Bum. Il freddo mi ha riportato alla realtà con una velocità disarmante. Più andavo a nord, verso Salerno, più la temperatura scendeva, la pioggia aumentava, io basivo. Poi certo, c’è voluto poco per recuperare un po’ del calore perduto durante il viaggio. Sono bastati un po’ di assaggi con Ciro Picariello e con Raffaele Troisi. Un uno/due di grande intensità grazie al loro essere tra i più pasionari interpreti delle uve a bacca bianca dell’Irpinia.
Da Ciro la parola d’ordine è Fiano di Avellino. Il 2010, appena messo in bottiglia, è già riconoscibilissimo: ci sono note leggeremente affumicate che aprono ad un bel frutto che con il passare dei secondi vira verso l’agrume. Articolato e godibilissimo, tanto oggi quanto tra un numero indefinito di anni. È stato buffo poi parlare con lui non tanto di questa versione più classica (ormai vera e propria sicurezza) quanto di un esperimento che sta portando avanti con la spumantizzazione. L’idea è – vedremo – quella di commercializzarlo senza la sboccatura, in una confezione che permetta alla bottiglia di stare “a testa in giù” in modo che ognuno sia libero di liberare il residuo magari in una bacinella d’acqua, a casa. True Movia style, e ho detto tutto.
Raffaele poi è il solito vulcano. E se parlare benissimo dei suoi Aiaperti e Tornante, rispettivamente le selezioni di fiano e di greco, può sembrare ovvio, meno è stato ai miei occhi imbattermi in un campione di coda di volpe 2011 di grande freschezza e mineralità, profondo e drittissimo. Un assaggio che probabilmente andrà a comporre la terza (ed ultima) selezione di Vadiaperti. Raffaele, questa davvero non me l’aspettavo anche se certo, so benissimo che lì a Montefredane riesci a tirare fuori l’anima più verticale di questi vitigni senza mai perdere in finezza, in precisione stilistica. E comunque, proprio quando credevo di aver capito qualche cosa sul Fiano di Avellino e sul Greco di Tufo, sulle loro caratteristiche e sulle loro differenze, ecco che compare sul tavolo una bottiglia coperta. Un vino chiaramente figlio di una vendemmia poco recente, un vino strabiliante per complessità, luminosità, beva, struttura, integrità. In generale, eleganza. Giuro, non avrei mai pensato che un Greco di Tufo del 1992 potesse essere così totale, oggi. In termini assoluti forse il vino del viaggio, di certo quello più inaspettato.














Giorno venti: Su e giù per l’Irpinia
Da Mastroberardino a Cantina Giardino passando per Villa Diamante in meno di otto ore. Si può fare.
La prima era tappa importante, ci tenevo a passare per dare un’occhiata alla cantina più importante e storica di tutto il territorio. La sede è nel centro abitato di Atripalda ed è struttura che nel corso degli anni (nel corso di oltre cent’anni) si è allargata ed in cui oggi vengono lavorate tutte le uve provenienti dagli oltre duecento ettari dell’azienda. A costo di sembrare banale la cosa che più mi ha stupito, qui, è il fatto che tutta l’Irpinia ha resistito all’invasione dei tanti vitigni internazionali a cui abbiamo invece assistito in altre regioni italiane negli ultimi vent’anni. Il motivo probabilmente è semplice: non ce n’era bisogno, tra coda di volpe, fiano, greco ed aglianico c’era già tutto.
Oggi Mastroberardino ha una linea di prodotti piuttosto articolata, impossibile assaggiare tutte le etichette in un’unica (veloce) sessione. A riguardare gli appunti scritti fitti fitti sul taccuino riporto solo che tra i bianchi mi è piaciuta la linea “Vintage”, due etichette che nascono con l’idea di proporre vini bianchi dopo una lunga maturazione in vasca ed un lungo affinamento in bottiglia. Il Fiano di Avellino 2006 è teso e minerale con chiari sentori che tendono al cherosene mentre il Greco di Tufo 2007 è ampio e dalla bocca volumetrica, particolarmente lunga ed articolata. Il Taurasi Radici 2005 è pieno e ricco, fresco e dal tannino tanto scalpitante quanto fine. Un vino che lascia intravedere lunga vita (come il Radici 1999 e in misura minore il 1998, tutto giocato su un frutto maturo e note terziarie e profonde).
Un po’ più in là, sotto il comune di Montefredane, c’è la cantina di Antoine Gaita. Villa Diamante è stata tappa fondamentale per provare a capire un po’ di più il fiano. “Vedi, nello chardonnay o nel sauvignon ci sono alcune note precise, che li caratterizzano in modo inequivocabile. Nel fiano invece c’è tutto, è vitigno polifonico e che in base all’annata e all’andamento stagionale racconta note più fresche e vegetali o note più calde e fruttate. È un vitigno totale.” Il suo Vigna della congregazione è Fiano di Avellino che rimane sulle fecce molto più a lungo della media, quasi sempre fino all’inizio dell’estate e che di volta in volta sa regalare sentori più fruttati o più affumicati. O più freschi e minerali o più sapidi. Con un unico filo conduttore: l’eleganza.
Il progetto enoculturale di Antonio Di Gruttola è chiaro ed è volto a preservare alcune delle più vecchie vigne irpine. Nel 2003, dopo aver lavorato per anni in una grande cantina, ha infatti iniziato a collaborare con alcuni agricoltori della zona per una gestione più naturale possibile dei vigneti, per poi comprare le uve che avrebbero definito le prime bottiglie di Cantina Giardino: “era bruttissimo vedere uve di tale qualità andare a finire insieme a tutte le altre“. La sua è quindi una vera e propria rete di conferitori che vengono affiancati e nel caso sostenuti economicamente durante tutto l’anno. Questa bella storia continua ancora oggi, nel frattempo Antonio e la moglie Daniela hanno acquistato alcuni ettari ma al tempo stesso continuano a seguire i vigneti da cui sono partiti, sempre attenti alla possibilità di inglobarne di nuovi.
È ad Ariano Irpino poi, nella piccola cantina che guarda una parte del paese, che nascono vini di rara profondità ed espressività, tanto da uve di aglianico quanto da uve di greco, di fiano e di coda di volpe. È qui che Antonio continua le sue prove, sempre in contenitori capaci di far vivere il vino tanto da definire l’acciaio “un materiale odioso, che immobilizza il vino e che non gli permette di evolvere“. Tanto legno quindi, castagno, acacia e rovere, e da un paio di vendemmie anche la terracotta con le anfore. “Pensa quanto è affascinante questa cosa, un vino che fermenta nella stessa terra in cui è nato“. Qualche dubbio? Il Sophia e il Clown Oenologue sono vini polposi e materici, potenti, sapidi e sempre caratterizzati da una bella acidità. Vini che ti fanno tornare sul bicchiere ancora ed ancora (bhè, come tutti gli altri del resto).