in Parlo da solo

Ho cambiato titolo, ma sempre di scrivere sul web si tratta

Ieri su The cHef Is on The TaBLe Maricler ha scritto un post abbastanza condivisibile a proposito dello scrivere in rete, gratis. Semplificando e sintetizzando sostiene che creare contenuti originali sia per altri blog che per sponsor che non pagano (mai) è pericolosamente sbagliato. All’inizio era per una questione di notorietà e di contatti, il sentirsi parte di quel mondo. Ma poi? E certo, è bello sentirsi corteggiati, ricevere piccoli omaggi ma, dice alla fine, il gioco non vale la candela. “Mi sono stufata di essere una che fa da cassa di rimbombo per professionisti che usano la mia voce sul web per pubblicizzare il loro spazio. E questo premettendo che se qualcuno mi cerca non è solo perché io sia più o meno brava, ma è anche perché sono gratis.”

L’argomento è reale, il dialogo intorno alla questione da tempo aperto. Credo però la discussione vada divisa in due. Una cosa è creare contenuti originali per altre testate gratuitamente. Un’altra è ospitare prodotti ed aziende sul proprio blog (recensioni, prove, test, etc.) senza che ci sia alcun contratto tra le parti.

Nel primo caso spesso l’occasione è ghiotta. La possibilità di farsi conoscere, di esprimere il proprio punto di vista non capita tutti i giorni. E poi nel mare magnum dell’informazione (?) in rete c’è la concreta possibilità di emergere, magari con la speranza di vedere il proprio lavoro pagato, un giorno. Succede anche a me tutte le settimane con Intravino (cosa che mi sta benissimo; mi piace farne in qualche modo parte, contribuire ad un’idea e, certo, avere un po’ di visibilità). Quando però decidere che il proprio lavoro comincia ad avere un valore economico reale? Quando iniziare a chiedere una retribuzione? Non c’è una risposta che vale per tutti, ogni percorso è unico e non replicabile.  Sta al singolo decidere se e dove scrivere, se e quanto chiedere. Poi vedrà. Ma attenzione, non esiste luogo più concorrenziale della rete, oggi. Quasi nessun contributo ha un valore tale da non essere in qualche modo replicabile. Quasi nessuno è davvero insostituibile. Anzi, probabilmente dietro l’angolo c’è una persona pronta a fare gratis e meglio quello che è stato fatto prima di lui. Da cui anche lui ha imparato. E’ un sistema democratico, in fondo.

La vera discriminante è la qualità. Più -faccio un esempio reale- i blog e le testate online di vino cresceranno in termini qualitativi più aumenteranno i lettori e, a lungo termine, ipoteticamente il valore del singolo contributo. Certo, da lì ad essere pagati il passo è ancora lungo. Ma tant’è, quando ho scritto il primo post di questo blog, oltre tre anni fa, mai ho pensato potesse diventare una fonte di guadagno. Non esiste un sistema editoriale online che sia tanto diffuso quanto economicamente di successo. Ci sono alcuni casi, quà e là. Ma la strada è lunga.

Nel secondo caso il problema, invece, non si pone. Se un blog di cucina crede che valga la pena ricevere una pentola a pressione (a caso) per un post, probabilmente quello è il valore che l’autore attribuisce a se stesso. L’azienda non è disposta a pagare? Evabbé, ci sarà sempre qualcuno che brama una nuova padella. Idem per il vino, anche se per adesso i casi sono più rarefatti. E comunque è un falso problema. Il prossimo passo per le aziende sarà quello di iniziare a pagare per le iniziative online, per un solo ed unico motivo: comunque conviene.

“..se qualcuno di voi che sta leggendo questo post è una di quelle persone che vorrebbero, magari in maniera indistinta e non localizzata, lavorare nel mondo del food scrivendo, fotografando, entrando nel campo delle pr, smettetela di farlo gratis. O almeno, non per il web, che paga ancora meno delle aziende sfruttatrici di stagisti ad infinitum. Fatelo solo se vi diverte al 100%.” Magari un giorno avrete imparato a farlo bene. E verrete pagati per questo.

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Commento

  1. Il rapporto tra Editor e chi scrive contenuti, per quanto mi riguarda, può risolversi con pacca sulla spalla se la cosa sta bene ad entrambi così come con contratti plurimilionari. La questione attiene alla reciproca felicità.
    Ho invece un dubbio, di tipo etico riguardo al rapporto tra aziende e contenitori/contenuti.
    Mi spiego meglio. Ricevo una pentola per fare prove di cottura con l’unica richiesta in cambio di scriverne. E se invece di un pentola ricevessi soldi, mi sentirei libero di scriverne allo stesso modo? E chi legge quello che scrivo che garanzia ha che non ci siano conflitti di interessi?
    Insomma il tema si ripropone così come per la editoria più tradizionale su carta stampata. La pubblicità da una parte, il contenuto da un’altra e ben separati, senza ombre.
    Quanto poi a far da cassa di risonanza, io credo e spero che avere un blog possa significare innanzi tutto libertà di scrivere di chi mi piace quando mi piace. Se ho voglia, faccio da cassa di risonanza, altrimenti no

  2. la teoria è che tu vai a comprare la pentola, la paghi, fai l’esperienza e poi ne parli: bene o male, o tutte le infinite vie di mezzo.
    POi ch’è un tot di gente che è disponibile a privarsi di una parte frazionale del suo denaro per leggere il giudizio di persona affidabile, prendere una decisione e schivare la sòla.
    Infine c’è un altro to di aziende che vuole dire qualcosa a chi legge quella prova: pentole, moto, mutande.
    ora come ora, su internet mancano entrambe, perchè il tot di gente trova comunque abbastanza notizia abbastanza affidabili a gratis, e le aziende non sono soddisfatte dagli investimenti in comunicazione sul web rispetto alla famelica televizione
    e questo è un problema planetario.

  3. Giusto Sara, perfetto. Commento solo per dire che in realtà il conflitto di interessi non si pone. Ogni blog ha un pubblico attento e partecipe, è impossibile bleffare. Il post a pagamento è pratica morta in partenza (se vogliamo rimanere nell’ambito del do ut des di stampo aziendale).

    Stefano, certo, si, assolutamente.

  4. Riccardo ti riferisci ai banner pubblicitari? In un mondo ideale, forse. Io mi ripago a malapena le spese di un hosting tanto affidabile quanto costoso e poi dai, perchè un blog sia economicamente sostenibile (che poi non vuol dire niente, dipende) necessita di una marea di accessi unici. Ma proprio tanti, eh.

  5. metti CPM = 5 europei. Venduto al 100% (cosa impossibile) per 3 posizioni al giorno, con mille utenti al giorno che fanno 3 pagine fan 15 yuri. per 30 so 450 euri lordi al mese.
    AdG fa seicento, con 1,9 pagine perchè privilegio la leggibilità allo sfogliamento, tanto per dire.
    Questo modello non può MAI funzionare.

    Invece, il modello credibilità=esclusività=costo a forfè per una posizione particolare, allora sì, ma ben dopo aver creato un posizionamento… Cioè, l’archeologia della vendita ADV… ma dire che Internet, dal punto di vista ADV è ancora in era pre-neolitica non è lontano dalla realtà, anche per la cronica difficoltà degli internet addict ad avvicinarsi alla professione di vendita della pubblicità vissuta come l’ultimo e più sfortunato girone prima delle miniere di sale dell’Atacama.

  6. due considerazioni Jacopo

    la prima: non è vero che siamo tutti sostituibili e, forse, la cosa è legata alla qualità, ma soprattutto a quella che si chiama firma.

    la seconda: i discorsi circa gli aspetti economici non riguardano solo il web (dove tutte le considerazioni diventano astratte, e lo sono almeno per adesso perchè i numeri – lettori – sono ridicoli) ma anche e soprattutto la carta stampata. Prova a chiedere a dei giovani giornalisti (non assunti, perchè nessuno assume più) quanto vengono pagati loro i pezzi per quotidiani come Corrire della Sera, Repubblica ecc. ecc.

    ciao.

  7. Scusa Stefano “di là” non lessi. Per esperienza personale e diretta ti posso dire che si può scendere anche più in basso (25 euri – lordi – con il limite di 20 articoli al mese). E con 500 euri – sempre lordi – a questo mondo si campa ‘na meraviglia 🙁

  8. Scusa tu Mauro, il tono non era assertivo, volevo solo giustificare una ripetizione.
    Sì, lo so, confermo il numero che dici. Mi riferivo ad una media circa. E come vedi, nè con i 450 del blog nè con i 500 della redazione si va da nessuna parte.
    o meglio, giustifica una certa forma di gavetta-apprendistato, quando in effetti la qualità del lavoro è “da apprendista”.
    ma il problema vero è che qui pare essere la norma anche dopo.
    dunque – coem mi affanno a ripetere – la criticità attanaglia non la carta, ma l’intero ecosistema dell’infomrazione.
    per quello la guerra noi-e-voi mi fa un po’ ridere.