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Il caso Brunello, un breve riepilogo

I love BrunelloIl mese scorso ho scritto questo breve articolo per una rivista gratuita che viene distribuita qui in Umbria. E’ decisamente molto sintetico, ma le battute disponibili erano quelle ed anzi, ho anche sforato di poco. Ah, è stato scritto prima dell’assemblea del consorzio del 27, quando ancora c’era qualche perplessità e dubbio sull’esito della votazione del disciplinare. Che ne pensate?

“Volendo fare una breve sintesi si potrebbe scrivere che tutto è iniziato i primi giorni di marzo di quest’anno, con un articolo del Corriere Fiorentino in cui veniva denunciata una possibile frode ai danni dei consumatori da parte di una nota cantina di Montalcino. Usavano altre uve, pare. Venivano dalla Puglia, pare. Finivano nelle bottiglie del Brunello, pare.

Per chi fosse a digiuno di regole e disciplinari, il Brunello, forse il più famoso vino italiano nel mondo, si può produrre unicamente utilizzando l’uva comunemente nota come sangiovese, coltivata nel comune di Montalcino, e può essere messo in commercio solo a partire dal quinto anno successivo alla vendemmia – adesso è possibile acquistare l’annata 2003.

Non ci sono scappatioie od opzioni. E se queste semplici regole vengono infrante il prodotto finale non diventerà necessariamente un vino cattivo, anzi. Semplicemente non si tratterà e non si potrà chiamare Brunello di Montalcino. Facile e chiaro, insomma.

Continuando con la breve sintesi si potrebbe saltare ai primi di aprile, quando il settimanale L’Espresso titola in copertina “Benvenuti a Velenitaly”, riportando la notizia che oltre venti cantine sarebbero sotto inchiesta da parte della Guardia di Finanza per le stesse motivazioni. Cantine grandi, nomi importanti. Che, ad uno ad uno, con il passare dei giorni, confermano queste indiscrezioni.

Gli Stati Uniti, che da soli consumano qualcosa come il 25% del Brunello prodotto, a maggio minacciano di bloccare le importazioni, se non sicuri che si tratti unicamente di sangiovese. Si parla di frode, di abuso d’ufficio, di truffa. A Montalcino c’è preoccupazione, all’estero c’è fermento, grandi giornali si occupano della vicenda. Insomma, il nome e la credibilità del più famoso vino italiano è in bilico.

Viene fuori, poi, con il tempo, che in molti aggiungevano un po’ di merlot qui, un po’ di cabernet là. Per ammorbidire, per far piacere di più il Brunello. Soprattutto per venderlo meglio, soprattutto all’estero. Noti giornalisti e tantissimi produttori, che hanno sempre lavorato onestamente, prendono posizione nel difendere la causa del Brunello, unico ed inimitabile nella sua tradizionalità. Altri, sempre noti, enologi e produttori, difendono l’utilizzo di altre uve, in favore di un mercato che cambia e che è sempre più esigente.

E’ notizia di qualche giorno fa che il prossimo 27 ottobre si riunirà l’assemblea del Consorzio del Brunello, dei produttori. Dovranno votare su eventuali modiche al disciplinare di produzione.

Ecco, è tutto qui. Una frode ai consumatori è diventata una reale, anche se fortunatamente poco probabile, possibilità di cambiamento.

Il pensiero, da Perugia e da Brunellopoli, come è stata definita dai giornali la vicenda di Montalcino, corre veloce alle colline di Montefalco. Dove un disciplinare definito da molti poco saggio spesso costringe i produttori di Sagrantino a mettere sul mercato vini difficili, spigolosi, molto tannici – tutte caratteristiche proprie dell’uva a noi cara. Sagrantini troppo giovani, insomma. Che necessiterebbero di più tempo di affinamento in botte e bottiglia per migliorare ed ammorbidire queste spigolature. Piccoli difetti che sarebbero facilmente risolvibili con piccole aggiunte di quelli che vengono appunto definiti vitigni migliorativi. Ma sono sicuro che a Montefalco non potrebbe mai accadere una cosa di questo tipo. L’onestà vince sempre, mi auguro.”

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