
Sangiovese, Montepulciano, Sagrantino | 20-30 €
La piccola storia dietro a questo San Valentino ci dice molte cose a proposito delle commissioni di assaggio della Camera di Commercio. Nasce infatti come Rosso di Montefalco, da uve di un singolo cru. L’idea era quella, almeno. Non so se ne siete a conoscenza infatti, ma tutti i vini a denominazione di origine per legge devono essere approvati da un panel di assaggiatori precedentemente preposto. E qui nasce il problema. “Carenza di colore e leggera ossidazione“, sentenziarono. Bocciato, il risultato finale.
Nel bicchiere invece, corre l’anno duemilaedieci, il colore è invero piuttosto concentrato. Ma quello interessa poco. E’ il naso la prima sorpresa, che con la sua deliziosa complessità ti culla dolcemente. E’ vigoroso, ma allo stesso tempo gioca le sue carte su tutta una serie di toni dolci e solo lontanamente più austeri.
In bocca è straordinariamente vivo, polposo, al centro dell’assaggio è vino che sembra schioccare in un esplosione di gusto. Buonissimo. Poi, piano piano scende verso un finale che forse paga qualcosa in termini lunghezza ma che stupisce per pulizia.
Il fatto è che quello che alcuni hanno giudicato come un brutto anatroccolo è in realtà un cigno, capace di volare libero e bellissimo sopra tutti gli altri.




Un Commento
Infatti, “sopra tutti gli altri”, perchè, in un areale (quello di Montefalco), dove la qualità media dei vini sta costantemente peggiorando (forse in diretta correlazione con l’incremento delle superfici vitate?), le creature di Paolo Bea si stagliano, innegabilmente, come le migliori della tipologia.