Sul vino naturale, appunti sparsi

“Grazie Jacopo per la segnalazione, dai video che ho visto sul sito Senza Trucco sembra davvero un progetto interessante. Non trovi però oggi ci sia un certo abuso del termine naturale? Un termine che per inciso non ha alcuna valenza in termini di certificazioni e che porta inevitabilmente a generare confusione. Quali sono vini naturali? Perchè il mio lo è o meno, chi lo decide? Sono molto perplesso.”

E così mi ricollego velocemente al post di ieri sul documentario sulle donne del vino naturale, che questa è email che necessita di un momento di riflessione. E certo, lungi da me pretendere di arrivare ad una definizione di naturale. Il problema però esiste, e se da una parte è molto facile capire le differenze tra, non so, il Barolo di Cappellano ed il Chianti del supermercato di Cecchi è anche vero che nel mezzo c’è un universo di realtà piccole e medio/piccole che non hanno certificazioni e che non fanno parte dei vari Vini Veri, Vin Natur, Renaissance des Appellation e chipiùnehapiùnemetta. Vuoi perchè fuori da un certo giro di produttori tanto sensibili a queste problematiche quanto attivi nel promuoverle, vuoi per la volontà di non aderire a regole che possono apparire in qualche modo limitanti nell’uso di alcune pratiche di cantina.

Le certificazioni, per dire. Esistono società che previo controllo a pagamento possono dire se un’azienda opera in regime biologico o biodinamico. Sono due cose ben diverse ma ci sono regole chiare e precise cui attenersi tanto in vigna quanto in cantina. Ma si tratta di casi piuttosto isolati. E poi le maglie dei controlli sono comunque abbastanza larghe e facilmente aggirabili per quelle realtà che vogliono apparire come verdi più per immagine che per reale volontà di rispetto della terra, del vino e del suo processo produttivo.

Naturale quindi. Il termine è certamente omnicomprensivo e i punti di vista diversi. In generale si potrebbe forse dire che definisce quei vini fatti senza l’utilizzo di prodotti industriali, chimici e che in generale sono figli di un certo non-interventismo. Un ragionamento che si basa esclusivamente su un grande rispetto dei frutti del proprio vigneto e sulla volontà di accompagnarne il processo produttivo che vede il vignaiolo più come custode che come piccolo chimico. Ci sono visioni certamente più estreme ma “se vivo in modo naturale, rispettoso per l’ambiente, per il territorio, per le piante, il vino che risulterà dalla mia attività sarà a sua volta un prodotto rispettoso e naturale”. Così un produttore sul primo volume di Vini Naturali d’Italia di Giovanni Bietti. Una visione che vede l’identità del vino e della vigna come protagonisti, soggetta a molte interpretazioni (anche più radicali) ma che rende l’idea. Una visione che abbraccia non solo la parte enologica del lavoro di un vignaiolo ma che comprende anche elementi fortemente etici.

Come trovarli però? Come sapere quale dovrebbe essere naturale e quale no? Sicuramente sapere che un produttore fa parte delle associazioni sopra citate e frequentare le manifestazioni dedicate aiuta ma la strada da percorrere è solamente una, ed è certamente la più difficile. E’ quella dell’informarsi. Assaggiando, cercando di capire le differenze tra un vino industriale ed un suo simile prodotto in poche bottiglie dalla piccola cantina dietro casa. Visitando i produttori, conoscendoli. Parlandoci. Cercando di capire in che modo un vino può raccontare il contesto che lo vede nascere. In questo modo -sorpresa- si potrà scoprire che esistono vini che sono molto lontani dalle fiere dei vini naturali ma che non sono affatto lontani da questo modo di intenderli. Vini magari molto famosi e celebrati.

E’ chiaro, è un percorso che richiede tempo e passione. Ma in questo modo credo tutto torni. Il punto quindi non è naturale o meno. Il punto è il rapporto di fiducia che si crea tra chi il vino lo fa e chi il vino lo beve. La decisione di bere consapevole. Per me il vino in questo momento è prima di ogni altra cosa territorio, con tutti i suoi pregi e, a volte, difetti.

Poi probabilmente mi sbaglio, ma il vino è un percorso personale. E qui è dove oggi sono arrivato io su questo argomento. Domani, dopodomani, tra un anno magari avrò altro da scrivere, che avrò cambiato idea.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Tag: , , , , | Commenta

31 Commenti

  1. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 14:44 | Link

    Questo post,
    mi è parso un intimo e forse melanconico resoconto di chi coltiva il dubbio.
    In un epoca di morte della verità ( e bada bene che non è necessariamente un male) forse, tratteggi quella che è l’unica certezza: il percorso.
    Più delle conoscenze acquisite ( che si rivelano transitorie e quindi mai storicizzabili), la strada percorsa nella ricerca della verità si materializza come unica verità possibile.
    luigi
    ps
    io che avevo un dubbio stasera apro un barolo di Teobaldo

  2. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 15:16 | Link

    Jacopo, copio e incollo da un post del sempre illuminante blog di Corrado Dottori http://ladistesa.blogspot.com/ dove spiega cosa gnifica per lui produrre “vino naturale” :
    “sintetizzo in 3 punti: critica radicale al modo con cui oggi l’umanità si relaziona alla natura, visione totalmente alternativa dell’agricoltura, lotta ai processi socio-economici dominanti. Oggi è impossibile parlare di “vino naturale” senza affrontare i nodi legati al sistema industriale di produzione, accumulazione e commercio ma soprattutto senza un approccio organico – che partendo dal vignaiolo arriva fino al consumatore, inteso come co-produttore (termine figlio della riflessione di Terra e Libertà/Critical Wine). È altrettanto necessario contestualizzare vino, cibo e agricoltura in orizzonti socio-culturali irriducibili ad una certa idea di Mercato. Valutare i “vini naturali” solo in base a caratteristiche sensoriali è limitante e ingeneroso nei confronti di chi da anni lavora ad un’idea integralmente diversa del vino e, oserei dire, della vita stessa.”

  3. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 15:40 | Link

    Esatto Nic, come ho scritto credo esistano molteplici interpretazioni di naturale. Questa di Corrado Dottori mi riporta la mente a forse uno dei più “radicali” produttori naturali italiani, Fabrizio Niccolaini di Massa Vecchia. Il fatto è che ci sono molte verità più o meno simili, da qui la necessità di un percorso di conoscenza che porti alle origini della bottiglia. Per ora non ho trovato un veicolo più efficace.

    Ed hai ragione Luigi, hai capito esattamente quello che volevo dire. Se le avesse, le parole chiave di questo post sarebbero ‘percorso’ e ‘dubbio’. Su Cappellano però no, quella è bottiglia splendida, e questa è una certezza. ;)

  4. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 15:41 | Link

    Io credo che il termine naturale sintetizzi per approssimazione; ma d’altro canto possa, pur nella sua genericità, essere facilmente recepito dal mercato. Diciamo che è una sorta di compromesso; poichè una naturalità è comunque presente in tutte le impostazioni produttive, non solo in quelle più o meno certificate.
    Ritengo che siamo all’inizio di un percorso ancora pieno di ostacoli e criticità da superare (in primis la trasparenza).
    Attualmente credo che questo semplice termine abbia la capacità di sollecitare le coscienze sul tema; stimolare il mercato alla ricerca d’informazioni; smuovendolo da uno stato di passività; dandogli degli obiettivi da raggiungere; per intraprendere quel percorso fatto di step successivi, di cui Jacopo parla.

  5. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 16:05 | Link

    “Vino naturale” è una geniale trovata di marketing (grazie, Capitalismo!). Non vuol dire nulla, tecnicamente. La natura fa solo semi, e la vite è solo una liana. Senza l’uomo non esiste vino. “Naturale” diseduca il pubblico, crea false aspettative, “criminalizza” chi fa vino correttamente via tecniche convenzionali, segna una riga gialla che separa i “santi” dai “diavoli corruttori”.
    “Naturale” è anche uno splendido lusso, spesso necessario (e conveniente) per chi fa piccole produzioni per limiti di dimensione, spazio fisico disponibile, asperità del territorio. “Naturale” è fuorviante: condivido che ciò che accomuna molti produttori di questo tipo è l’interventismo ridotto sulla materia prima da trasformare. Apprezzabilissimo. Ma intervenire al minimo possibile è una pratica produttiva, una filosofia, una scelta libera o obbligata (nel senso del vincolo). La probabilità di fare vino buono non cambia, fare materia prima di qualità in vigna rimane una sfida per tutti, di qua e di là della riga gialla.
    Ciò che noi comunicatori e consumatori dobbiamo chiedere ai produttori non è “naturalità”. Dobbiamo esigere, e saper raccontare, una pre-condizione fondamentale: “trasparenza”. Voglio sapere, e raccontare, se un’azienda ha comprato uve da terzi per compensare la grandine o la peronospora nell’annata piovosa, se ha usato lieviti selezionati per supportare fermentazioni difficili, se nel 2008 o 2010 anziché danzare tra le vigne invocando astri ha usato prodotti di sintesi per contrastare muffe e funghi. Ne conosco uno, uno solo, che nel 2008 ha fatto vino col 3% delle uve rimastegli. E gli altri “santi”?

  6. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 20:15 | Link

    Il fatto Giampiero è che la differenza tra santi e diavoli e la nascita di definizioni come naturale sono il risultato di decenni di assenza di regole di trasparenza. Sullo scaffale tutte le bottiglie sono uguali, sia che il vino sia dealcolizzato (lo abbiamo assaggiato entrambi recentemente) sia che la solforosa usata sia tanto 15 quanto 150 mg/l. E sono solo due delle tante pratiche che il legislatore ammette.
    Ecco quindi che in difesa di questo appiattimento i produttori per primi hanno cominciato ad unirsi nel nome del rispetto. Del vino, del territorio, di loro stessi.

    Per questo scrivo che naturale dev’essere il rapporto tra produttore e consumatore, un rapporto basato sulla fiducia. A guardare solo le etichette la scritta Brunello -per dire- era grande sia dove c’era sangiovese sia dove c’erano anche altre uve.

    Non amo la definizione di “naturale”, ma capisco perfettamente il contesto che la vede nascere.

  7. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 23:21 | Link

    “naturale” non è forse la definizione perfetta ma al momento è quella che racchiude in modo sintetico e diretto il rispetto verso la natura (la vigna) e le caratteristiche “naturali” dell’uva e del vino. “naturale” E’ anche lo slogan che condensa quello che una parte dei consumatori di vino cerca, cioè la semplicità, la genuinità intesa come rispondenza di un vino a un vitigno e a un territorio. Mario Soldati andava “alla ricerca dei vini genuini” e anche lui tirava una riga ed evitava di assagiare vini “industriali”. Trovo molto equilibrato questo post, mi sono piaciuti due concetti: informarsi e territorio. Penso che siano due punti imprescindibili, soprattutto per chi di vino ne scrive.

  8. Pubblicato 11 gennaio 2011 alle 23:40 | Link

    “assenza di regole di trasparenza”… concordo pienamente, Jacopo. E’ per questo che mi batto per il “marketing della trasparenza”, è una necessità imposta sempre più dai consumatori più esigenti, e poi da coloro che sono preoccupati per la loro salute e, giustamente, vogliono saperne di più su ciò che si mettono in corpo quando bevono (e mangiano).
    Essere trasparenti è un obiettivo: per le aziende “naturali” così come per i produttori di volume.

  9. Nic Marsèl
    Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 10:45 | Link

    Aggiungo un appunto che non viene mai citato direttamente : come produttore puoi anche rispettare l’ambiente e proporre un vino che soddisfi il più esigente dei salutisti, ma se in vendemmia (giusto come esempio) sfrutti le persone in stile Rosarno (tanto per intenderci) direi che non ci siamo proprio. Il primo punto, prima ancora del rispetto della terra, deve essere il rispetto dell’essere umano. Posso credere che un produttore che non rispetta i propri lavoratori, sia poi rispettoso dell’ambiente, del prodotto, del cliente?

  10. fra ri
    Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 11:25 | Link

    Bè oggi come oggi anche il contadino più ostinato usa la sua dose di andride solforosa quindi di vini naturali al 100% ne vedo pochi o niente.Poi può essere più o meno naturale a seconda del metodo usato per la coltivazione in vigna, letame o concime chimico,diserbo o lavorazione meccanica,sali di rame o prodotti sistemici ecc ecc.Comunque demonizzare gli interventi al vino forse è un pò esagerato, anche perchè alcuni di essi, tipo l’utilizzo del freddo, della chiara dell’uovo,della bentonite non derivano da chissà quali procedimenti chimici.Il vino ”naturale” è solo uno slogan ed anche il”biologico” perchè anche li sono permessi alcuni interventi.Un esempio di chi si avvicina di molto al naturale….collecapretta.. perchè il produttore non ha paura di farvi vedere da dove scaturisce il suo prodotto stalla vigna acciao bottiglia(anche qui con un tantinello di solforosa).

  11. Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 11:29 | Link

    Il discorso sulla solforosa (anzi, sulla sua assenza) lo lascerei da parte visto che i produttori che imbottigliano senza farne uso si contano sulle dita delle mani. E comunque non è certo una piccola quantità di so2 il male, anzi.

  12. Massimo Cattaneo
    Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 11:32 | Link

    Sono d’accordo che l’assenza di regole e di trasparenza è il problema principale e con il tempo questa mancanza ha fatto nascere nel mercato degli strumenti di autodifesa per andare incontro a delle esigenze sempre più pressanti da parte dei consumatori. I consumatori vogliono trasparenza che non gli viene garantita dagli ordinamenti e dalle leggi vigenti e conoscendo i tempi delle nostre istituzioni dovremmo convivere per molto tempo ancora con il naturalbiounpòdinamicoperòiodipiù. Essere trasparenti non è ma dovrebbe essere un obiettivo: per le aziende “naturali” così come per i produttori di volume.Ad esempio, è una mia fissazione ma non capirò mai perché non viene messa in etichetta la percentuale di solforosa all’imbottigliamento come già scritto da tanti navigatori sicuramente più illustri e autorevoli del sottoscritto.

  13. fra ri
    Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 11:35 | Link

    Infatti evita molti altri problemi al vino, molto più pericolosi di un pò di solforosa.

  14. Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 13:53 | Link

    Interessante.

    La soluzione non sta comunque nei “club privati” che giurano di essere sinceri e onesti. Le certificazioni sono il MINIMO NECESSARIO. Mi fa ridere quello che dice “io sono più biologico dei bio, quindi non ho bisogno di certificazioni” – mi pare il discorso di uno che ha già la coscienza sporca. Purtroppo presso i “naturali” io vedo assenza di organizzazione seria, assenza di criteri seri per definire cosa sia questo termine “naturale”, e soprattutto molti abusi. Gente che espone alle fiere del naturale semplicemente perchè sono amici di uno dei guru. E si sentono molte cretinate. Peccato perchè i pochi “veri” sono proprio bravi e fanno vino eccellente.

    Tra i naturali io distinguo 4 categorie:
    “veri” (10%?), quelli che fanno sul serio, si certificano e cercano di fare meglio che i criteri bio o biodinamici, e che fanno vino proprio buono perché sono innanzitutto esperti vignaioli. Tipo Boulard, Prévost, Gautherot, Barosi, Maule.
    “naïf”, che sono come i “veri”, cioè onesti, ma non sanno fare vino. Alcuni sono abilissimi in marketing a vendono aceto a prezzo di Barolo.
    “opportunisti”, quelli che sanno parlare naturale ma che prendono numerose scorciatoie quando si tratta di fare vino, o che usano il discorso “naturale” costantemente ma che in verità fanno il 5% della produzione secondo questi principi, e il 95% in maniera convenzionale; tra questi conto almeno un grande guru del movimento.
    “bugiardi”, che dicono di fare naturale ma che in verità aggiungono zucchero, acido tartarico, lisozimi, lieviti se non roba ancor più repellente, ma rimangono nel giro perchè fanno parte del club privatoe/ o perchè sono furbi.

    bello eh?

    Saluti Jacopo

    Mike

  15. Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 14:49 | Link

    Salve! Intervengo su temi a me molto familiari (gli aspetti tecnici), anche apprezzando la buona dose di equilibrio dei commenti precedenti. Sono un enologo e distribuisco tecnologie enologiche di varia natura (botti e lieviti selezionati, solfitanti e coadiuvanti in genere). Naturale è un bel concetto, accattivante e molto prestato al marketing. Ma inadatto a qualsiasi vino fatto in qualsiasi modo, a mio avviso, giacchè il vino non si trova in natura, bensì rappresenta l’umana interruzione del processo naturale che porta l’uva ad aceto (di pessima qualità). Diventa quindi troppo soggettivo attribuire la valenza di naturale ad un vino fatto con uve coltivate secondo un metodo bio-qualcosa o senza l’uso di lieviti selezionati, magari poi aggiunto di gran solfiti che sono pura chimica! Non credete valga la pena insistere a cercare e diffondere con trasparenza criteri più oggettivi e misurabili, quali la salubrità?

  16. Pubblicato 12 gennaio 2011 alle 15:15 | Link

    @Mike, fantastica la tua classificazione dell’arcipelago “vini naturali”… Se non la registri o brevetti, te la rubo io! :-D
    E’ perfetta!

  17. Pubblicato 13 gennaio 2011 alle 14:33 | Link

    Quoto in tutto le parole di Mke. Proprio perchè occorre fare della trasparenza un criterio condiviso, come consumatore preferirei che ci fosse una certificazione. Immagino che Mike si riferisca a quella ufficiale, di un ente preposto. Ecco, non ho mai capito quelli che si autocertificano bio qualcosa. Certo, puó esserci la fiducia e una buona conoscenza del produttore, ma proprio perché esistono anche i furbetti, garantire il consumatore con una certificazione che faccia riferimento a un protocollo condiviso e applicato dovrebbe essere il minimo da…garantire.
    Saluti
    MG

  18. Nic Marsèl
    Pubblicato 13 gennaio 2011 alle 16:08 | Link

    Sulle certificazioni dissento : capisco l’esigenza del consumatore ma le certificazioni agevolano solo le medio-grandi aziende che possono permettersi di pagare persone dedicate a sbrigare le relative pratiche burocratiche. Un piccolo produttore non ha tempo di seguire e compilare questa ulteriore mole di scartoffie (e pagare) sulla cui validità in molti nutrono seri dubbi (il certificatore pagato dal certificato e controlli inefficaci). Di questo passo ci troveremo solo industrie certificate bio con prodotti discutibili, e piccoli contadini che producono vini sani e rispettosi dell’ambiente non certificati perchè esasperati dalle procedure. Non è così semplice : c’è molto da discutere e molto da fare. Oggi trasparenza non fa rima con certificazione.

  19. Pubblicato 13 gennaio 2011 alle 17:24 | Link

    @Nic

    Conosco molte piccole aziende (<4ha) certificate bio o bio-D, non hanno nessun problema. Chi non si certifica non ha diritto di dire che è bio. Altrimenti è tutto greenwash. Uno che si dice naturale che non ha ad minima la certificazione Bio fa ridere.

    saluti

    Mike

  20. Francesco
    Pubblicato 13 gennaio 2011 alle 17:57 | Link

    Salve,
    pur essendo la certificazione uno dei servizi che vendo devo dire che il problema dell’effettività della stessa esiste, inutile negarlo e i primi a saperlo siamo noi. E’ e deve rimanere su base volontaria, ma aggirarla non è così difficile, richiede solo un po’ di tempo, quindi personalmnte non darei tutto questo peso alla certificazione (anche se a me, più aziende si certificano più soldi mi arrivano, detto brutalemnte). Serve a chi veramente vuol fare un certo tipo di percosrto perchè a monte ha maturato una certa idea ma spesso è usata ne più ne meno come biglietto da visita e poi si va avanti più o meno come prima, magari perchè viene “imposta” da terzi, tipo la BRC o la IFS per i mercati esteri nel settore agroindustriale. quanto agli adempimneti sono si noiosi, ma non facciamone un dramma perchè se ben impostato il sistema non richiede certo un dispendio di risorse insostenibile, e qui concordo con Tommasi.
    Sul termine naturale devo dire che non mi piace (mi piacciono molti vini “naturali”, penso a Pepe, Valentini, Podversic etc) e lo trovo più una trovata per differenziarsi (che comprendo) che basato su solide realtà, visto che l’evoluzione naturale dell’uva non da il vino ma l’aceto. E questo vino naturale come è poi venduto? il vetro non esce forse da un bella vetreria industriale?e il tappo, ratto o no? e come viaggia, con il barroccio e i buoi o gira su un camion come gli altri? insomma, a me il termine pare un po’ controverso e conoco decine di aziende che non si dichiarano naturali ma i cui vini bevo con soddisfazione pari a quelli che ho citato sopra.
    ciao

  21. Nic Marsèl
    Pubblicato 13 gennaio 2011 alle 18:22 | Link

    @ Mike
    ti rimando ai bellissimi contributi di Porthos sulle certificazioni
    http://www.porthos.it/index.php?option=com_content&task=view&id=539&Itemid=321
    Come puoi vedere, anche tra gli addetti ai lavori, i pareri non sono proprio unanimi

    Sul secondo volume di Bietti trovi un esempio della burocrazia alla quale si deve attenere un produttore ogni anno. Lo trovo significativo, anche se non è certo un mio problema di consumatore.

  22. Pubblicato 13 gennaio 2011 alle 18:27 | Link

    Ovviamente le certificazioni non sono perfette, far from it. Ma sono molto meno imperfette che “credimi, io sono più bio che bio”.

    Un minimo di criteri per il “naturale” ci deve essere. E non roba risibile tipo “certificazione bio, o impegno personale del viticoltore a rispettare la norma XXXYYY dell’UE”.

  23. Nic Marsèl
    Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 09:09 | Link

    Per il consumatore, il passo in avanti decisivo sarebbe, più che la certificazione, la pubblicazione in etichetta degli ingredienti (uva, solfiti, mosto concentrato rettificato, betonite, gomma arabica, trucioli di legno tostato, acidificante xxx, stabilizzante yyy, ecc…), dell’analisi analisi chimica (es. qta di solfiti e presenza o meno di fitofarmaci) e di una lista minima dei trattamenti effettuati i vigna (zolfo, rame ecc…) ed in cantina che non si evincerebbero dagli ingredienti (uso concentratori, dealcolizzazione, pastorizzazione ecc…). Per un prodotto naturale, la lista sarà breve, semplice e comprensibile.

  24. Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 09:56 | Link

    Caro Nic

    le regole sugli ingredienti sono definite dal Codex internazionale e secondo il Codex il vino non ha bisogno di ingredienti perche di ingredienti ce n’è solo uno. ;-)

    Ora metti che riusciamo a modificare il codex per il vino, o almeno che riusciamo a far riconoscere che l’uva NON è l’unico ingrediente (più facile), allora potrai SOLO mettere quelli che sono veramente ingredienti (mosto d’uva, acido tartarico, zucchero, solfito e altri) e non i componenti che partecipano nella produzione del vino ma non rimangono nel vino. I trucioli, la bentonite, i pesticidi, il rame, ecc. NON sono ingredienti. Anche per la birra intervengono sostanze che fanno parte della produzione ma non entrano nel prodotto finale. Altrimenti le liste diventano enormi…. :-) Ancora meno l’uso del concentratore, che non è ingrediente ma un procedimento.

    Io sono ok per le liste di ingredienti, ma che siano ingredienti, ok? ;-)

    Inoltre mi pare una inutile violazione del Codex indicare le quantità di solfiti (totale? libero? attivo?), se queste quantità sono interpretabili solo dall’1% dei consumatori. Meglio mettere invece delle soglie più ragionevoli (40mg/l per i vini secchi?) e mantenere l’obbligo della menzione solfiti al di sopra.

    ciao

    Mike

  25. Nic Marsèl
    Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 10:54 | Link

    Infatti non ho scritto che l’uso del concentratore è un ingrediente ;-)
    Parlavo di tre livelli :
    1) ingredienti
    2) pubblicazione analisi chimica (che comunque viene fatta)
    3) lista dei trattamenti (vigna e cantina)
    Le cose sarebbero semplici se non venissero complicate da chi ne ha interesse (l’industria alimentare). Sul fatto che solo l’1% dei consumatori sarebbe in grado di interpretare i dati ti chiedo allora cosa mi dici della semplice dicitura “imbottigliato all’origine” che non capisce neppure l’addetto ai lavori e che nasconde in realtà una legge truffa.

  26. Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 12:35 | Link

    OK Nic hai ragione, ma hai messo gomma arabica, bentonite e trucioli negli ingredienti, e non sono ingredienti… ;-)

    Certo che le diciture attuali traggono in inganno. Pensa alla dicitura “aromi naturali”, una vera fregatura, sarebbe meglio toglierla anche quella perché gli aromi naturali sono tutto fuorché naturali. Cavolo, anche l’uranio è naturale… ;-)

    Molti ingredienti rischiano di destare allarme per nulla (E290 -> uuuuh, roba chimica, quindi veleno! Ehm, no, semplicemente anidride carbonica…) mentre altri nomi che appaiono innocui al consumatori sono invece molto discutibili ( aromi naturali, glutammato, ec.)

    Creando menzioni complicate aumenti la probabilità di incomprensione del consumatore. Per questo vanno messi gli ingredienti, in ordine decrescente di importanza, ma andrebbe anche messo un link a una pagina che permette al lettore di interpretare questi ingredienti.

  27. francesco ri
    Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 14:28 | Link

    ihhihih anche l’uranio è naturale questa è da rivendere…o magari la vitamina c non mi ricordo la sigla E… !!!! acido ascorbico è più brutto..

  28. Massimo Cattaneo
    Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 15:12 | Link

    CONTIENE SOLFITI o equivalenti, in realtà non permette al consumatore di scegliere vini a basso contenuto di solforosa, in quanto la dicitura è imposta sia per vini che contengono 11 mg/l di SO2, che per vini che ne contengono 210 mg/l. Inoltre, fra tutti gli additivi e coadiuvanti di uso enologico, l’anidride solforosa è l’unico di cui si siano verificati gli effetti tossicologici.

  29. Marco Tebaldi
    Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 15:39 | Link

    Ben detto Massimo! proprio di questo parlavo nel mio post precedente, laddove accennavo a salubrità misurabile. Molti più consumatori di quanti si pensi (specialmente donne), hanno forme più o meno consapevoli di intolleranza e si allontanano dal consumo di vino sulla base di sintomi a loro ben noti. Un primo grande passo sulla via della trasparenza di vero interesse generale, sarebbe indicare in etichetta la quantità esatta di solfiti all’imbottigliamento (che è peraltro un buon indicatore di qualità generale, nei vini di largo consumo).

  30. Nic Marsèl
    Pubblicato 14 gennaio 2011 alle 16:40 | Link

    @ Mike
    polemizzo ancora un pochino senza cattiveria :-)

    Dici che la gomma arabica non è un ingrediente ? La gomma arabica si scioglie completamente nel vino e modifica le sensazioni gustative.

    http://www.acquabuona.it/2009/11/la-gomma-arabica/
    http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=40

    Dici inoltre che “Molti ingredienti rischiano di destare allarme per nulla (E290 -> uuuuh, roba chimica, quindi veleno! Ehm, no, semplicemente anidride carbonica…)”

    Scusa ma tu compri vino addizionato di anidride carbonica ??? Io faccio già fatica ad accettare una rifermentazione in autoclave…

    Cmq non importa se l’additivo è naturale, se fa bene o se fa male : il punto è che se lo usi la legge dovrebbe importi di indicarlo in etichetta

    P.S. qualcuno si spaventa forse per i dettagli in etichetta per l’acqua minerale?

  31. Pubblicato 16 gennaio 2011 alle 19:31 | Link

    Nic sulla GA hai ragione si. E non bevo vino con CO2 aggiunto, no.

    Comunque io sarei d’accordo 1) sull’indicazione degli ingredienti, se questi sono presenti nel vino e non usati nella fabbricazione del vino – vedi che uso termini precisi…. :-) e 2) sul vietare molte delle altre sostanze che intervengono non come ingredienti ma che servono a trasformare e correggere difetti che si potrebbero evitare con una viticoltura pi1u intelligente.

Un Trackback

  1. Scritto da Naturale vs. Convenzionale | enoiche illusioni il 13 gennaio 2011 alle 17:07

    [...] Che il termine naturale rimanda implicitamente ad quell’idea di purezza che, anche grazie ai commenti al post precedente, non è poi nella realtà così scontata. E [...]

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