in Parlo da solo

..e possiamo anche fare meglio

In questi giorni questo blog compie quattro anni di vita. Forse pochi per un qualsiasi percorso offline, un po’ di più per il mondo digitale. Quattro anni che rappresentano non solo un grande e splendido percorso di arricchimento per il sottoscritto ma anche un periodo di tempo interamente dedicato all’online, in cui non ho passato un solo giorno (o quasi) senza leggere ed in generale osservare tutto quello che succedeva in rete che avesse a che fare con il vino.

In questo periodo di tempo sono successe tante cose, la cosiddetta blogosfera si è incredibilmente arricchita di persone attente e capaci. Forse mai come oggi è possibile trovare online una così grande vivacità di opinioni e commenti relativi a questo mondo. E questo non può essere che un bene. In particolare il mondo dei blog è stato capace come mai prima d’ora di portare alla ribalta territori e vini poco conosciuti, di esaltare piccole cantine ed il loro lavoro, di raccontare bottiglie che altrimenti faticherebbero ad uscire in quella che viene comunemente considerata la comunicazione mainstream.

Però, c’è un però. Perchè l’impressione è che, anche per un discorso di accessibilità economica, ci sia sempre stata una grande mancanza relativa a quelli che vengono considerati i grandi territori del vino italiano. Certo, il blogger spesso non è un giornalista e difficilmente riesce ad essere presente sul territorio in maniera costante. Mi spiego: è facile raccontare di una grande cantina o di una grande bottiglia, ma l’impressione è che a volte si perda un po’ di vista il contesto in cui è inserita, come se fosse una cosa a sé stante, isolata.

La grandezza di una comunicazione online di spessore, matura, dovrebbe essere quella di riuscire sempre a contestualizzare le situazioni di cui parla. Territori come Barolo, Barbaresco, Montalcino spesso vengono affrontati troppo superficialmente per l’importanza che hanno, quando invece si tratta di denominazioni chiave per il vino italiano. Famose, a ragione, tanto in Italia quanto all’estero. Un movimento di persone capaci che scrive online dovrebbe essere sempre in grado di spiegare per esempio perchè un cru è meglio di un altro, a prescindere da quanto possa essere piacevole il vino in sé. Dovrebbe essere capace di raccontare l’annata e del perchè quella può essere bottiglia capace di lunghissimo affinamento. O raccontare meglio i diversi approcci in vinificazione delle tante cantine e le loro motivazioni, oltre alla storia che le ha viste nascere. Ma sono solo degli esempi. A volte ho come l’impressione che questi siano argomenti che sono da sempre rimasti saldamente nelle mani solo delle guide, o dei migliori giornalisti, quelli che più da vicino sono stati capaci di capire nel senso più profondo un territorio.

Questa (forse) dovrebbe essere una delle prossime sfide da affrontare.

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Commento

  1. Ma sei più vecchio di me?!!? Buon compleanno anche a te!

    La sfida per me è quella di far esaltare territori diversi dai soliti noti dove ormai si è scritto, bene o male, di tutto di più.
    La tua Umbria per me ha un potenziale ancora sottovalutato

  2. auguri Jacopo e complimenti sempre per la qualità dei tuoi scritti. La capacità di sintesi anzitutto.

    Una sola osservazione: annoveri troppe poche bevute della mia terra, dammi un indirizzo postale utile che sono in vena di regali… 🙂

  3. Se esordissi dicendo (come dice G.Giovanetti) che il territorio è mistificazione, non esiste.
    Avrebbe ancora senso il tuo quadriennale rapporto sulla situazione dell’impero blogosferico?
    Piace veramente di più un Barolo di una barbera?
    Un Brunello di un sangiovese vdt?
    I territori, nella concezione di milieu culturale, inoltre, esistono nel momento in cui qualcuno li inventa.
    Ricordiamo che si produce Barolo o Brunello in “terroir” che gli anziani contadini dedicavano al pascolo o alla nocciole.
    Ieri ho bevuto un catarratto di Guccione e uno di Barraco, abissalmente diversi e abissalmente buoni.
    La differenza era nel terroir o nella mano?
    Non è forse esaltante per voi (noi) Blogger verificare che state (stiamo) battendo vie inusuali e che il vero dibattito si è spostato dall’accademia a persone meno spocchiose ma più vicine al sentire reale che bevono e vivono e conoscono gente e non devono esercitare pressioni commerciali.
    Il re (sia il territorio sia la carta stampata) è morto e godiamo di esserne stati i carnefici.
    luigi

  4. Scusa la cafonaggine
    Auguri di compleanno.
    E complimenti per i temi che sollevi e analizzi.
    Però c’è un però…
    anch’io mi sono posto il problema di quali concetti e che livello di approfondimento tecnico esibire nei post.
    E penso che il web non permetta lunghe e complesse analisi tecnico/scientifiche (per altro per lo più oscure a un buon 70% di persone del “settore”).
    Inoltre:
    la tecnica di cantina è madre dei vini?
    l’agronomia è madre dei vini?
    Il territorio ne è padre?
    Come l’oscuro marinaio della Nina, i blogger urlano Terroir Terroir là dove ne vedono uno nuovo.
    E non si preoccupano di poggiare i piedi su solide basi scientifiche.
    Tanto domani saranno superate e deleggitimate.

  5. Andrea, l’Umbria ha un grande potenziale inespresso: quello dei vini bianchi.

    Luigi, grazie del tuo lungo intervento che non posso non condividere, almeno in gran parte. Quello che volevo dire a proposito dei vari Barolo&co è che è (anche) su questi vini che ci si deve misurare. Che è bellissimo raccontare del nuovo (anzi, del diverso. Oppure, del piccolo e bello) ma è altrettanto importante essere in grado di guardare con gli stessi occhi anche i territorio considerati storici. Che anche in questo modo (credo) si può crescere.

    Poi certo, altro discorso è il linguaggio. I blog in questi anni hanno dimostrato quanto si riesca a parlare di vino usando termini comprensibili. Con leggerezza ma non necessariamente con superficialità.

    L’Arcante, adesso rimedio!

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