VDT – Tavernello rosso

Uvaggio non dichiarato | <10 €

Io per esempio credo di avere già bevuto il Tavernello. Credo fossero i tempi dei primissimi anni dell’Università, quando quello che era nel bicchiere aveva davvero poca importanza, che c’erano cose più urgenti. Tutta la cosa del vino è decisamente successiva e va di pari passo con la necesità di proiettare se stessi verso qualcosa che ci definisca, in qualche modo. Per me almeno è stato così.
L’interesse per questo specifico prodotto però è stato un po’ risvegliato da Massimo Mantellini, uno di quelli bravi, da seguire, il quale notava, a proposito della pubblicità in radio dello stesso, come l’associazione con il dipartimento di microbiologia della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna fosse in qualche modo un po’ forzata. E che forse non è che la stessa ne uscisse così bene, dopo.
Allora sono andato al supermercato e ne ho preso un brik, sono tutti da un litro, di quello rosso. Ne volevo parlare come un vino qualsiasi.
Degustazione. Giudizio. Voto. E via così.
Solo dopo averlo versato nel bicchiere, però, mi sono reso conto di come sia difficile riuscire a scriverne rimanendo nei canoni normalmente utilizzati per raccontare un vino. Perchè è corretto, senza difetti apparenti e clamorosi. Perchè potrei anche stare qui e dire del riflesso violaceo o del profumo dal carattere un po’ vinoso. Delle sensazioni, in bocca, che in qualche modo lo rendono particolarmente scorrevole – vedi acidità, assenza di tannino, ritorno su una certa idea di frutto, con poca, pochissima persistenza.
Però il Tavernello è di più. E’ un simbolo. E’ uno dei vini più venduti al mondo, è quello che anche chi non si azzarderebbe mai ad assaggiare tiene in frigo per sfumare le cotture. E’ il Tavernello, appunto. E’ un fatto culturale, prima di essere una bevanda alcolica.
Troppo ovvio, quindi, dire che preferisco tutte le altre cose, e che non credo mi ritroverei ad acquistarlo, ancora. Ci mancherebbe, qui si cercano emozioni, non correttezze. Però non me la sento di liquidarlo così, con un voto basso e via. Non ne vale la pena. Forse sarebbe meglio che io vada di là, che mi guardi allo specchio e che mi chieda se davvero vale la pena stare qui, e scrivere di questo o di quel vino, di approcci diversi, di territori, di persone, quando il Tavernello, questo vino con la data di scadenza è, in assoluto, il vino più bevuto in Italia. Forse, semplicemente, la mia (la nostra?) prospettiva alla fine va incontro ad esigenze così diverse da questa realtà da essere in un certo modo scollegate dal quotidiano. E questa idea mi spaventa.

S.V.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Emilia-Romagna | Tag: , | Commenta

12 Commenti

  1. Pubblicato 17 giugno 2010 alle 06:19 | Link

    Devo dire che gli spot del Tavernello li conosciamo un po’ tutti, in radio e in TV. Sono d’accordo che la pubblicità è l’anima del commercio, ma dare le affermazioni che si sentono dire negli spot non è solo azzardato, è una presa per i fondelli a chi ascolta. Anche se devo riconoscere che è effettivamente un prodotto molto consumato, addirittura il più bevuto come tu affermi. E’ un brand, è nella testa della massa che segue il branco e non pensa al suo fegato. Un po’ come il McDonald, sfido chiunque a farsi a casa un hamburger migliore, forse anche mio figlio di 8 anni ci riuscirebbe, ma il Mac è intoccabile, ci mancherebbe.

    Comunque non spaventarti, su questa Terra c’è posto per tutti, per i Chianti come per i Tavernelli, per le fiorentine come per i fast food. E hai fatto un’ottima recensione.

  2. Pubblicato 17 giugno 2010 alle 07:31 | Link

    Che c’è da essere spaventati? Il Tavernello è un prodotto della massificazione, un prodotto nato con le grandi città. In realtà quando c’era il tavernello il vino la gente lo beveva lo stesso e, spesso, gli dava la stessa importanza: un alimento secondario ed economico che poteva servire per sfumare cotture o per accompagnare un pasto. Solo che, probabilmente era più buono.
    Molta, tanta gente da un’importanza veramente marginale alla bottiglia (cartone?) che finisce in tavola come da poca importanza ad ad altri alimenti. Mettici pure che i costi di un buon vino sono spesso proibitivi e poco giustificabili agli occhi di chi non conosce e il gioco è fatto.
    Per me (noi) il vino è cultura, fantasia, ricerca, convivialità e piacere. Per altri solamente vino.

  3. Pubblicato 17 giugno 2010 alle 08:29 | Link

    Ma dove lo mettiamo, il cuore, il naso, la testa. Dove le mettiamo le emozioni che Stefano ci ha recitato solo una settimana fa, quelle che ti fanno ‘raccontare’ la tua visione di quello che il bicchiere contiene a tutto il mondo. Dove lo mettiamo il brivido che ti percorre quando scopri, annusi, assapori un vino che ti fa giare la testa, che ti racconta il suo terroir, le mani che lo hanno toccato, e accudito, amato.
    Solo per farlo arrivare a te. Chissà da quale parte del mondo.

    La tua analisi è corretta Jacopo. Sei stato bravissimo.

    Ma la mia parte dal cuore, passando per il naso. Il vino non è solo vino. È emozione (grazie Vate)

  4. Pubblicato 17 giugno 2010 alle 11:41 | Link

    la vuoi sapere una cosa? un cliente viene da me a prende lo sfuso, così poi se lo imbottiglia perchè gli piace questo hobby; sua moglie una volta mi fa, parlando di cibo, “eh sai, io il tuo vino non lo butto mica nel pollo, metto il tavernello!! mi pare che a metter il tuo lo spreco, e poi il tavernello costa meno”. la mia risposta è stata ” fa mezzo pollo col tavernello e mezzo col mio e poi vedi la differenza”. morale della favola adesso fa il pollo col mio.
    questo per dire che se la gente è educata a cercare il buono, forse il buono lo compra e resta pure felice anche se costa 20 centesimi in più del tavernello…

  5. Pubblicato 17 giugno 2010 alle 14:29 | Link

    #vininbrick1 ?

  6. Luca Miraglia
    Pubblicato 17 giugno 2010 alle 14:39 | Link

    Sottoscrivo alla virgola le parole di Sandra, tant’è che, ormai, il vino non lo compro nemmeno più in enoteca; se cerchi l’emozione (ed il vino è essenzialmente questo), il percorso deve partire da quella notiziola che ti incuriosisce, da quel “guarda un pò, ne produce solo tremila bottiglie”, da una visita in cantina dove sei accolto da un sorriso cordiale e non dal direttore vendite … e così via.
    In ogni caso, complimenti per la disamina del “fenomeno” Tavernello.

  7. Bruno Forieri
    Pubblicato 17 giugno 2010 alle 15:41 | Link

    Complimenti Jacopo! Hai avuto il coraggio di esprimere una personale sensazione, hai descritto, in modo semplice e pure straordianario, una preferenza.

    Quello che Tutti dovremmo fare…e invece pochi hanno il coraggio di confidare!

    Mi unisco al tuo pensiero Jacopo e soprattutto approfitto di questo spazio e colgo l’occasione per ringraziare anche Caviro e l’allora bel bicchiere di vino per avermi trasmesso curiosita’, interesse e stimoli ad approfondire questo prodotto. Il prodotto che deriva dalla naturale fermentazione del succo d’uva – cosi’ mi piace intenderlo!

    Piacevole proseguo,
    Bf

  8. Pubblicato 17 giugno 2010 alle 16:57 | Link

    Grazie eh, grazie a tutti dei bei commenti.
    Ho scritto questo post ieri sera, prima di dormire, di pancia (e qui andrebbero approfondite le motivazioni che portano una persona ad aprire un brik di Tavernello come ultimo atto consapevole della giornata, ma tant’è). Oggi sono contento perchè in tanti sono a vario titolo intervenuti, qui, su Intravino, su Facebook, persone che normalmente non commentano ma che sono in qualche modo sensibili all’argomento. E questo incoraggia, un bel po’.

  9. francesco
    Pubblicato 17 giugno 2010 alle 22:28 | Link

    Secondo me il tavernello è figlio della tecnologia, gli altri vini sono figli della tecnologia abbinata con la tradizione (non sempre).

  10. paola
    Pubblicato 17 giugno 2010 alle 23:19 | Link

    Sei riuscito a dire tutto quello che si doveva dire. Complimenti. Anche a me spaventa.

    Riflettere su/davanti a un brik di Tavernello può portare molto oltre il brik stesso e il suo contenuto. Ad esempio, può portare alla parola omologazione. Profeticamente Pasolini aveva parlato di uniformità di comportamento nei giovani persino nei sapori. Questo è successo e il Tavernello ne è una delle conferme.

    A me il Tavernello ricorda quella bevanda marrone dolciastra con le bollicine che tutti bevono ma che non so cosa – veramente – dica a ciascuno che la beve. E’ l’abbattimento totale della curiosità. Il chinotto è pressoché sconosciuto, in confronto: forse ha troppe cose da dire e diventa troppo impegnativo.

    Proprio stasera:
    a cena ho aperto una Lacrima di Morro d’Alba e le figlie mi hanno preso in giro perché annusavo la rosa, la viola e anche un po’ di frutti rossi. E poi cercavo di capire se avevo fatto bene ad aprirla con la pasta al ragout. Il Tavernello non mi avrebbe permesso di ridere con le figlie su questo né di dar loro l’occasione di annusare il roseto che ci sentivo e di ridermi dietro. Non poco.

  11. francesco
    Pubblicato 18 giugno 2010 alle 09:32 | Link

    Comunque volevo puntualizzare una cosa, oltre che figlio della tecnologia è anche figlio di come si pensava il vino tempo fa, come un alimento e non come un qualcosa in più.Mio nonno tanto per far un esempio aveva una botte di vino per ogni periodo della stagione(trebbiatura,raccolta olive,fienagione ecc ecc).La massa di vino serviva per la massa di gente che lavorava e il tavernello serve per la massa di gente delle città(perchè sprecare soldi per avere meno prodotto?).Secondo me è proprio li che non c’è stato il ”salto” in Italia pur essendo in presenza di condizioni economiche migliori.E poi diciamolo francamente ci sono molti prodotti che a pochissimi euro in bottiglia sono buonissimi(esempio molti Grechetti).

  12. Pubblicato 20 giugno 2010 alle 00:38 | Link

    Esattamente come dice Francesco qui sopra. Evidentemente c’è ancora un legame con l’idea di vino alimento della tradizione contadina, pur in una società post-industriale; forse reso più saldo dalla difficoltà economica contingente, che impedisce altre scelte.
    A pensarci bene anche per il vino di qualità, vale lo stesso discorso di tutti gli altri prodotti tipici a denominazione: l’eccellenza stenta ad essere a disposizione di tutti.

Un Trackback

  1. Scritto da Vino Frizzante Tavernello Rosé – Caviro » Enofaber's Blog il 4 novembre 2010 alle 02:42

    [...] una realtà del genere? No, non possiamo e non dobbiamo. Anche perchè come dice Jacopo, il Tavernello è un simbolo. E quindi, con enorme difficoltà e dopo lungo tempo, sono riuscito a reperire una bottiglia di [...]

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