamente un miracolo.
Poi, a volerlo aspettare, ecco le sorprese. Il 2004 comincia appena a raccontare quale sia la sua strada. La frutta è più matura senza essere stanca, la mineralità comincia a svelarsi con tutta la sua forza. E che finale. E’ nel 2001, oggi davvero splendido, che tutte queste caratteristiche sembrano però particolarmente compiute. In particolare in bocca tutta la sua vitalità appare intatta, ha anzi guadagnato in morbidezza, quella della seta, senza aver perso quella tensione che lo contraddistingue. E poi il 1998, assaggiato recentemente, dimostrazione non solo della sua straordinaria longevità ma anche di quanto sia capace di assumere toni profondi e maturi pur rimanendo così fedele a se stesso. Poche le note scritte sul taccuino, questo è certamente è il campo delle emozioni.

J’adore.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Umbria | Tag: , , | Commenta

2 Commenti

  1. francesco ri
    Pubblicato 2 luglio 2011 alle 15:33 | Link

    Un vino fatto alla faccia di chi dice che i vitigni italici fanno schifo e non sono capaci di dare vini con una certa caratura e longevità.

  2. Andrea Millucci
    Pubblicato 2 luglio 2011 alle 19:29 | Link

    Giù il cappello quando si parla del Campo del Guardiano e del grande Giovanni Dubini, maestro di esperienza e di vigna.

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