Tappo a vite anche in Valpolicella

Nel frattempo a Verona hanno recepito quanto contenuto nel Decreto dello scorso agosto ed hanno modificato il disciplinare di produzione. Per i vini Valpolicella Classico, Valpolicella Superiore e Valpolicella Valpantena sarà possibile utilizzare il tappo a vite.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Buone idee | Commenta

Gambero Rosso, we have a problem

Ricordo bene il giorno che uscì in edicola, su Twitter non si parlava d’altro. Mi riferisco al numero di gennaio del Gambero Rosso e agli editoriali rispettivamente di Eleonora Guerini e di Michel Bettane e Thierry Desseauve. Due attacchi molto forti ai vini naturali tanto nel tono quanto nelle argomentazioni, due editoriali che nel giro di qualche settimana portarono ad una reazione altrettanto forte da parte di tutte le associazioni italiane riconducibili al mondo del vino naturale.

Tuttavia, poche ore dopo aver aperto la discussione, la stessa Eleonora Guerini si affrettò a precisare in un commento che “le prima righe del mio editoriale non le ho scritte io, in redazione qualcuno ha messo del suo e non so nemmeno bene cosa si intenda per nuovi metodi stabilizzanti“. Oggi, a qualche mese di distanza ed in relazione al testo dei due famosi giornalisti francesi, apprendiamo anche che “il testo peccava di precisione nella traduzione e ha soprattutto sofferto una differenza di vocabolario e di significato tra il francese e l’italiano“.

Aspettate, anche io avverto l’urgenza di prendere le distanze da quanto scritto. Questa di certo non è la mia firma.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 3 Commenti

La biodinamica è un oroscopo agricolo

Nel marketing del vino, specialmente di fascia alta, l’immagine e le suggestioni svolgono un ruolo fondamentale. È sicuramente facile prendersi gioco di Steiner e di quelle che sembrano le farneticazioni di un pazzo sotto l’influsso di allucinogeni, ma è importante ribadire che sono prive di senso scientifico, anche se decine di migliaia di persone nel mondo ci credono.

Anche l’oroscopo ha molti seguaci.

Dario Bressanini, oggi su Dissapore.

La biodinamica è un metodo agricolo, e finisce quando I’ll grappolo si stacca dalla pianta. I’ll vino e’ un prodotto di processo (puo’ essere un processo “naturale” come comunemente si dice se avviene senza chimica enologica, forzature o correttivi, controllo di temperatura, etc.) ma la biodinamica è altra cosa e per rendersene conto invito tutti ad andare a vedere piuttosto che una cantina, un orto o dei seminativi.

Se siete vicino a Roma andate a Labico da Carlo Noro, se in Emilia alle Fondazione Le Madri… Insomma davvero è sprecato pensare la biodinamica sempre e soprattutto collegata al vigneto. Provate a pesare e toccare le verdure di Carlo Noro, guardate i suoi suoli e quelli dei suoi vicini e non secondario mangiate le sue verdure. Dopo queste cose vi sarete dimenticati quello che a volte si sente in giro e assaporerete la biodinamica.

Stefano Amerighi, oggi su Facebook.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 6 Commenti

L’elegante fragilità dei Chianti del Casale


Non sapevo bene cosa aspettarmi, giovedì scorso. Il programma della serata prevedeva, dopo un aperitivo in compagnia di Matteo Furlani e dei suoi spumanti (un sur lie e due metodo classico di cui scriverò sicuramente), una cena con i vini dell’Azienda Agricola Casale, vicino Certaldo, Firenze. Cioè, io non solo non li conoscevo, ma non avevo neanche mai sentito nominare la cantina. La mia curiosità nasceva grazie ad alcune segnalazioni provenienti dalla redazione di Porthos, pare che da quelle parti i loro Chianti fossero prepotentemente entrati in agenda dopo diversi assaggi ed una visita in zona.

Insomma, arrivo in perfetto orario al ristorante, saluto alcuni amici e tempo una decina di minuti mi siedo, stanco ma al tempo stesso molto interessato ad assaggiare questi vini di cui ho così tanto sentito parlare. Via. Il primo è uno Charmat da trebbiano che, bontà sua, ho dimenticato circa dieci secondi dopo averlo assaggiato. Oddio, non era neanche così male. Ma insomma, niente per cui perdere la testa, davvero. Il secondo bicchiere cambia colore, e diventa un rosato da sangiovese che centra perfettamente la tipologia. Forse semplice ma certamente appagante, così nitidamente legato ad alcune delle sensazioni che più associamo al vitigno. Ciliegia, marasca, fragola. La fragranza qui non è un’idea astratta ma una sensazione reale. Era un 2009 e sul taccuino ho scritto “ottantadue”, a ripensarci forse sono stato appena corto. Il terzo bicchiere si chiama sangiovese, ecco il 2011. Un assaggio che nonostante l’evidente residuo zuccherino riesce ad essere equilibrato e di una certa eleganza. Un traguardo mica da poco, in particolare ripensando ai tantissimi assaggi della stessa vendemmia degli ultimi tempi. Un “ottantaquattro” scritto velocemente, ci può stare.

Tre bicchieri, e fino a qui nessuna vera scintilla, tanto che il mio livello di attenzione nel frattempo era drammaticamente calato. Con un orecchio sentivo parlare Antonio Giglioli di biodinamica, di quanto sia filosofia produttiva abbracciata ormai da un trentennio (tutta la produzione del Casale è certificata Demeter) e con l’altro ascoltavo le voci che mi circondavano: assaggia quello, assaggia questo, cosa ne pensi, eh, davvero, si, ok, mah.

Fino alla batteria dei Chianti Riserva.

Bum. Quattro vini che hanno risvegliato tutti i miei sensi quasi immediatamente. Un 1986 di grandissima pulizia, caratterizzato da un terziario delicatissimo e da una bocca fresca ed appagante, tesa, non travolgente ma anzi, meravigliosamente più sussurrata che urlata. Un 1999 che non mi sembrava vero. Elegante come non mai, sangiovese all’ennesima delicatezza. Purissimo, altissimo, levissimo. Leggiadro, così capace di svelare tutta la sua profondità grazie anche ad una balsamicità rinfrescante. Forse severo ma al tempo stesso fragile, quasi vivesse in uno stato di magico equilibrio. Un 2004 paradigmatico, che era tanto tempo che non assaggiavo un Chianti così elegante, bevibile nella migliore accezione del termine, slanciato. E poi un 2005 preso da vasca (!) che ne metterebbe in fila tanti, ma che a sentire le parole di Antonio Giglioli non è ancora del tutto pronto. E ho detto tutto. Vini che mi hanno stupito come non succedeva da tempo, vini che sarebbe divertente mettere alla cieca insieme ad alcuni dei grandi nomi del sangiovese italiano. Ci potrebbero essere sorprese. E poi la straordinaria pulizia di tutta la batteria, quando si parla di naturale e di vini prodotti senza alcun controllo della temperatura non è mai facile trovare vini così eleganti.

Inutile dire che sto già organizzando una trasferta a Certaldo. Urge vederci chiaro, presto aggiornamenti.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Vedo gente, faccio cose | 2 Commenti

Assaggio di qua, assaggio di là

Finalmente un momento tranquillo, a casa. L’occasione è buona per riportare da queste parti alcuni degli assaggi delle ultime settimane in un post che stavo rimandando da qualche giorno. Da una parte bicchieri che mi hanno stupito, che non conoscevo o che comunque non assaggiavo da un po’, dall’altra bottiglie arrivate a casa per gentile iniziativa di alcune cantine (in rosso, nel testo). A queste dico: sempre grazie per la considerazione.

Valtellina Superiore Riserva DOCG Sassella “Rocce Rosse” 2001 Ar.Pe.Pe.

Difficile aggiungere qualcosa a quanto già scritto da altri a proposito di questa straordinaria cantina e di questi meravigliosi vini. Il Rocce Rosse 2001 attualmente in commercio è un monumento tanto alla Valtellina quanto al nebbiolo, un vino stupefacente per eleganza, tensione, slancio. Probabilmente il miglior nebbiolo prodotto fuori dalle Langhe abbia mai assaggiato, credo che sussurrare la parola “capolavoro” non sia affatto di troppo. Non qui, non oggi. *****

Lugana DOC “Mandolara” 2012 Le Morette

De Le Morette ho assaggiato uno spumante e due vini bianchi, tutti a base di trebbiano di Soave (o turbiana, come preferiscono chiamarlo a Peschiera del Garda, Verona). Quello che sulla carta dovrebbe essere il più semplice mi ha stupito per pulizia e freschezza, per tensione e per un piacevolissimo sfondo minerale che si è dimostrato essere vero leitmotiv di tutto l’assaggio. Da bere a sorsi generosi. ****-

Maremma Toscana DOC “Astraio” 2011 Rocca di Montemassi

Avevo già assaggiato il viogner che la famiglia Zonin produce in Toscana. Allora era la vendemmia del 2008 ed era vino che avevo trovato abbastanza nelle mie corde. Questo 2011 l’ho trovato forse non altrettanto fresco ma di certo con maggiore ritmo, come se il calore dell’annata avesse facilitato l’emergere di un certo carattere maremmano, riportando in primo piano un bell’aspetto territoriale. ***+

Trebbiano d’Abruzzo DOC Emidio Pepe 2010

Oh, ma quanto è buono? Devo dire che colpevolmente torno troppo poco spesso sui vini di Pepe. E si, faccio male. Un trebbiano, il 2010, che sa essere dannatamente abruzzese, che è caratterizzato da una beva imbarazzante, che è profondo e al tempo stesso scattante. Uno di quelli che sarà bello seguire negli anni, le sorprese sono assicurate. ****

Raboso del Piave DOC “Sangue del Diavolo” 2009 Ca’ di Rajo

Bello, il raboso. È vino che scalpita, in particolare quando non intrappolato in vinificazioni troppo costringenti. È il caso del “Sangue del Diavolo” di Ca’ di Rajo, un rosso coinvolgente e reattivo, acidità e trama tannica sono elementi che al palato creano un bel rock’n'roll grazie ad un’armonia per nulla scontata. Tra l’altro di Ca’ di Rajo, cantina in San Polo di Piave, Treviso, ho avuto modo di assaggiare diverse bottiglie, tutte caratterizzate da un bello stile e da una certa eleganza, magari ci tornerò. ***+

Brut Contadino 2010 Ciro Picariello

A proposito di vini che scalpitano, mi sono accorto di non aver dedicato mai neppure una riga al Brut Contadino di Ciro Picariello. Un metodo classico a base di fiano non sboccato e commercializzato a testa in giù. Avete presente? In questo modo il residuo rimane vicino al tappo e ognuno può scegliere se servirlo “colfòndo” o se sboccarlo à la volée. Il risultato? Roba buona, da bere a secchi. ****

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Assaggi, Campionature | 9 Commenti

Una bella storia, quella della Fabbrica della Birra Perugia

Visto che è argomento non particolarmente off-topic, riporto pari pari il mio consueto editoriale uscito sul numero di maggio di Piacere Magazine.

Precisazione necessaria, ho seguito questa avventura abbastanza da vicino e conosco piuttosto bene alcuni dei suoi protagonisti. Quindi sì, nel raccontarla sono molto probabilmente di parte. Tuttavia non avevo pensato di dedicare alcuna riga alla cosa fino a ieri sera, quando per la prima volta ho assaggiato (da leggersi anche come: bevuto con avidità) la loro deliziosa Golden Ale, bottiglia uscita dalla primissima cotta.

La storia della Fabbrica della Birra Perugia ha radici lontane, nasce infatti nel 1875 per iniziativa del milanese Ferdinando Sanvico. Si trattava di una produzione solo lontana parente di quella che conosciamo oggi, pensate che in quegli anni l’azienda aveva sede nella centrale via Baglioni ma utilizzava i vicini depositi di neve ubicati nei sotterranei della Rocca Paolina per la maturazione e la conservazione della birra in appositi fusti di rovere. Altri tempi.

In pochi anni la “Fabbrica” ebbe però un grande successo: da una parte la centralità del locale si rivelò strategica, era lì che gran parte della birra veniva venduta, dall’altra la sua fama aveva superato i confini regionali e le sue erano birre richieste in gran parte dell’Italia centrale. Fu così che nei primi del novecento, coinvolgendo altri imprenditori cittadini, si decise di fare il grande passo e trasferire la sede in Via Bartolo e nei grandissimi locali che si estendevano attraverso le cantine che dal teatro Turreno si spingevano fin sotto Piazza Piccinino. Il piccolo birrificio della città aveva fatto il grande passo, era diventato grande.

Questo racconto si arrestò improvvisamente nel 1927 quando la Peroni rilevò il birrificio ed il relativo marchio, fondendolo con quello della casa madre. La sede di Perugia divenne così uno dei tanti punti di produzione ed imbottigliamento di quella che sarebbe poi diventata una delle più famose birre del mondo. Ma la storia non era finita, non del tutto almeno. Alcuni anni fa qualcuno vide per caso le vecchie pubblicità dell’epoca, disegni futuristi che raccontavano tanto un’altra bevanda quanto un’altra epoca, e si innamorò di un’idea, quella di una birra artigianale indissolubilmente legata al territorio che la vede nascere, la sua città. Nasce così, ottantasei anni dopo, la nuova Fabbrica della Birra Perugia. Una Golden Ale di grandissima beva ed un’American Red Ale gustosa e profonda sono le prime due bottiglie uscite dalla sede di Pontenuovo, vicino Torgiano.

Tanto altro succederà, e da queste parti si è certi che si tratti di una storia da continuare a seguire con attenzione. È una di quelle più belle.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Articoli, Birra | Commenta

Nel frattempo, al supermercato

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 5 Commenti

Spoleto, c’era una volta Vini nel Mondo

Mi rendo conto che è notizia un po’ periferica rispetto alle conversazioni più mainstream ma Vini nel Mondo, a Spoleto, è manifestazione che ho frequentato e di cui ho scritto in più occasioni (nel 2008, nel 2009, nel 2010 e nel 2011, quando ho anche condotto una degustazione, è cosa che ricordo con molto piacere). Bene, la novità di oggi è che sembra sia rassegna arrivata al capolinea. Mi dispiace, è ovvio, ma forse è anche la dimostrazione di un format che non va, e che non può più funzionare.

Mi spiego: Vini nel Mondo era quel tipo di manifestazione un po’ caciarona che non si rivolgeva agli operatori di settore e che al tempo stesso non aveva un target vero e proprio di appassionati. Al suo interno c’era un po’ di tutto, dalla piccola cantina del territorio alla grande cooperativa. Stiamo parlando di una manifestazione che si svolgeva nel weekend e che aveva il suo momento clou nella “notte bianca”. E ho detto tutto. Da tempo i produttori che partecipavano lo facevano controvoglia, spesso mandando solo i campioni ed affidandosi ai sommelier del posto per la mescita e per la relativa spiegazione (una pratica tremenda, non lo sottolineo mai abbastanza). I produttori che invece venivano di persona in molti casi arrivata una certa ora scappavano, letteralmente, per cercare di evitare i tantissimi che nel tardo pomeriggio andavano solo in cerca di bicchieri facili.

Insomma, vedremo un po’ se è notizia che verrà confermata. in tutti i casi si tratta di un format che fa girare parecchia gente, mi riferisco anche alle presenze turistiche in loco, ma la cui utilità per le cantine aderenti è tutta da dimostrare.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | 2 Commenti

Nel frattempo, a Roma

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Parlo da solo | Commenta

Trasparenza

La categoria ha iniziato ad accettare ospitalità da parte di alberghi, ristoranti, consorzi, etc. Ecco quindi fare capolino tutte le implicazioni etiche che questa scelta comporta.

Di là, su Intravino, un post su un argomento che mi sta particolarmente a cuore, quello della trasparenza della critica.

Scritto da Jacopo Cossater Pubblicato in Collegamenti | Commenta


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