Ma Porthos esce ancora?

La rivista uscirà con il suo ultimo numero, il sito è attivo e prossimo a un rinnovamento importante: non pubblicheremo tre articoli al giorno – ne bastano tre ogni dieci giorni – ma non credo sia mai stato così “presente” come negli ultimi tre anni.

La casa editrice Porthos Edizioni continua a pubblicare libri (nell’ultimo anno: la nuova edizione de “L’invenzione della Gioia” e di “Champagne: il sacrificio di un terroir“, “Manteniamoci giovani – vita e vino di Emidio Pepe“, “Io riesco a vederci il sole“. “Gli ignoranti – Les ignorants” andrà in stampa tra due settimane, la nuova edizione de “Il Matrimonio tra cibo e vino” entro aprile e si lavora su altri volumi).

Il progetto didattico Porthos racconta… va avanti spedito, a Roma e in giro per l’Italia.

Porthos “esce” ancora, è vivo e vegeto.

Così Matteo Gallello, Porthos Edizioni, su Facebook.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Commenta

Bobar, un bel nome che non vuol dire niente

La verità è che Bobar non vuol dire assolutamente niente, è semplicemente un nome che ci piaceva e che pensavamo potesse funzionare. Sai.. uno di quei nomi immediati e facili da ricordare. Anzi, ti dirò, non è neanche frutto della nostra fantasia: una sera eravamo a Le Bobar, un locale in Francia, stavamo bevendo un bel po’ e insomma, alla fine tra un bicchiere e l’altro abbiamo deciso di copiarlo di sana pianta“. Le parole sono quelle di Tom Belford, giovane e vulcanico vignaiolo che, insieme alla moglie Sally, in pochissimi anni si è affermato come uno dei più validi non solo della Yarra Valley, Victoria, Australia.

Meno di tremila bottiglie, solo due vini – uno Chardonnay ed un Syrah – che spiccano per personalità, lontanissimi da qualunque idea ci si possa fare da qui, dall’Europa, sulle produzioni del “Down Under”. Il primo è davvero un piccolo gioiellino, fresco e maledettamente minerale, solare ed appagante senza mai eccedere in peso. Anzi, la sue chiavi di lettura sono proprio la sottrazione e l’equilibrio. Il 2014 assaggiato dalla botte e che adesso mentre scrivo dovrebbe essere in bottiglia si è immediatamente imposto tra le cose più entusiasmanti assaggiate nelle ultime settimane. Il secondo poi è un vero e proprio parco giochi, un vino che ogni anno racconta se non un approccio diverso al varietale quantomeno un cambiamento più o meno rilevante durante la sua vinificazione. Variazioni che vanno viste nell’ottica di un percorso la cui fine non è certo vicina, nel 2014 per dire si è addirittura arrivati ad una completa macerazione carbonica; un Syrah (più rosato che rosso) che è un mostro di bevibilità, divertente e luminoso, tratteggiato da una bella acidità e caratterizzato da una succosità forse irresistibile anche per Luca Maroni. Una macedonia di frutti rossi ed esotici impreziosita da un leggero richiamo floreale prima, piccante poi. “It’s a picnic wine, a wine you can drink all the day, you know what I mean..“, dice Sally mentre Tom apre le altre annate tra cui spicca un 2012 particolarmente dinamico, lungo e definito.

Una realtà, quella di Bobar, che brilla nel movimento dei vini naturali australiani; una nouvelle vague che ha investito un po’ tutta la nazione e che di anno in anno raccoglie intorno a sé sempre più appassionati. Ma di questo, e di molti altri vini, scriverò tra qualche giorno di là, su Intra.

Intanto, felice di essere a casa.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Australia | 2 Commenti

Le parole del vino

A proposito dello spostare un po’ più in su l’asticella, o del provare a portare le parole del vino, il linguaggio della degustazione, al livello successivo. C’è uno straordinario Sandro Sangiorgi, oggi su Porthos (a questo proposito come non consigliare anche, per provare a trovare una base su cui riflettere, l’illuminante lettura delle note di degustazione pubblicate in calce al volume “Manteniamoci giovani – vita e vino di Emidio Pepe”).

Così, tra gli altri tanti spunti, il Trebbiano d’Abruzzo 2010 di Francesco Valentini:

Raffinato e fiorito. Non è facile sentire un Valentini così accordato nei profumi, al punto che diversi partecipanti hanno creduto fosse di Pepe, e viceversa! Eppure la matrice verde dei profumi è inconfondibile, come la stratificazione organica infarcita di ricordi marini e di carne bollita; il sapore è secco, fila via spedito e coinvolto, cristallino nella qualità della persistenza. Forse per questo non tocca le corde più intime, vive nell’ambizione della perfezione e, perdendo un pizzico d’imprevedibilità, diventa abile.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Collegamenti | 3 Commenti

Il Ciliegiolo di Narni e altre storie

Due righe uscite questo mese su PM, oggi dedicate al Ciliegiolo di Narni (denominazione da tenere d’occhio).

Dell’Umbria del vino si può dire davvero di tutto tranne che sia ferma o poco dinamica. Pensate per esempio alla straordinaria crescita del Trebbiano Spoletino: un bianco che solo dieci anni fa era praticamente sconosciuto, prodotto da appena due o tre cantine nell’indifferenza generale, realtà che però hanno contribuito in maniera fondamentale alla sua riscoperta. Certo, nulla avviene mai per caso, la sua diffusione è infatti coincisa con un sempre maggiore interesse tanto per i vini bianchi quanto per i vitigni autoctoni, un’attenzione in leggera controtendenza rispetto al periodo storico precedente, quello a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni ’00. Un’attitudine al cambiamento, o forse all’adattamento, che nel bene e nel male fa parte della viticoltura regionale. Lo stesso Sagrantino di Montefalco, per nominare la più importante delle denominazioni della zona, ha conosciuto un’espansione quasi senza eguali, in quello stesso periodo a cavallo del millennio tutto sembrava andare alla velocità della luce: tanti investimenti, nuovi vigneti, sempre più bottiglie.

Un’introduzione, questa, per parlare di un vino che oggi sta vivendo un periodo particolarmente significativo, una seconda giovinezza che sta portando ad una sempre maggiore attenzione nei suoi confronti: il Ciliegiolo di Narni. Fresco, goloso, piacevolmente fruttato, mai opulento ma anzi disteso e piacevolissimo, è vino che trova nella vocazione gastronomica la sua dimensione più centrata. L’area è quella a sud-ovest di Terni, una zona dove il ciliegiolo è sempre stato presente, esistono testimonianze che lo collocano nel territorio da centinaia di anni. È però solo da poche vendemmie che un pugno di viticoltori ne ha rilanciato con sicurezza la produzione. Un piccolo gruppo di cantine guidate dal brillante Leonardo Bussoletti, capace a partire da quest’anno di proporre ben tre diversi Ciliegiolo. Dal più profondo e longevo, il Vigna Vecchia, fino al Brecciaro e al 05035. Vini slanciati e dinamici, godibilissimi nel loro coniugare freschezza e dettaglio. Una cantina da seguire con attenzione, che in pochi anni si è affermata come realtà tra le più interessanti della regione.

Un ottimo lavoro è anche quello che sta portando avanti Edoardo Mazzocchi insieme al prezioso contributo del figlio Maurizio. Dai bei vigneti che circondano la loro Fattoria Giro di Vento nasce lo Spiffero, Ciliegiolo gustoso e saporito. Da segnalare anche quello di Sandonna ed i prodotti della Cantina dei Colli Amerini. Vini coinvolgenti, da cercare e da bere, dimostrazione di tutta la vivacità produttiva di cui l’Umbria è capace.

(Immagine: The Travel Eater)

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Articoli | 1 Commento

Senza usare il cavatappi

Davvero non so quanto possa essere utile, in fondo di metodi per affrontare tappi molto vecchi e rovinati ce ne sono diversi, quello che è certo è che si tratta della più scenografica tra le tecniche mai viste per aprire una bottiglia di vino. Una pratica pare già in uso in Portogallo proprio per stappare vini assai datati il cui tappo di sughero tende a sbriciolarsi.

Tutto questo va in scena all’Eleven Madison Park, il ristorante che più è sulla bocca di tutti, non solo a Manhattan (via Winetimes)

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | 3 Commenti

Intrappolati nelle denominazioni

La tarda mattinata del sabato, se non ho altri impegni, è generalmente dedicata alla lettura di tutti quei post ed articoli che durante la settimana non ho avuto il tempo di leggere e che mi sono appuntato qua e là, dai segnalibri di Feedly ai preferiti di Twitter. Insomma, una parentesi necessaria e piacevolissima per rimanere aggiornato su tutto quello che non è di stretta attualità.

Tra le cose più rilevanti in cui mi sono imbattuto oggi c’è la ferma presa di posizione e la solidarietà di Carlo Petrini, Slow Food, nei confronti della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti e la loro intenzione di “disobbedire” per difendere il diritto a poter usare nella comunicazione il nome del loro territorio/regione di appartenenza:

Le norme europee vietano di usare una denominazione di origine a chi non produce un vino che non ne abbia il diritto: se non produco nella zona del Barolo, da un vigneto iscritto all’albo, e non ho passato i controlli previsti, non posso usare il nome Barolo sulle mie etichette. La legge provvede anche a dirmi che se ho la cantina nel comune di Barolo, ma non produco quel vino, ma per esempio Barbera d’Alba, posso comunque scrivere la parola Barolo (il nome del Comune) in piccolo, al massimo 3 mm di altezza, per non confondere il consumatore. Fin qui, tutto bene. Ma è nei dettagli che si manifesta il diavolo. Se io, infatti, sull’etichetta della mia Barbara d’Alba, che faccio a Barolo, posso scrivere in piccolo Barolo, quello che non posso specificare, per legge, è che la mia cantina è nelle Langhe, né che si trova in Piemonte. E sì, perché sia Langhe sia Piemonte sono nomi di altrettante DOC, e se io non produco i vini con quelle denominazioni, semplicemente non ho più il diritto di scrivere dove si trova la mia azienda: posso indicare (in piccolo) solo il Comune in cui si trova, ma non la Regione, né in senso geografico né politico. Come se non bastasse, ci sono anche le norme che regolano gli strumenti – brochure, siti internet, gli stessi cartoni che contengono le bottiglie – per comunicare le caratteristiche del prodotto.

La stessa FIVI lo scorso mese aveva inviato un comunicato stampa in cui annunciava:

Dal 1 gennaio 2015 i soci FIVI si autodenunceranno se non verrà modificata la norma che impedisce di indicare nella comunicazione aziendale il territorio di appartenenza. Mettere il territorio italiano in bottiglia ma non poterlo comunicare equivale ad essere ambasciatori che non possono nominare la propria patria.

Una norma, quella contenuta nel regolamento europeo, che nasce per proteggere le denominazioni di origine ma che paradossalmente non fa altro che impedire alle aziende di comunicare nel modo più chiaro possibile la propria collocazione geografica. Un ulteriore problema, specialmente italiano, è quello di aver creato denominazioni di origine una sopra l’altra, letteralmente. Prendiamo ad esempio la zona citata dallo stesso Petrini. La DOCG del Barolo (e vale anche per il Barbaresco) è all’interno di una più ampia DOC, quella di Alba, il cui territorio è a sua volta compreso nella DOC Langhe. Tutte queste sono a loro volta comprese in quella che include al suo interno gran parte delle provincie di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino, eccetera. La fantasmagorica DOC Piemonte.

Insomma, la battaglia della FIVI è sacrosanta, al tempo stesso potrebbe essere un’ottima occasione per ripensare, in sottrazione, lo spropositato numero di denominazioni di origine italiane.

Eddai, Piemonte DOC? Davvero?

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 1 Commento

Non mi ci riconosco più

L’elemento di fondo è l’evoluzione del gusto. Nella scala valoriale dei gusti che hanno contraddistinto la valutazione delle nostre guide per una decina d’anni io non mi ci riconosco più. Cosa significa: che è evoluto anche il mio gusto, e questo è nella natura delle cose.

Carlo Petrini, (curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso dalla prima edizione, nel 1987, fino ai primi anni zero) nel bel documentario Barolo Boys, autunno 2014.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Commenta

A Fornovo, ancora

L’altro giorno ho chiuso un post sulla birra descrivendo l’imminente Vini di Vignaioli come “la più bella delle manifestazioni italiane” e pensando, subito dopo: “oddio, forse ho un po’ esagerato”. Perchè sì, insomma, alla fine a pensarci bene quella di Fornovo di Taro, non lontano da Parma, è rassegna che si tiene letteralmente sotto un tendone; luogo dove il rumore, il caldo, le facili gomitate fanno parte del gioco, da sempre. Per non parlare poi dei secchi a terra in luogo delle più eleganti sputacchiere da tavolo. Per dire, a margine: mai andare a Fornovo con dei pantaloni chiari, lo so per esperienza. Insomma, Vini di Vignaioli è prima di tutto un gran casino. Poi però mi ritrovo a guardare la lista delle cantine partecipanti e penso che eccome, certo, un grande professionista è certamente in grado di organizzare la miglior manifestazione possibile, nella più significativa delle splendide cornici. Alla fine della giornata però quello che conta più di ogni altra cosa sono la qualità e lo spessore dei vini presenti e delle persone che li hanno prodotti. E allora beh, signori, giù il cappello. Quello di Fornovo anche quest’anno è un raduno unico ed inimitabile. Senza pari.

Ci vediamo domenica, non vedo l’ora.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Vedo gente, faccio cose | 4 Commenti

Pietro Stara e il fallocentrismo tappico

Un Barolo con il tappo a vite è un po’ come un Harley Davidson col motore elettrico.

No, un Barolo con il tappo a vite è un po’ come un Harley Davidson con una sella non originale (tanto non se ne accorge nessuno) ma che ti preserva al 100% dalle emorroidi.

Si è parlato di chiusure alternative, questa settimana su Intravino.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Collegamenti | 2 Commenti

Ein Prosit e un sorso di acidità

Vero è che Tarvisio (Udine) è davvero lontano ma se per qualche strano motivo questo weekend foste in zona l’occasione potrebbe essere giusta per un paio di bicchieri buoni. Dopodomani, sabato, sarò infatti ad Ein Prosit per partecipare ad una degustazione un po’ particolare, il cui filo conduttore non è rappresentato dai vini ma dalle persone e dal loro percorso.

Ai giorni nostri la comunicazione è divenuta parte fondamentale di qualsiasi attività, commerciale e non. Nel mondo dell’enogastronomia la possibilità di accedere ad informazioni si è dilatata in maniera esponenziale. Buona parte di questa “colpa” è certamente da riconoscere ai giornalisti enogastronomici e ai blog aperti (e talvolta chiusi..) nel corso di questi ultimi anni. Partendo dall’assunto che non esiste “una” lingua del vino perché il vino non è mai “uno”, abbiamo voluto riunire insieme 6 professionisti del mondo del vino, giornalisti e blogger che scrivono per passione e per lavoro, sentire il loro racconto del vino, in particolar modo di un vino, che ha lasciato una traccia memorabile nella loro memoria degustativa e del quale condivideremo l’assaggio.

Accanto ai vini di Marko Fon, di Josko Renčel, di Ferdinando Principiano ed altri avremo modo di assaggiare una delle mie Gueuze del cuore, quella di Cantillon. L’appuntamento è per le 16.00, a Malborghetto (qui il programma della degustazione).

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Vedo gente, faccio cose | 2 Commenti


  • La gestione della pubblicità su questo blog è affidata al network Vinoclic.

  • Enoiche Illusioni?

  • Contatto

    jacopo(punto)cossater, la chiocciola, e poi gmail.com

  • Twitter



  • Archivio


  • Tag Cloud

  • Creative Commons

    Creative Commons License