Vino sul divano #1

La prima di una serie di 4 degustazioni che spero essere tanto leggere quanto divertenti, tutte con un filo conduttore capace di unire vini diversissimi tra loro. Insomma, un aperitivo un po’ diverso dal solito.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Vedo gente, faccio cose | Commenta

Su Piattoforte, un “di là” tutto nuovo

Solo per segnalare che ieri è uscito su Piattoforte -il sito dedicato ai temi dell’enogastronomia di Giunti- un mio post sulla nuova edizione de Gli Ignoranti (un fumetto bellissimo). Si tratta di una collaborazione che mi incuriosisce e che mi entusiasma, è la prima volta che infatti esco dai confini dei blog (più o meno) autogestiti per confrontarmi in modo (più o meno) continuativo con una realtà editoriale ben più strutturata. Come sempre ci si vede un po’ di qua, un po’ di là.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Collegamenti | 2 Commenti

Ancora Enologica, ancora Sagrantino

Anche quest’anno l’appuntamento è nella Sala Consiliare del Comune di Montefalco per una ricognizione targata Sagrantino. Oggetto della mia degustazione di sabato pomeriggio la sua evoluzione nel tempo, una piccola verticale che spazierà tra vendemmie e cantine molto diverse tra di loro, queste ultime tutte particolarmente rappresentative del territorio e della denominazione (sono molto contento, questo di Enologica è appuntamento cui sono affezionatissimo).

Informazioni e prenotazioni al +39 392 5398191 o via email a info@anna7poste.it. Costo: 25 euro. Qui il programma della manifestazione.

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Vini con vista (summer’s end edition)

Continuo (e chiudo) la rassegna iniziata l’altro giorno dedicata ai vini assaggiati in questa settimana di vacanza, tutte bottiglie recuperate dalla cantina di casa (tranne una) e portate da una spiaggia all’altra, da un tramonto al successivo. Mai come in questo caso avere sempre in macchina un set di bicchieri si è rivelata cosa particolarmente comoda. Quelli che ho imparato a preferire sono  i Premium 14 della Bormioli Rocco. Un ottimo compromesso tra resistenza, versatilità, prezzo. Ma dicevo dei vini.

Lonardo, Campania Bianco “Grecomusc’” 2007

Che sorpresa! Bottiglia che risale alla mia prima Irpinia e che avevo letteralmente dimenticato in cantina (per fortuna, aggiungerei). Un bianco in formissima, stupefacente per mineralità e per integrità, così ben calibrato tra note di ananas, di gesso, di colla. Sentori che fanno da perfetto contrappeso a un assaggio caldo e accogliente, ancora teso, addirittura sapido in chiusura. Al Grecomusc’ mi ero affezionato da subito, ritrovarlo così è stato bellissimo. L’annata corrente si trova in enoteca intorno ai 15 euro.

G.D. Vajra, Langhe Riesling “Pétracine” 2009

Un’altra bottiglia presa direttamente in zona, a Barolo, e lasciata non così intenzionalmente in cantina per anni. Un Riesling che tra l’altro qualche volta ho preferito al più noto “Hérzu” di Ettore Germano, fratello non così gemello, quest’ultimo spesso più asciutto e verticale. Impressione confermata: quello dei Vaira è caldo e appagante, scalda il palato senza però perdere di vista quella che è la sua anima più profonda, quella legata al varietale. Ecco quindi fare capolino note di frutta a polpa gialla, di fieno, di idrocarburi e una diffusa mineralità di stampo quasi sulfureo. Si beve che è un piacere. Quello del 2015 si trova sui 30 euro, o poco meno.

Domaine Giacometti, Vin Rouge “Sempre Cuntentu” 2013

Se è vero che la mia passione per i vini della Corsica nasce grazie ad alcune vacanze trascorse in loco, tra una spiaggia e una cantina, è anche vero che è stato grazie al continuo confronto con Niccolò Desenzani de Gli Amici del Bar e Mauro Rainieri del Vinodromo se questa ha continuato ad alimentarsi negli anni. È grazie a loro che nel tempo ho avuto modo di assaggiare cose che non conoscevo e di parlare della più sottovalutata regione francese (dai che ci si vede presto). Domaine Giacometti si può considerare come una delle ormai storiche cantine della zona di Patrimonio, dove è il nielluccio a farla da padrone. Meno banale quindi trovare un rosso a base di solo sciaccarello, varietà ben più diffusa nella zona meridionale. Un’esplosione di frutti che con il tempo hanno virato verso una certa idea di sottobosco senza però perdere nulla in termini di croccantezza. Fresco e dinamico, è uno di quelli davvero goduriosi, da bere solo a sorsi generosi. Sui 15 euro, temo però che le poche bottiglie prodotte non escano dalla Corsica.

Erste+Neue, Lago di Caldaro Classico Superiore “Leuchtenburg” 2015

Ancora grande freschezza per una bottiglia che mi è stata gentilmente offerta dall’ufficio stampa per promuovere i Pirati del Kalterersee, iniziativa cominciata con un lungo viaggio in bicicletta e volta a valorizzare i vini del Lago di Caldaro. Dal 15 al 26 maggio Andrea Moser e Gerhard Sanin (enologici rispettivamente della Cantina Kaltern e della Erste+Neue) hanno infatti percorso “1.200 chilometri con un tandem seguiti da un’auto ammiraglia con due fotografi-videomaker che hanno documentato il viaggio in tempo reale”. Un rosso naturalmente a base di schiava in grande spolvero, tutto giocato su belle note di ciliegia e su una morbidezza mai eccessiva. Insomma un grande classico, uno di quelli da stappare poco prima di pranzo e che finiscono sempre troppo in fretta. A meno di 10 euro.

Antonio Camillo, Maremma Toscana Ciliegiolo 2015

Questa vale fino a un certo punto, che l’ho aperta ieri sera a casa dopo un brevissimo passaggio in cantina (era quasi di strada). Il solito grande Ciliegiolo targato Antonio Camillo, uno dei più tradizionali produttori dell’ampissima Maremma Toscana. Ci sarebbe molto da dire a proposito del suo percorso soprattutto di valorizzazione non solo del Ciliegiolo ma anche di alcune vigne che trovano il loro culmine nell’altro rosso di casa, il Vallerana Alta. Ma dicevo di questo: fragrante e profondo al tempo stesso, è una delizia di rosso. Dinamico e fresco, sfaccettato e lungo, da sempre un riferimento. L’etichetta è una meraviglia, in cantina a meno di 10 euro, in enoteca a poco di più.

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Vini con vista (summer edition)

E niente, ogni volta che il calendario mi permette qualche giorno di ferie a portata di automobile è inevitabile che nel bagagliaio, con la borsa, faccia capolino anche qualche bottiglia recuperata in cantina e la solita scatola dei bicchieri. Vini che mi diverto a scegliere in base all’umore, cose che ho voglia di assaggiare e che al tempo stesso immagino particolarmente adatte alla destinazione scelta. Lo so che non è normale, ma che ci volete fare: il pensiero di arrivare a destinazione e di non trovare nei dintorni vini di particolare interesse può essere opprimente, sempre meglio poter contare su una propria riserva, per quanto minima. In questi giorni di mare eccone cinque che si sono rivelati di sicura affidabilità.

Aurora, Offida Pecorino “Fiobbo” 2013

Una meraviglia, davvero non saprei come descrivere diversamente il più buon Pecorino (non solo di Aurora) abbia forse mai assaggiato. C’è tutto, è di una completezza disarmante. Apre su toni agrumati, più di limone che di lime, e prosegue su note di erbe quali l’anice e la menta. E poi che frutto, pesca bianca e mela golden si ritrovano anche al palato, sussurrato e deciso al tempo stesso, così capace di muoversi su diversi piani gustativi. Leggiadro e profondo, sintesi di tutto quello che amo nei vini dell’Italia Centrale (argomento su cui vorrei tornare quanto prima). Sui 10 euro, tutta colpa di Francesco Annibali (grazie).

Fongoli, Grechetto dei Colli Martani 2015

Cantina che non spicca certo per costanza, quella di Fongoli è però realtà capace di insospettabili colpi d’ala, in particolare sui rossi (Montefalco Sagrantino su tutti). Bianco che dagli scaffali del piccolo supermercato vicino casa mi guardava da ormai qualche mese, il Grechetto si è rivelato tanto semplice quanto appagante: freschezza, materia e allungo, non senza un finale piacevolmente fruttato. Le complessità sono altrove, sia chiaro, mi è però sembrato rispettoso del varietale come in pochi altri casi, in questa fascia di prezzo almeno. Sui 5 euro.

Olivier Pithon, Côtes Catalanes Blanc “Cuvée Laïs” 2013

Maccabeu, grenache blanc e grenache gris per un taglio la cui anima mediterranea si rivela con prepotenza solo sul finale. A sentirne i profumi il rischio di pensare infatti a latitudini completamente diverse è davvero dietro l’angolo: agrumi freschi e fiori gialli, una punta di fieno, soprattutto gesso e un gran ventaglio di idrocarburi che trovano il loro riconoscimento più chiaro nella benzina, quella verde. Ma è dopo, dicevo, che l’ampia zona del Languedoc-Roussillon si rivela con tutto il suo impeto. Perché sì, certo che è fresco, dinamico, caratterizzato da una vena acida di sicura limpidezza. Al tempo stesso però, in particolare in chiusura, sfuma verso una maggiore grassezza -ananas e frutto della passione- che lo rende avvolgente e imprevedibile. È sempre così con i bianchi di Pithon, basta pochissimo tempo perché sia la mineralità a prendere il sopravvento su tutto. Sui 25 euro (grazie Jack, ricambierò quanto prima).

Domaine Gauby, Côtes Catalanes Blanc “Les Calcinaires” 2015

Colpa mia che l’ho aperto troppo presto, solo così posso giustificare il meno minerale dei “miei” Calcinaires. C’è tanta frutta a polpa bianca e gialla e poco altro: mela golden e ananas, susina e pera sono i primi riconoscimenti che mi vengono in mente. In bocca è puntualissimo, lievemente sapido, mai eccessivamente pieno e anzi dritto come sempre. Certo lontano da quelle sferzate minerali cui i vini di Gauby ci hanno abituato negli anni, se ne riparlerà (forse) tra un po’. Come sopra, sui 25 euro.

Mas Zenitude, Vin Rouge “Audace” 2013

Ancora Languedoc-Roussillon (poi smetto) per un rosso a base di cinsault di grande, grande beva prodotto da una piccola cantina che -come tante altre in zona- è nata da pochi anni e che fin da subito ha abbracciato con entusiasmo il movimento dei vini naturali. Inizia timido e profondo con sentori lievemente ematici e animali. Prosegue con note di frutta matura e polposa, ciliegia e prugna, pesca e arancia rossa. È poi una punta di grafite a introdurre un assaggio altrettanto succoso, semplice ma al tempo stesso di grande impatto gustativo. Sinuoso, ricorda il più buono dei succhi di frutta, quelli che sul finale schioccano (specie se bevuti belli freschi). Sui 15 euro.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi | 7 Commenti

Il Sauvignon 2012 di Crocizia

L’occasione per tornare da queste parti ha a che fare con un vino che appena incrociato mi aveva da una parte stregato e dall’altra incuriosito in termini di potenziale evolutivo. Era lunedì 3 novembre, correva l’anno 2014 e tra i banchi di Vini di Vignaioli si era assaggiato il Sauvignon 2012 di Crocizia, piccola cantina che non lontano da Parma produce soprattutto vini a rifermentazione in bottiglia. Un bianco di quelli che si potrebbero definire di gran personalità: non solo per la decisa espressività varietale ma anche per una certa drittézza, caratteristica ben bilanciata da un buon corpo e un discreto allungo. Insomma: un vino frizzante di gran fattura, quasi esplosivo. Ed è proprio questa sua ultima peculiarità, declinata in varie scale di intensità (nelle bollicine prima ancora che nel bouquet aromatico), che più di ogni altra mi aveva fatto pensare che sarebbe bastato aspettare uno o due anni per ritrovarlo ancora più buono, più sfumato nella struttura e più accogliente nella beva. La bottiglia aperta ieri ha confermato questa teoria, Sauvignon ben tratteggiato, fresco e dissetante, ricco di richiami prima floreali -anche di fieno- e solo dopo vegetali. Appagante come solo i migliori sur lie sanno essere, gran dimostrazione di una tipologia che troppo spesso viene derubricata come da bere entro l’anno (anzi, è quasi sempre proprio il contrario).

A margine, sempre ieri sera a fare da sfondo alla seconda delle due semifinali dell’Europeo anche l’ottimo Brioso degli Innesti 2015 Della Staffa (nuova realtà non lontana da Perugia da tenere d’occhio) e la stupefacente Malvasia 2014 di Camillo Donati, meravigliosa sintesi tra varietà, territorio, tecnica. Ad oggi uno dei miei vini di questa finalmente calda estate.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Emilia-Romagna | 5 Commenti

La riscoperta del Trebbiano Spoletino (forse)

L’occasione per tornare a scrivere velocemente qui sul blog ha a che fare con una tavola rotonda cui interverrò e che si terrà il prossimo sabato mattina a Spoleto, in occasione di Vini nel Mondo: la riscoperta del Trebbiano Spoletino, da illuminata visione a concreta realtà enologica. Il titolo è molto suggestivo e sintetizza una buona parte di quanto successo in tutti questi anni intorno a questo vino così unico. Vi ricordate? Era forse il 2011 quando per la prima volta avevo scritto un lungo articolo dedicato proprio al Trebbiano Spoletino, pezzo seguito da numerosi degustazioni e assaggi (qui e qui, tra gli altri). Allora le cantine che lo vinificavano erano appena una decina mentre oggi sono oltre 30, numero in costante crescita. Non solo, è notizia proprio di questi giorni che il nuovo disciplinare del Montefalco Bianco DOC (lo so, forse la denominazione più sconosciuta del mondo) ne prevede una quota davvero sostanziosa: il 50% del taglio complessivo al posto del più semplice trebbiano toscano.

Qualche mese fa, era da poco passata l’estate, con un gruppetto di amici al Vinodromo, a Milano, si erano aperte alcune bottiglie un po’ datate. Sulla newsletter, era la seconda, scrivevo di “una panoramica sulla carta particolarmente istruttiva, capace di ripercorrere la storia recente della tipologia” con i vini di Pardi, Perticaia, Antonelli, Collecapretta, Novelli, Bea e Tabarrini. Al tempo stesso scrivevo però anche di aspettative “in parte tradite da vini poco performanti, sfocati, soprattutto incapaci nella loro interezza di esprimere caratteristiche comuni o quantomeno facilmente riconducibili alla mia idea del varietale. Pensare che tra il 2009 e il 2010 molti tra i produttori in assaggio avevano appena iniziato a cimentarsi con la tipologia è giustificazione che non mi sento di abbracciare fino in fondo”.

Insomma un momento per tirare le fila e fare il punto su una tipologia che da qui appare quanto mai confusa tra stili e idee differenti. Tra l’altro durante la manifestazione ci saranno altri due momenti dedicati a questo bianco, uno con Antonio Boco (giovedì alle 16:30, storia e futuro del Trebbiano Spoletino) e uno con Danilo Marcucci (sabato alle 16:30, il Trebbiano Spoletino, parte nobile di una grande famiglia). Maggiori informazioni sul sito di Vini nel Mondo.

Al solito, see you around.

[immagine: Andrea Passoni]

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Vedo gente, faccio cose | 4 Commenti

Un Orvieto migliore è possibile


Ieri alla sempre ottima Osteria del Bosco, locale alle porte di Perugia, ho avuto il piacere di partecipare a una bella serata organizzata da un pugno di produttori dell’orvietano. Una cena, certo, ma anche un’occasione di confronto giunta alla quarta tappa. Grazie infatti alla voglia di stare insieme e la volontà di crescere come gruppo e come “sistema” da alcuni mesi a questa parte alcuni produttori del posto hanno iniziato a riunirsi e ad assaggiare i propri vini, magari affiancandone altri, alcuni vicini, alcuni lontani. Una bellissima idea per una denominazione dalle incredibili potenzialità ma al tempo stesso costantemente in cerca di autori in grado di esaltarne le migliori caratteristiche.

Ieri sera per esempio abbiamo assaggiato quindici vini del 2015, tutti alla cieca. Gli Orvieto, Classico e non, erano undici, quattro gli intrusi provenienti da altre zone della regione. Una degustazione molto informale, eravamo a tavola, ma che si è rivelata tutt’altro che semplice da affrontare. Che non era questione di dire “è più buono” o “è meno buono”, “perché mi piace” o “perché non mi piace”, ma cercare di trovare quelle caratteristiche che potevano più o meno “stonare” nella coralità espressa dai vini in assaggio. Ecco quindi quel Grechetto che da Montefalco poteva presentare un profilo organolettico più largo o quel Trebbiano che da Spoleto poteva essere più aromatico, se mi passate il termine. Vini imbottigliati da poco, quindi freschissimi, che nei migliori casi riuscivano comunque a presentare quelle che mi sembrano essere le migliori caratteristiche dell’Orvieto: dinamicità e allungo, una certa profondità, una sicura complessità in un contesto aggraziato.

Ah, il Trebbiano Spoletino non l’ha riconosciuto nessuno (l’ho detto che non era una passeggiata).

[foto: Luigi Manganelli, anima e motore dell'Osteria del Bosco]

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Il Verdicchio a Perugia

Felicissimo Francesco Annibali abbia accolto il mio invito e abbia deciso di passare da queste parti, a Perugia, per presentare il suo lavoro sul Verdicchio di Jesi e di Matelica. Un libro di cui avevo scritto qualche settimana fa su Intravino e che affronta un po’ tutto quello che c’è da sapere sull’argomento, dalla sua storia alle sue differenze territoriali più rilevanti.

La settimana prossima, mercoledì 30 marzo, all’Osteria a Priori. Qui l’evento su Facebook, ci sarà da bere (bene).

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La Casa dei Cini e il senso di Clelia e Riccardo per il fumetto

Dall’ultimo numero di Fast good, la mia consueta rubrica su Piacere Magazine.

È sempre un piacere essere testimone di realtà capaci di farsi notare nelle immediate vicinanze di Perugia. Una zona che se da una parte si può considerare come da sempre legata alla viticoltura dall’altra negli ultimi anni si era un po’ persa per strada, così intrappolata in produzioni forse di non grande valore, di certo in vini di scarsa personalità e di poca aderenza territoriale. Era il 2012 quando faceva capolino su queste pagine Carlo Tabarrini con la sua Margò, realtà non lontana dalla città oggi famosa ben oltre i confini regionali. Oppure poco dopo Giovanni Cenci, eclettico vignaiolo in quel di San Biagio della Valle; Marco Merli, il cui talento alberga a Casa del Diavolo; Mani di Luna, bella fattoria biodinamica appena fuori Torgiano. Nomi che insieme a quello di Moreno Peccia de La Spina, ormai decano dei vini dei Colli Perugini, in poco tempo hanno contribuito, e non poco, a vivacizzare tutto un territorio grazie a bianchi e rossi di certa immediatezza e sicura espressività.

Questa bella ricerca non poteva di certo interrompersi, e infatti a questi si affiancano Clelia e Riccardo Cini, sorella e fratello che ormai da alcuni anni, almeno dal 2011, propongono una linea in continuo miglioramento. Pochi ettari a Pietrafitta rinnovati nel 2003 le cui uve in parte vengono ancora vendute a terzi per una produzione, in questi anni assestata in appena 10.000 bottiglie, che si divide in 4 diversi vini, di cui 3 rossi. Spicca per stoffa il “Borgonovo”, cabernet sauvignon capace di stupire anche a distanza di anni. Delizioso il “Quattroa”, a base di sangiovese. Poi il mio preferito, il “Malandrino”, rosso a base di ciliegiolo di sicura fragranza, rock’n’roll nel corpo e sbarazzino nello spirito.

Da qualche settimana La Casa dei Cini (c’è una pagina su Facebook, qui) ha cambiato la grafica delle proprie etichette. Ognuna racconta con un fumetto disegnato da quel Sualzo già apparso sulle pagine di PM il percorso che porta alla nascita di ogni vino, dalla vigna alla cantina. Un’idea nata sfogliando Gli Ignoranti (sottotitolo: vino e libri, diario di una reciproca educazione), splendido fumetto di Etienne Davodeau che con Perugia ha un legame molto forte: la sua edizione italiana, curata da Porthos, è venuta alla luce in parte anche tra le sale della Biblioteca delle Nuvole di Madonna Alta. Niente è casuale, sono tutte storie bellissime.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Articoli, Umbria | 4 Commenti


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