
Trebbiano spoletino
Forse mi sbaglio ma la sensazione, subito, al primo assaggio, è quella di trovarsi di fronte ad una bottiglia che potrebbe rimanere a riposare in cantina per molto, moltissimo tempo.
E non è così giovane, in effetti, che a guardare la vendemmia è di oltre tre anni fa. Ma, andiamo oltre.
Il Trebbiano spoletino di Paolo Bea è vibrante e tesissimo. Un piccolo capolavoro. Solo poco più di tremila bottiglie per un vitigno che alcuni coraggiosi viticoltori hanno riscoperto da alcuni anni a questa parte.
Il colore ammalia, chiaro ma tendente ad una certa ramatura, di quelli che sono stati a contatto con le bucce per un po’. Il naso, inizialmente etereo, si apre a grandi sensazioni fruttate, agrumate, appena minerali.
E poi in bocca questa spalla acida importante per presenza, che poi apre ad una bevuta decisa e scorrevole, appena tannica, molto corrispondente con le sensazioni olfattive. Ed è pulito, e buonissimo.
L’idea, poi, è che tra dipiù -e per dipiù intendo tanti anni- possa regalare emozioni enormi. Adesso corro a cercarne altre.






Lambrusco Grasparosso | <10 €
Lambrusco Montericco e Grasparossa, Sgavetta, Malbo gentile | 10-15 €




My Feudo: un gioco, una sfida, un progetto.
Va bene, probabilmente non è esattamente come fare un vino da sé. E ci mancherebbe. Ma la possibilità che Zonin mi ha dato, coinvolgendomi in questo gioco/sfida/progetto, è di quelle che non ci si può proprio tirare indietro. Anzi.
My Feudo è il nome provvisorio del nuovo vino di Feudo Principi di Butera, tenuta siciliana della famiglia Zonin. E’ un blend, attualmente in affinamento in bottiglia, di Petit verdot, Cabernet sauvignon e Merlot del 2007.
C’è una sostanziale differenza, però, rispetto al normale itinerario che porta alla nascita di un nuovo prodotto. Ed ecco il perchè di questo post.
Un gioco?
Francesco Zonin ha coinvolto tredici appassionati ed ha spedito loro, separati, i tre vini alla base dell’assemblaggio. Un kit, lo ha chiamato, che comprende oltre le tre bottiglie le schede tecniche di ogni uvaggio ed un misurino, di quelli per i millilitri.
Eccomi quindi questa sera, pronto e concentrato, con la mia inesperienza da piccolo chimico sulle spalle, a provare a vedere quello che può nascerne.
Una sfida?
Sta alle persone coinvolte, poi, vedere se sia possibile costruire un vino capace di non sfigurare di fronte a quanto già pensato dagli enologi Franco Giacosa ed Antonio Cufari. E’ improbabile, ma non è certo la cosa più importante.
Un progetto?
Dopo avere assaggiato, bevuto e deciso le proporzioni, in Sicilia procederanno all’assemblaggio comunicato. Uno per ogni partecipante. Ecco quindi nascere il (quasi) mio vino. Durante il prossimo Vinitaly poi ci si vedrà, tutti insieme, per assaggiare i reciproci esperimenti. Da lì si potranno trarre idee e spunti utili per capire quale potrà essere la strada di questo particolare nuova bottiglia. Che è più di un vino. E’ un progetto, ma aperto. Una specie di cantiere.
Adesso però smetto di scrivere. Corro a preparare l’assemblaggio mediterraneo definitivo.