in Parlo da solo

In inglese

Settimana impegnativa. Mi accorgo per esempio in colpevole ritardo di un post su Percorsi di Vino che pone una questione sostanziale a proposito dello scrivere di vino in Italia.

Il fatto: il Consorzio dei Colli Orientali del Friuli-Ramandolo ha deciso di invitare a visitare il proprio territorio sei blogger americani tra i più noti. Questo loro tour (in corso in questi giorni) è documentato su un blog dedicato ed i cui contributi sono scritti proprio da questi sei protagonisti. In inglese, chiaro.

La questione: è evidente che il mercato americano (e di riflesso tanti pezzi di mondo, vista la lingua inglese) è cruciale, per alcune realtà anche più di quello italiano. Altrettanto evidente è l’incapacità dei comunicatori italiani del vino di uscire dai propri confini, per gli stessi motivi.

C’è un’unica soluzione per uscire da questo impasse, ovvero cominciare a scrivere in inglese. Il lavoro che per esempio Ryan Opaz ha fatto in termini di visibilità per il vino spagnolo non credo abbia eguali nel mondo. Chi avrà voglia di farlo e riuscirà a sintonizzarsi nel modo giusto con il mondo anglosassone potrebbe trovare sulla sua strada gratificazioni non indifferenti. Ne sono certo.

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Commento

  1. ho gia avuto modo di parlare di questa cosa diverse volte, per es. Filippo Ronco offre un buon servizio di traduzione in lingua dei post su Vinix. Il punto fondamentale secondo me, tuttavia, non sta nell’uso della lingia inglese che non pochi italiani possono oggi maneggiare in modo egregio, ma nel fatto che la comunicazione rivolta all’Italia non puo’ essere semplicemente tradotta in inglese per essere efficace in USA o in Inghilterra, deve essere rivolta verso quei paesi (e quella rivolta agli USA ad es. puo’ non risultare efficace oer UK e viceversa).
    Quello che ha fatto Ryan e’ diverso, perche’ lui e’ un americano che parla agli americani, utilizzando una lingua comune, che non e’ fatta solo dalla parola scritta, ma dalla cultura, interessi, modo di comunicare in totale.
    Un blog inglese fatto da inglesi e rivolto all’Inghilterra non puo’, tanto per fare un esempio, necessariamente attirare l’attenzione di un lettore USA.
    Credo che se non si comprende questo punto sia inutile attrezzarsi per tradurre il nostro post, per es. sulle questioni riguardanti i pagamenti dei ristoranti italiani.
    Una domanda semplice per chi legge in inglese:quanti blog americani e inglesi che trattano di vino seguite e leggete con periodicita’? Io ad es. non molti, pur avendoli molti nel reader, la maggior parte li salto perche’ parlano di questioni che interessano a loro e non a me.

  2. In effetti abbiamo dedicato tempo e risorse alla realizzazione dell’infrastruttura che consente a chiunque, a costi davvero ridicoli, di usufruire di blog con traduzioni madrelingua, sia ita/eng che eng/ita. Al momento, sono molto sincero, gli investimenti non sono stati ricompensati. Avremo forse venduto 10 traduzioni on demand e NON è un problema di qualità del servizio che è alto dal momento che chi traduce conosce anche molto bene il mondo del vino. Non mi abbatto però e continuo sulla mia strada, qualcuno presto o tardi arriverà 🙂

    Fil.

  3. Mi sembra che l’approccio di Gianpaolo sia quello più pertinente. Nel mio piccolo, dopo aver visionato il panorama del web, ho pensato che il mezzo di avvicinamento fossero le video degustazioni realizzate in tono informale e casalingo, perchè ritengo che il mondo anglosassone ci invidierà sempre il nostro sole, il modo con il quale viviamo la tavola e comunque la varietà di prodotti e cibi della nostra gastronomia. Purtroppo la qualità del mio inglese è ancora molto bassa, avrei dovuto senz’altro migliorarla prima di cimentarmi nel tentativo, ma la curiosità di provare era troppo grande… 😉
    Mi piacerebbe conoscere i vostri pareri su quali potrebbero essere altri strumenti per avvicinare questo “tipo” di pubblico del web, grazie.
    Ciao

    Mirco

  4. Fortunatamente voi tutti avete colto il tema del mio post che, invece, è andato avanti con commenti polemici inutili.
    Il problema era proprio quello affrontato da tutti voi: pur scrivendo in inglese, perfetto, l’americano o l’inglese è interessato a quello che diciamo noi? Alle nostre beghe e ai nostri vini artigianali?
    Come confermato anche da Gian Paolo la risposta è no o, meglio, per ora è negativa. Non attraiamo all’estero mentre l’estero attrae l’Italia per vari motivi.
    C’è soluzione?

  5. Tutto vero, tutto corretto e condivido. Ma, c’è un ma.
    Quando poi si sarà finito di scrivere in inglese per farsi leggere dagli americani dovremo trovare il metodo corretto per farsi leggere dagli italiani.
    Già, dagli italiani già, perchè in Italia c’è un mercato dimolte decine di milioni di persone che il mondo blog non riesce a sintonizzare. Forse l’italiano vuole qualcosa in più mentre il notoriamente facilone popolo americano si accontenta??? No, forse non è così facile.
    Forse la nostra cultura non “la beve” tanto facilmente? Mmmmhh.
    La vera sfida per un blogger? Imporsi in Italia.

  6. Reputo ragionevoli le motivazioni che hanno indotto Jacopo a scrivere questo post, e sarebbe davvero interessante mettersi alla prova, anche se devo constatare, da quel che ho potuto provare cercando di seguire alcuni blog in inglese, anche quelli “seri”, che in molti affrontano gli argomenti, anche la semplice recensione, usando un linguaggio piuttosto naif e spesso meno “profondo” di quanto si faccia in italiano. Lo so, è una questione di abitudine, ma non vorrei rischiare di perdere il contatto con la capacità di alcuni “nostri” che saranno pure sempre incazzati, ma quantomeno sanno come esprimersi e farsi capire.

    P.S.: trovo spesso traccia tra le statistiche del mio blog di articoli tradotti da google, ecco, credo che chi trova interessante certe tracce sappia come capirle meglio 🙂

  7. Ritengo che alla base della scelta del Consorzio, ci siano due fattori essenzialmente: 1) questioni di madre lingua (non credo che abbia inciso lo stile dei blogger a stelle e striscie). 2) il bacino d’utenza garantito dai suddetti..
    A me sembrano in qualche modo scelte obbligate; per inaugurare nel migliore dei modi e con meno rischi possibili, la penetrazione in quel mercato.
    Ritengo che prestare attenzione alle opportunità, all’evoluzione e alle dinamiche del mercato, poi consenta di cogliere gli strumenti appropriati al momento.
    Posto ciò, è possibile che l’impostazione iniziale di questa interazione tra realtà vinicole (..e direi anche antropologiche) differenti, subisca nel tempo un’evoluzione. Intercettando l’esigenza di compenetrazione con i terroir italici presente in quei mercati e commisurandosi ad essa.
    All’interno di questa evoluzione, anche lo stile di comunicazione nostrano potrebbe ritagliarsi spazio e legittimità.