in Parlo da solo

A parlar di stelle..

Ieri ho scritto del Nebiolo di Teobaldo Cappellano e, se ci avete fatto caso, non ho inserito la piccola immagine a me cara riportante le stelline.

Non è un caso.

Proprio lui, che decise di non inviare campionature a chi si occupa di guide, scrisse anche in controetichetta nel suo Barolo 1997: “Cortesemente a chi di “Guide” si occupa. Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro “Italian Nobles Wine” scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una ristretta fascia di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l’anno, credo nella libera informazione anche se a giudizio negativo. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori od opposte fazioni, interiormente ricca perché stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre natura, non è stato premiato. E’ un sogno? Permettetemelo. Teobaldo”.

E non è un caso che ne abbia scritto poco dopo un interessante scambio di battute con Mauro Erro, il viandante bevitore, sui commenti al mio post sul Testamatta di Bibi Graetz.

Intendiamoci, a me piacciono i giudizi. Ne è pieno il mondo e nessuno ne è immune. Un giudizio, nel mio caso le stelle, non avrebbe alcun senso da solo, senza una spiegazione, un commento, un racconto. Ed è questo il motivo per cui ho smesso di avere fiducia cieca nella maggior parte delle guide. Troppo sintetiche, troppo impersonali. Un giudizio completa e si completa con quello che viene prima.

Io ho imparato i punteggi come molti altri, anni fa, durante i corsi ais, in centesimi. Spessissimo, mentalmente, anche quando sono magari al ristorante e si sta parlando di altro, dopo i primi sorsi penso in che fascia di punteggio si porrebbe quello che c’è nel bicchiere. E’ ovvio però che un numero non ha alcun senso, se non raccontato e se non contestualizzato. Altrimenti, se non sapessi chi ha attribuito quell’opinione, potrei pensare che Testamatta sia uno dei migliori vini d’Italia. E invece è vino che difficilmente comprerei.

Dare un giudizio significa anche assumersi una responsabilità e, volendo, essere a sua volta giudicato. Non è male.
Giudicare significa avere un metro di giudizio, presumibilmente diverso dagli altri, che il vino è forse quanto di più soggettivo possa esistere.
E, il giudizio, è da sempre materia di discussione e di confronto. Mi chiedo però se non sia uno strumento che aumenta incomprensioni e malumori. Cioè, posso scrivere in queste paginette virtuali le stesse cose che ho sempre scritto, senza voti e valutazioni? Cambierebbe qualcosa? Io ci sto pensando. Se vi va, parliamone.

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Commento

  1. Davvero ti devo dire come la penso? il voto, che sia un numero o un pittogramma, è una sintesi assai approssimativa ma altrettanto eloquente di quanto ti è piaciuto qualcosa, in rapporo alla fatica del fruirlo. Il costo, nel nostro caso.
    Trovo che il racconto senza una sintesi sia un interessante espressione letteraria, ma ha contenuto informativo molto limitato.
    Inoltre il voto (la stella, il numero, il pittogramma) qualifica il paradigma a cui fa riferimemto l’autore, e consente al lettore di farsi una propria idea relativa.
    Il giudizio slacciato da lla sintesi provoca una ricerca surrettizia della sintesi stessa (quanto hai preso? sufficiente? ah, sei.) oppure una confusa valutazione in cui si può leggere tutto e il contrario di tutto.
    Io voto stelle, mi aiuta ad essere d’accordo con te.

  2. Perfetto. Lasciamo perdere l’assurdo di stabilire un valore quantitativo per un prodotto, il vino, che diviene. Uno 84 di oggi potrebbe essere un 90 di dopodomani o un 65 tra un mese. Un non-sense. Lasciamo perdere che il nostro giudizio è un giudizio di gusto, estetico, quindi di per sé relativo. Lasciamo perdere che i parametri fissati sono labili, se prendiamo cinque degustatori chiedendo loro di struttura e corpo ci dicono cinque cose differenti o che di alcuni parametri se ne discute da anni ormai, vedi il concetto di “aderenza al territorio

  3. Mauro, proprio la possibilità di scrivere su un blog in riferimento al fatto che ogni bottiglia è in divenire, i cui post riportano la data, permette di avere un riferimento temporale. Ma i fatti sono due, centrati da entrambi. Stefano, sai che sono completamente d’accordo con te, quando scrivi che “il voto qualifica il paradigma a cui fa riferimento l’autore”. Sono convinto che sia la perfetta conclusione di un giudizio. Che senza rimanga quella sensazione di amaro in bocca ed un “Quindi?” come ultimo pensiero. Mauro, hai ragione quando scrivi che il lettore può capire il voto solo se a conoscenza del metro di giudizio che stai adottando, ci mancherebbe. Mi verrebbe da dire che allora il problema non sia il voto ma il metro di giudizio stesso. Eppur io qui parlo di vino, non senza una certa riverenza nei confronti dell’argomento, che sono giovane e non si finisce mai di imparare, provo ad essere oggettivo, utilizzando gli strumenti che mi ritrovo in mano nel migliore dei modi. E sono pronto ad essere giudicato per questo.
    Da consumatore e fruitore di altri beni e servizi, poi, provo a fidarmi dei giudizi degli altri, proprio perchè credo di non essere in grado di giudicare da solo.
    In Italia il 90% spende meno di cinque euro, scrivi, ma io spero di rivolgermi a quella piccola parte del 10% che ama informarsi, voto compreso, narcisismo relativamente a parte. E prendendo i dati relativi alla penetrazione di internet in questo paese praticamente rimaniamo in 100, amici compresi. 😉

    Quanto al Testamatta, e di esempi ce ne sarebbero tanti, non vedo niente di incomprensibile, usando termini generici ed semplificando in modo estremo si potrebbe dire: “Hey, buono, ma non è il mio stile”. Non capisco cosa ci sia di male in questo.

  4. Scusami, Jacopo, condividere con quel 10% lo puoi fare meglio sedendoti intorno ad un tavolo, ma se vuoi informare (e promuovere la cultura del vino), dovresti (cercare) di rivolgerti al restante 90%, cercando di farti capire, tutto qui. Riguardo al Testamatta, non c’è nulla di male in quello che dici, ma se io non avessi commentato, sei proprio sicuro che dal to scritto si capiva: “Hey, buono, ma non è il mio stile”?
    Tra l’altro se incominiciamo a farne un discorso di buono e cioè di piacevolezza, non ne usciamo più e andiamo nel relativismo puro…

  5. Ho dimenticato una chiosa: “Mi aiuta ad essere d’accordo con te e a non prendermi troppo sul serio”.

    Io metto quel numerino con il decimale tra parentesi quadre svincolato da ogni tabella: ais, gamberi e mazzancolle… e, sì, in fondo Mauro ha ragione quando parla del rischio di relativismo puro.
    Però se scrivo [9.0] il lettore non ha alcun dubbio che quel vino mi ha esaltato, e se metto [5.0] altrettanto sarà certo che quel vino non mi è piaciuto.
    Sulla equazione mi piace / è buono / è valido invece potremmo scrivere delle enciclopedie: probabilmente ci sta di mezzo la credibilità dell’autore e il valore che do al suo bagaglio di esperienze.
    Ad esempio, se il nostro J. qui presente mette 4 stelle io sono portato a pensare che quel vino vale la pena di assaggiarlo.
    Poi, certo, si può dire lo stesso del Cappellano che di stelle non ne ha…

  6. mai usato punteggi nelle mie descrizioni, però senza punteggi e valutazioni (degli altri) di vino oggi ne saprei ancora meno di quel poco che penso di sapere

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