Le parole del vino

A proposito dello spostare un po’ più in su l’asticella, o del provare a portare le parole del vino, il linguaggio della degustazione, al livello successivo. C’è uno straordinario Sandro Sangiorgi, oggi su Porthos (a questo proposito come non consigliare anche, per provare a trovare una base su cui riflettere, l’illuminante lettura delle note di degustazione pubblicate in calce al volume “Manteniamoci giovani – vita e vino di Emidio Pepe”).

Così, tra gli altri tanti spunti, il Trebbiando d’Abruzzo 2010 di Francesco Valentini:

Raffinato e fiorito. Non è facile sentire un Valentini così accordato nei profumi, al punto che diversi partecipanti hanno creduto fosse di Pepe, e viceversa! Eppure la matrice verde dei profumi è inconfondibile, come la stratificazione organica infarcita di ricordi marini e di carne bollita; il sapore è secco, fila via spedito e coinvolto, cristallino nella qualità della persistenza. Forse per questo non tocca le corde più intime, vive nell’ambizione della perfezione e, perdendo un pizzico d’imprevedibilità, diventa abile.

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Il Ciliegiolo di Narni e altre storie

Due righe uscite questo mese su PM, oggi dedicate al Ciliegiolo di Narni (denominazione da tenere d’occhio).

Dell’Umbria del vino si può dire davvero di tutto tranne che sia ferma o poco dinamica. Pensate per esempio alla straordinaria crescita del Trebbiano Spoletino: un bianco che solo dieci anni fa era praticamente sconosciuto, prodotto da appena due o tre cantine nell’indifferenza generale, realtà che però hanno contribuito in maniera fondamentale alla sua riscoperta. Certo, nulla avviene mai per caso, la sua diffusione è infatti coincisa con un sempre maggiore interesse tanto per i vini bianchi quanto per i vitigni autoctoni, un’attenzione in leggera controtendenza rispetto al periodo storico precedente, quello a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni ’00. Un’attitudine al cambiamento, o forse all’adattamento, che nel bene e nel male fa parte della viticoltura regionale. Lo stesso Sagrantino di Montefalco, per nominare la più importante delle denominazioni della zona, ha conosciuto un’espansione quasi senza eguali, in quello stesso periodo a cavallo del millennio tutto sembrava andare alla velocità della luce: tanti investimenti, nuovi vigneti, sempre più bottiglie.

Un’introduzione, questa, per parlare di un vino che oggi sta vivendo un periodo particolarmente significativo, una seconda giovinezza che sta portando ad una sempre maggiore attenzione nei suoi confronti: il Ciliegiolo di Narni. Fresco, goloso, piacevolmente fruttato, mai opulento ma anzi disteso e piacevolissimo, è vino che trova nella vocazione gastronomica la sua dimensione più centrata. L’area è quella a sud-ovest di Terni, una zona dove il ciliegiolo è sempre stato presente, esistono testimonianze che lo collocano nel territorio da centinaia di anni. È però solo da poche vendemmie che un pugno di viticoltori ne ha rilanciato con sicurezza la produzione. Un piccolo gruppo di cantine guidate dal brillante Leonardo Bussoletti, capace a partire da quest’anno di proporre ben tre diversi Ciliegiolo. Dal più profondo e longevo, il Vigna Vecchia, fino al Brecciaro e al 05035. Vini slanciati e dinamici, godibilissimi nel loro coniugare freschezza e dettaglio. Una cantina da seguire con attenzione, che in pochi anni si è affermata come realtà tra le più interessanti della regione.

Un ottimo lavoro è anche quello che sta portando avanti Edoardo Mazzocchi insieme al prezioso contributo del figlio Maurizio. Dai bei vigneti che circondano la loro Fattoria Giro di Vento nasce lo Spiffero, Ciliegiolo gustoso e saporito. Da segnalare anche quello di Sandonna ed i prodotti della Cantina dei Colli Amerini. Vini coinvolgenti, da cercare e da bere, dimostrazione di tutta la vivacità produttiva di cui l’Umbria è capace.

(Immagine: The Travel Eater)

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Senza usare il cavatappi

Davvero non so quanto possa essere utile, in fondo di metodi per affrontare tappi molto vecchi e rovinati ce ne sono diversi, quello che è certo è che si tratta della più scenografica tra le tecniche mai viste per aprire una bottiglia di vino. Una pratica pare già in uso in Portogallo proprio per stappare vini assai datati il cui tappo di sughero tende a sbriciolarsi.

Tutto questo va in scena all’Eleven Madison Park, il ristorante che più è sulla bocca di tutti, non solo a Manhattan (via Winetimes)

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | 3 Commenti

Intrappolati nelle denominazioni

La tarda mattinata del sabato, se non ho altri impegni, è generalmente dedicata alla lettura di tutti quei post ed articoli che durante la settimana non ho avuto il tempo di leggere e che mi sono appuntato qua e là, dai segnalibri di Feedly ai preferiti di Twitter. Insomma, una parentesi necessaria e piacevolissima per rimanere aggiornato su tutto quello che non è di stretta attualità.

Tra le cose più rilevanti in cui mi sono imbattuto oggi c’è la ferma presa di posizione e la solidarietà di Carlo Petrini, Slow Food, nei confronti della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti e la loro intenzione di “disobbedire” per difendere il diritto a poter usare nella comunicazione il nome del loro territorio/regione di appartenenza:

Le norme europee vietano di usare una denominazione di origine a chi non produce un vino che non ne abbia il diritto: se non produco nella zona del Barolo, da un vigneto iscritto all’albo, e non ho passato i controlli previsti, non posso usare il nome Barolo sulle mie etichette. La legge provvede anche a dirmi che se ho la cantina nel comune di Barolo, ma non produco quel vino, ma per esempio Barbera d’Alba, posso comunque scrivere la parola Barolo (il nome del Comune) in piccolo, al massimo 3 mm di altezza, per non confondere il consumatore. Fin qui, tutto bene. Ma è nei dettagli che si manifesta il diavolo. Se io, infatti, sull’etichetta della mia Barbara d’Alba, che faccio a Barolo, posso scrivere in piccolo Barolo, quello che non posso specificare, per legge, è che la mia cantina è nelle Langhe, né che si trova in Piemonte. E sì, perché sia Langhe sia Piemonte sono nomi di altrettante DOC, e se io non produco i vini con quelle denominazioni, semplicemente non ho più il diritto di scrivere dove si trova la mia azienda: posso indicare (in piccolo) solo il Comune in cui si trova, ma non la Regione, né in senso geografico né politico. Come se non bastasse, ci sono anche le norme che regolano gli strumenti – brochure, siti internet, gli stessi cartoni che contengono le bottiglie – per comunicare le caratteristiche del prodotto.

La stessa FIVI lo scorso mese aveva inviato un comunicato stampa in cui annunciava:

Dal 1 gennaio 2015 i soci FIVI si autodenunceranno se non verrà modificata la norma che impedisce di indicare nella comunicazione aziendale il territorio di appartenenza. Mettere il territorio italiano in bottiglia ma non poterlo comunicare equivale ad essere ambasciatori che non possono nominare la propria patria.

Una norma, quella contenuta nel regolamento europeo, che nasce per proteggere le denominazioni di origine ma che paradossalmente non fa altro che impedire alle aziende di comunicare nel modo più chiaro possibile la propria collocazione geografica. Un ulteriore problema, specialmente italiano, è quello di aver creato denominazioni di origine una sopra l’altra, letteralmente. Prendiamo ad esempio la zona citata dallo stesso Petrini. La DOCG del Barolo (e vale anche per il Barbaresco) è all’interno di una più ampia DOC, quella di Alba, il cui territorio è a sua volta compreso nella DOC Langhe. Tutte queste sono a loro volta comprese in quella che include al suo interno gran parte delle provincie di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino, eccetera. La fantasmagorica DOC Piemonte.

Insomma, la battaglia della FIVI è sacrosanta, al tempo stesso potrebbe essere un’ottima occasione per ripensare, in sottrazione, lo spropositato numero di denominazioni di origine italiane.

Eddai, Piemonte DOC? Davvero?

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Non mi ci riconosco più

L’elemento di fondo è l’evoluzione del gusto. Nella scala valoriale dei gusti che hanno contraddistinto la valutazione delle nostre guide per una decina d’anni io non mi ci riconosco più. Cosa significa: che è evoluto anche il mio gusto, e questo è nella natura delle cose.

Carlo Petrini, (curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso dalla prima edizione, nel 1987, fino ai primi anni zero) nel bel documentario Barolo Boys, autunno 2014.

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A Fornovo, ancora

L’altro giorno ho chiuso un post sulla birra descrivendo l’imminente Vini di Vignaioli come “la più bella delle manifestazioni italiane” e pensando, subito dopo: “oddio, forse ho un po’ esagerato”. Perchè sì, insomma, alla fine a pensarci bene quella di Fornovo di Taro, non lontano da Parma, è rassegna che si tiene letteralmente sotto un tendone; luogo dove il rumore, il caldo, le facili gomitate fanno parte del gioco, da sempre. Per non parlare poi dei secchi a terra in luogo delle più eleganti sputacchiere da tavolo. Per dire, a margine: mai andare a Fornovo con dei pantaloni chiari, lo so per esperienza. Insomma, Vini di Vignaioli è prima di tutto un gran casino. Poi però mi ritrovo a guardare la lista delle cantine partecipanti e penso che eccome, certo, un grande professionista è certamente in grado di organizzare la miglior manifestazione possibile, nella più significativa delle splendide cornici. Alla fine della giornata però quello che conta più di ogni altra cosa sono la qualità e lo spessore dei vini presenti e delle persone che li hanno prodotti. E allora beh, signori, giù il cappello. Quello di Fornovo anche quest’anno è un raduno unico ed inimitabile. Senza pari.

Ci vediamo domenica, non vedo l’ora.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Vedo gente, faccio cose | 4 Commenti

Pietro Stara e il fallocentrismo tappico

Un Barolo con il tappo a vite è un po’ come un Harley Davidson col motore elettrico.

No, un Barolo con il tappo a vite è un po’ come un Harley Davidson con una sella non originale (tanto non se ne accorge nessuno) ma che ti preserva al 100% dalle emorroidi.

Si è parlato di chiusure alternative, questa settimana su Intravino.

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Ein Prosit e un sorso di acidità

Vero è che Tarvisio (Udine) è davvero lontano ma se per qualche strano motivo questo weekend foste in zona l’occasione potrebbe essere giusta per un paio di bicchieri buoni. Dopodomani, sabato, sarò infatti ad Ein Prosit per partecipare ad una degustazione un po’ particolare, il cui filo conduttore non è rappresentato dai vini ma dalle persone e dal loro percorso.

Ai giorni nostri la comunicazione è divenuta parte fondamentale di qualsiasi attività, commerciale e non. Nel mondo dell’enogastronomia la possibilità di accedere ad informazioni si è dilatata in maniera esponenziale. Buona parte di questa “colpa” è certamente da riconoscere ai giornalisti enogastronomici e ai blog aperti (e talvolta chiusi..) nel corso di questi ultimi anni. Partendo dall’assunto che non esiste “una” lingua del vino perché il vino non è mai “uno”, abbiamo voluto riunire insieme 6 professionisti del mondo del vino, giornalisti e blogger che scrivono per passione e per lavoro, sentire il loro racconto del vino, in particolar modo di un vino, che ha lasciato una traccia memorabile nella loro memoria degustativa e del quale condivideremo l’assaggio.

Accanto ai vini di Marko Fon, di Josko Renčel, di Ferdinando Principiano ed altri avremo modo di assaggiare una delle mie Gueuze del cuore, quella di Cantillon. L’appuntamento è per le 16.00, a Malborghetto (qui il programma della degustazione).

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Vedo gente, faccio cose | 2 Commenti

Marco Merli, in Umbria succedono cose interessanti


Come al solito eccomi a riproporre su queste pagine l’editoriale uscito questo mese su PM, dedicato questa volta a Marco Merli e ai suoi vini, sempre più buoni.

A guardare la carta geografica del vino regionale ci sono due zone, in particolare, le cui caratteristiche non riesco ad afferrare del tutto. La prima è quella dei Colli del Trasimeno, un territorio piuttosto vasto ed articolato costantemente in cerca di grandi autori. Il gamay, fratello gemello del ben più famoso cannonau (o grenache, arrivando con lo sguardo oltralpe), qui potrebbe regalare vini di grande delicatezza espressiva, ne sono certo da sempre. Sono tuttavia ancora troppo poche le cantine che si confrontano con questa varietà così nobile, così ancorate al modello produttivo che è stato impostato in zona a cavallo del millennio. La seconda è coincidente con l’ampia denominazione dei Colli Altotiberini, un distretto di rara bellezza che si spinge oltre Città di Castello in cui il ruolo della viticoltura è storicamente centrale, soppiantato solo negli ultimi decenni da altri tipi di colture. Una denominazione dalle potenzialità quasi del tutto inesplorate, i cui interpreti sono -molto semplicemente – troppo pochi.

Tra questi spicca il nome di Marco Merli, giovane vignaiolo di Casa del Diavolo, non lontano da Ponte Pattoli. I suoi sono vini che mi piacciono da matti, che esprimono tutto l’entusiasmo e l’attenzione che ripone tanto in vigna quanto in cantina, tra legni grandi e belle vasche di cemento. Pochi ettari gestiti in modo assolutamente naturale, quasi intransigente, che ospitano soprattutto le due varietà più tradizionali del territorio: trebbiano e sangiovese. Vini non solo gustosi ma anche sfaccettati, ricchi di dettagli e di espressività. Il Brucisco Bianco è sottile e al tempo stesso materico, agile e profumatissimo, un vino da bere ancora ed ancora, non stanca davvero mai. Il Tristo è un bianco figlio di una leggera macerazione sulle bucce, pratica antica e sempre affascinante. Il risultato sorprende e richiama alla mente alcuni dei migliori interpreti della tipologia: un vino di un’eleganza innata, preciso in ogni sua sfumatura, contemporaneamente potente e finissimo, da bere e ribere. Il Brucisco Rosso, a base di sangiovese e cabernet sauvignon, è straordinariamente equilibrato, goloso ed elegante. Infine lo Janus, il suo sangiovese in purezza, un vino che ogni volta sorprende per la sua capacità di raccontare il varietale, l’uomo, il territorio. In regione, un riferimento.

Il consiglio è quello di andare a prenderli direttamente in cantina, due chiacchiere con lui valgono sempre i pochi chilometri spesi.

Cantina Marco Merli
Via Bracceschi 3/c
06134, Casa del Diavolo (PG)
brucisco@hotmail.it

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Articoli | 8 Commenti

The Umbria Connection

Solo per segnalare anche qui – me ne ero completamente scordato – un piccolo progetto editoriale dedicato al tema dei trasporti in Umbria, la regione dove vivo, realizzato con un amico. Si chiama The Umbria Connection, uno spazio dove riunire e dove discutere le tematiche più importanti relative ai maggiori cantieri, presenti e futuri, del Centro Italia. E poi è un ottima scusa per confrontarsi con Medium, la piattaforma creata da Biz Stone e Evan Williams, già cofondatori di Twitter. Un luogo dove il testo, le parole, tornano protagoniste, facile da usare e da condividere. Lo abbiamo scelto perchè “si tratta di uno straordinario strumento di scrittura collettiva, una piattaforma particolarmente plastica, un meraviglioso incubatore di parole e di idee“. Qui il primo post (The Umbria Connection, chi, cosa, come, etc.), quello che introduce il tutto.

Una cosa, chiaro, che con il vino non ha assolutamente niente a che vedere ma che mi diverte molto. E visto che da queste parti passa un po’ tutto quello che ho per la testa, beh, sì, insomma, avete capito.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Collegamenti | Commenta


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